La logistica tra nuovi paradigmi repressivi ed intrecci di lotte sociali

Intervista a Gianni Boetto (portavoce di Adl Cobas) sulla vicenda di Aldo Milani (Si Cobas) e sullo stato delle lotte sociali nel nostro Paese

4 / 2 / 2017

Abbiamo intervistato Gianni Boetto (portavoce di Adl Cobas) che, partendo da alcune riflessioni sulla vicenda di Aldo Milani, traccia un quadro complessivo riguardante le lotte della logistica ed i possibili intrecci con altre lotte sociali.

La scorsa settimana un episodio sconcertante, che ha riguardato Aldo Milani, storico dirigente di Si Cobas, ha sconvolto tutto il mondo del sindacalismo di base e non solo. Ti chiedo un commento su una vicenda che ha mostrato, in maniera inedita, quel volto oscuro delle forze che agiscono contro le lotte sociali.

Appena ho appreso dell’arresto di Aldo Milani, con l’accusa di estorsione, ho pensato che stesse succedendo qualcosa di davvero grave. Al di là della dinamica riguardante l’episodio in sé, su cui tornerò dopo, la prima cosa che ho pensato, conoscendo Aldo da tantissimo tempo, è stata quanto possa essere distante da lui qualsiasi ipotesi di arricchimento personale rispetto alle lotte che negli anni ha contribuito a mettere in piedi e far crescere. Questa è una certezza, che mi sento di esprimere tanto a caldo quanto a freddo.

La questione vera che la vicenda di Aldo, ed il modo in cui è stata costruita, pone riguarda un salto di qualità notevole degli apparati repressivi nei confronti dei sindacati e delle forze sociali conflittuali. Una macchinazione che deliberatamente ha preso di mira uno dei sindacati che maggiormente si è esposto nello smantellamento di un sistema fatto di mafia e mancanza di tutele all’interno di un settore, quello della logistica, assolutamente strategico dal punto di vista capitalistico. In passato ci sono state denunce, minacce, cariche della polizia durante picchetti e scioperi, ma una vicenda del genere rischia di cambiare completamente il paradigma repressivo.

Da anni i nostri sindacati stanno lottando per far applicare i contratti nazionali, firmati dai confederali, nel settore della logistica dove, il più delle volte, ci troviamo in situazioni di totale evasione contributiva e di contratti illegali sotto ogni aspetto. Anche se è quanto di più lontano dalla nostra storia e cultura politica, le nostre sono state di fatto lotte per la legalità nei luoghi di lavoro. In un sistema dove le modalità mafiose sono all’ordine del giorno questo passaggio non è assolutamente banale.

Il caso Levoni, all’interno del quale è nata la montatura contro Aldo Milani, è emblematico rispetto al funzionamento di tante trattative che ci troviamo a dover affrontare. Questo perché si tratta di un’azienda cardine di un settore produttivo importantissimo per l’economia modenese, all’interno del quale storicamente si sono annodati gli intrecci tra strutture padronali, sistemi politici locali ed apparati repressivi. La trattativa con la Levoni è stata difficile fin dall’inizio ed in quel tavolo ripreso dai video (senza alcun audio, ci tengo a ribadire!) della Questura di Modena Aldo stava chiedendo all’azienda una duplice soluzione: o ripristinare il lavoro per i tanti operai licenziati (si parla di oltre 50 persone), oppure fornire un risarcimento economico ai lavoratori. Si tratta di una modalità che tutti i sindacati applicano ed attiene a quel binomio tra reddito e lavoro che fa parte della nostra cultura politica e sindacale. Nel momento in cui questo tipo di rivendicazione diventa “estorsione” ci troviamo, come già dicevo, di fronte ad un salto di qualità da parte padronale e della magistratura.

La cosa ancora più inquietante è stata che l’arresto di Aldo sia avvenuto sull’uscio degli uffici aziendali in cui si era recato, per rendere ancora più plateale la pressione messa in campo nei suoiconfronti. In seguito è stato messo in una cella di sicurezza per sette ore, senza dargli la possibilità di comunicare con nessuno e senza fornirgli alcuna spiegazione sull’accaduto, e portato in carcere senza effetti personali. Le modalità con cui si è svolto l’arresto e la sua detenzione fanno parte della stessa strategia che ha portato alla montatura contro il Si Cobas.

Appena è arrivata la notizia dell’arresto di Aldo centinaia di lavoratori hanno dato vita a scioperi e mobilitazioni, dimostrando non solo una solidarietà indiscussa verso una persona che da anni si sta prodigando nelle lotte, ma anche il fatto che fosse palese, soprattutto tra i lavoratori, il fatto che quanto accaduto stesse prendendo la forma di una provocazione inaudita. Il giorno dopo anche noi abbiamo aderito allo sciopero, specialmente nei magazzini dove Aldo era più conosciuto, come Bartolini, Tnt e Gls, a Padova e Verona. Sul piano politico il teorema è già stato smontato e la manifestazione che si tiene questo pomeriggio a Modena ne è un’ulteriore prova.

Ma questo, ed anche la scarcerazione immediata di Aldo, non risolve il problema di fondo, relativo all’impianto accusatorio della Procura. È necessario demolire anche sul piano giudiziario qualsiasi ipotesi, proprio per non alimentare quei dispositivi repressivi che si stanno accanendo sempre di più nei confronti delle lotte sociali, come dimostra anche la vicenda di Luca e Paolo e del movimento di lotta per la casa romano. È importante inoltre che venga sconfitta anche l’operazione mediatica legata alla vicenda, che è stata fondamentale nello spettacolarizzare la finzione e renderla virale,  gettando fango nei confronti di chi è in prima linea nella lotta alla corruzione nel mondo del lavoro e fornendo una sponda a quei sindacati, come Cgil e Uil, che da sempre cercano di ostacolare il lavoro di Si Cobas ed Adl nei magazzini della logistica e che hanno immediatamente speculato sull’accaduto.

Per quale ragione fanno così paura le lotte della logistica e le metodologie di autorganizzazione nel mondo del lavoro?

Nell’ultimo ventennio abbiamo assistito a processi di riorganizzazione della produzione e del mercato del lavoro. Siamo in presenza di fenomeni che hanno prodotto da una parte lo smantellamento della vecchia fabbrica fordista e dall’altra la globalizzazione della filiera produttiva. In tutto questo la logistica svolge un ruolo fondamentale perché non è possibile, per i costi che ci sarebbero, far circolare le merci direttamente dal luogo di produzione al luogo di consumo. Il just in time non è solo uno slogan di marketing, ma è una precisa forma di organizzazione del processo produttivo, che si basa proprio sulla massima efficienza del sistema della logistica.

Nonostante molte aziende stiano iniziando a robotizzare alcuni processi lavorativi, nei magazzini della logistica assistiamo ad una concentrazione di lavoratori che stanno riproducendo, in termini senza dubbio più ridotti, mansioni e funzioni dell’operaio-massa. Ed è chiaro allo stesso tempo che lo sviluppo strategico di un settore corrisponde spesso a nuove forme di organizzazione e di lotta dei lavoratori. Proprio per le condizioni descritte in precedenza, lo sciopero o il blocco di un magazzino produce un enorme danno al capitale e diventa una forma di lotta realmente efficace. Non c’è proporzione tra quello che ci rimette il lavoratore e quello che ci rimette l’azienda.

Per questa ragione il livello di scontro è molto elevato. Con alcune aziende siamo riusciti negli anni ad avere un livello di contrattazione diretto, che trascende le cooperative tramite le quali i lavoratori vengono assunti; a queste aziende siamo riusciti anche ad imporre contratti nazionali, molto migliorativi rispetto alla situazione precedente. Ci sono, però, ancora molte situazioni, come abbiamo recentemente visto anche in Veneto (in particolare Prix, A&O, Famila, Alì e catene di distribuzione di carattere regionale, radicate sul territorio e molto simili alla Levoni di Modena), in cui esiste uno scontro frontale, con aziende che non esitano a mandare le forze dell’ordine per ogni iniziativa di protesta e che minacciano e ricattano ripetutamente i dipendenti.

Sono questi ultimi casi quelli che hanno messo in moto questo tentativo di smantellare un intero sistema di lotte.

Le lotte che mi hai descritto rappresentano un punto avanzato della conflittualità sociale nel nostro Paese, ma rappresentano anche un unicum all’interno di un panorama nazionale nel quale da tempo non si riescono ad esprimere mobilitazioni generalizzate sui temi legati a lavoro, reddito e Welfare. Come e dove vi immaginate, in prospettiva, possibili ambiti di interrelazione tra segmenti sociali che rimettono al centro il tema del conflitto e dei diritti e quale potrebbe essere un possibile terreno di convergenza con altre lotte che attraversano il corpo sociale, ad esempio su questioni che riguardano le grandi opere ed il  modello di sviluppo?

È un dato oggettivo che non esista un movimento, nell’ambito del rapporto capitale-lavoro, che abbia caratteristiche di generalizzazione, sia a livello nazionale che europeo, come accaduto in cicli di lotte precedenti. Questo è dovuto anche a quei processi di ristrutturazione capitalista di cui parlavo in precedenza, che hanno reso materialmente più difficile le possibilità di ricomposizione di classe.

Ci troviamo di fronte ad una frammentazione spaventosa, spesso effetto dei cambiamenti macro-politici avvenuti negli ultimi decenni. L’ingresso nell’UE di Paesi come Romania e Bulgaria, ad esempio, ha dato la possibilità alle aziende, aventi lì la sede legale, di stipulare contratti molto inferiori, sul piano dei diritti e della retribuzione, rispetto a quelli previsti in Italia o in altri Paesi “Occidentali”. Questo da un lato crea un meccanismo nuovo di divisione internazionale del lavoro, dall’altro crea una corsa al ribasso nelle relazioni produttive. Allo stesso tempo i singoli stati membri dell’UE (vedi l’Italia con il Jobs Act) hanno avviato una revisione delle legislazioni sul lavoro che hanno ristretto in modo sistemico i diritti sociali conquistati nel secondo Dopoguerra, frammentando ulteriormente la composizione di classe.

In questo contesto è inevitabile che le lotte esistenti si diano in termini difensivi, come la difesa del posto di lavoro o addirittura le vertenze per “legalizzare” i contratti (come accade spesso nel settore della logistica). Nella logistica, ed in parte anche nel commercio, la frammentazione dei contratti non ha ancora prodotto una polvelizzazione del tessuto operaio. A questo si unisce la composizione migrante del corpo lavorativo che, in termini di sindacalizzazione, favorisce le forze più conflittuali, non essendoci quel legame storico e culturale con i sindacati tradizionali.

In generale ciò che in questo momento produce mobilitazione sono le condizioni materiali ed è indispensabile, partendo da questo assunto, che si creino, soprattutto a livello territoriale, quei legami tra diversi settori sociali e tra le varie realtà conflittuali. I lavoratori vivono sulla propria pelle le contraddizioni dell’attuale modello di sviluppo, legato a grandi opere ed inquinamento, e le lotte che mettono al centro questi temi devono necessariamente entrare sempre di più a far parte di un nuovo lessico operaio.

Allo stesso modo si devono creare intrecci tra le questioni lavorative e quelle che riguardano genere e razza, sempre più importanti all’interno della nostra società, in particolare dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca. Rispetto a questo riteniamo un percorso utile quello che si sta sviluppando intorno allo sciopero globale delle donne, che ci sarà il prossimo 8 marzo e che viene dopo mobilitazioni molto partecipate in tutto il mondo da parte delle donne. Mobilitazioni che, oltre al tema dei diritti di genere, pongono fortemente al centro le questioni sociali e noi stiamo vedendo un grande protagonismo da parte delle nostre iscritte, proprio a partire dai luoghi di lavoro. Il problema che quella giornata pone è come organizzare concretamente uno sciopero che non sia astratto e che sappia essere davvero potente, a partire dal fatto che la mobilitazione non può e non deve riguardare solo le donne.

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