Considerazioni a margine del No Fornero Day di Napoli

La finestra del Sud Europa

di Antonio Musella

12 / 11 / 2012

Quando un corteo a Napoli si apre con uno striscione che dice “Jatevenne” è sempre una cosa seria.
Il No Fornero Day a Napoli ha dato un segnale deciso allo stagno del conflitto sociale nel paese. Non un segnale isolato. Negli ultimi mesi ce ne sono stati tanti, su altri territori: l’accoglienza riservata a Mario Draghi a Venezia, le manifestazioni organizzate per l’arrivo di Mario Monti a Riva del Garda ed in mezzo mobilitazioni che, nonostante i tanti limiti, sono stati comunque dei segnali di ripresa del movimento italiano come il No Monti Day del 27 ottobre scorso.
A Napoli in poco più di sei giorni le realtà di movimento, a cominciare dai centri sociali e dai collettivi studenteschi, passando per quelle realtà di lotta che a Napoli come in provincia hanno fatto del territorio il loro circuito d’azione privilegiato, siamo riusciti ad organizzare nel migliore dei modi possibili una mobilitazione che ha dato un segnale chiaro non solo alla Fornero ed al governo Monti, ma alle politiche di austerità a livello europeo.
Jatevenne! Andate via ! Que se vayan todos!
Il Ministro Elsa Fornero è diventato ormai il simbolo delle politiche dettate dalla troika che chiedono il conto della crisi alle fasce sociali più deboli del Sud Europa. Dalla dismissione dell’articolo 18 all’aumento della precarietà, da una idea dei giovani di questo paese che li vuole automi ed addomesticati, fino ai tagli agli ammortizzatori sociali. Espressione di una nuova casta, quella dei tecnici, di quelli che “meritano”, che sistema i propri figli in banche, università e grandi centrali economico finanziarie e chiede il conto della crisi ai precari ed agli impiegati. Ma la Fornero non arrivava in una città come le altre. Napoli è oggi probabilmente il contesto socio-economico che meglio lega il nostro paese con il resto dei PIGS europei. Oltre 140 mila famiglie in Campania vivono al di sotto della soglia di povertà, in una città che negli ultimi dieci anni ha visto 108 mila nuovi emigranti. Non solo, nonostante solo il 30% degli occupati del paese si trova nel Mezzogiorno, qui si concentra oltre il 60% delle perdite di lavoro causate dalla crisi, con il 20% che riguarda il lavoro industriale in Campania. Una città nuovamente stretta nella morsa di una guerra di camorra che lascia morti innocenti nelle strade ed una economia criminale che resta la sola centrale di ridistribuzione di reddito. Un territorio dove la crisi oltre a portare l’aumento della disoccupazione ha costruito un meccanismo di accesso al mercato del lavoro segnato pesantemente dai meccanismi di schiavizzazione e dall’aumento a dismisura del lavoro nero.
Altro che choosy signora Fornero!
Per questo la sola accoglienza possibile al ministro Fornero non poteva che essere quella messa in campo per le strade del quartiere di Fuorigrotta il 12 novembre.
Da sempre abbiamo detto che le pratiche di conflitto nelle piazze devono essere di massa, riproducibili, leggibili da tutti. Il corteo si è svolto come è stato deciso dalle assemblee che ci sono state ed ha visto la partecipazione consapevole di tutti in una giornata dove dare un segnale forte non era solo necessario, ma semplicemente indispensabile. Senza dubbio le 1500 persone in piazza non rappresentano di per sé né un’eccedenza né tantomeno la complessità di quei segmenti sociali evocati da quella piazza. Ma è un contributo, importante, onesto, umile, irriducibile, di tutti coloro che non si rassegnano all’ineluttabilità delle politiche europee.
Una giornata di scontri, con i ministri chiusi nella Mostra d’Oltremare e la polizia a lanciare lacrimogeni ad altezza uomo nelle piazze, a rincorrere i manifestanti sui viali e perfino dentro il Politecnico. Ma è importante capire anche quali sono state le reazioni per comprendere come il No Fornero Day si sia sintonizzato nelle corde di un territorio dove anche le istituzioni fanno fatica a difendere le politiche montiane. Mentre Luigi de Magistris, sindaco di Napoli si è rifiutato di andare al vertice affidando la spiegazione ad un video su youtube in cui spiega che "il governo non ha fatto nulla per il lavoro a Napoli" aggiungendo che "Napoli è città democratica aperta al dissenso", sorprende come addirittura il governatore di centro destra Stefano Caldoro, uno che ha chiuso gli ospedali ed ha tagliato tutti gli ammortizzatori sociali regionali, non abbia potuto fare a meno di commentare con un "sono contro la violenza, ma la protesta è giusta bisogna dare risposte". La Fornero da parte sua ha dichiarato che è venuta a Napoli "per dare un segnale forte". Probabilmente il segnale forte l’ha avuto lei.
Ma proprio questo contesto, fatto di consenso alle mobilitazioni anche radicali che non si esplicita in partecipazione diretta, indica anche i limiti delle realtà di movimento napoletane che non sono ancora in grado di essere punto di riferimento per un processo di ricomposizione sociale contro le politiche di austerità. Limiti che riguardano probabilmente tutti coloro che in questo momento provano non semplicemente ad augurarsi uno scenario da guerra civile sognando di essere in una fase pre-insurrezionale, ma a configurare una via d’uscita dalla crisi che possa significare un’alternativa di sistema. Uno sforzo che ad esempio lega la giornata del No Fornero Day con le mobilitazioni che ci saranno a Pomigliano il 14 novembre con lo sciopero della Fiom e di altri sindacati di base davanti alla Fiat. Un ponte di lotta tra i precari ed i disoccupati che sono scesi in piazza contro la Fornero e quelli, espulsi anche dalla fabbrica, che fanno i conti con la distruzione di quel mondo del lavoro fatto di garanzie sindacali e diritti caduto sotto i colpi di Marchionne, Monti, la Bce e l’Unione Europea a trazione tedesca.
Le mobilitazioni del 14 novembre riguarderanno quei paesi che maggiormente stanno pagando la crisi in una macroregione ormai irrimediabilmente divisa tra Nord e Sud Europa. Per questo è stato importante il segnale lanciato da Napoli e dalle mobilitazioni del No Fornero Day, proprio perché la sola alternativa possibile si può dare esclusivamente su un livello europeo unendo le lotte di quei segmenti sociali che in Spagna, Portogallo, Grecia ed Italia vengono quotidianamente morsi dalla crisi. Un Sud Europa che esprime diverse esperienze interessanti, dall’esperimento greco di Syriza, alle mobilitazioni spagnole. Un Sud Europa che ha bisogno di un piano di lotta comune e di nuove pratiche che riescano a superare l’inefficienza di quelle classiche, dallo sciopero per come lo intende la nostrana Cgil, alla rincorsa agli accordi al ribasso in un quadro di compatibilità con quelle forze politiche che, come il Partito Democratico, restano assolutamente compatibili con le politiche di rigore della troika. Una scelta fallimentare che può avere il solo scopo di calmierare i conflitti e renderli innocui. Un processo evidente e chiaro che dovrebbe capire bene anche chi, nel teatrino della politica, incita i giovani a ribellarsi e poi si accoda agli amici – traditi -  di Marchionne ed a chi, come Bersani, vorrebbe Elsa Fornero nuovamente ministro.

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