La scuola a pezzi

14 / 10 / 2012

Corpo docente sconquassato: alle superiori quando si studiava l'impero romano ero attratta dai motti latini con cui si sintetizzavano più ampi concetti di governo. Il gettonatissimo “panem et circenesem”, tanto caro alla politica attuale o il più aggressivo “divide et impera” che si sposa bene con quanto sta succedendo nella scuola. Corpo docente sconquassato, diviso, demoralizzato. Sono passate su questo corpo riforme e contro-riforme e il blocco dei contratti dal 2009 fino, si prospetta, al 2015. Su questo corpo si sono alternate metodologie di reclutamento diverse: il concorso nazionale prima, poi soppiantato dalla ssis, anch'essa eliminata e sostituita prima col niente e poi coi tfa ed ora di nuovo torna il propagandatissimo concorsone, siglato Profumo che sventola novità, efficienza ed efficacia ma che si presenta, nudo, con gli stessi parametri del 1999, a quiz e con alcune novità assolutamente anticostituzionali.

Ed ora il ministro Profumo gioca anche la carta delle 24 ore. Sei ore più di insegnamento, e, questa è la grande novità, senza alcun ritorno a livello economico. “Per migliorare la qualità della didattica”. “Perché in fondo 18 ore settimanali sono poche”. “Ce lo chiede l'Europa”. 

C'è chi attraversa stretti a nuoto e chi cavalca la populistica nullafacenza degli insegnanti. La politica (e l'antipolitica) si nutre di populismo.

Le attuali 18 ore settimanali per un insegnante di italiano delle medie inferiori significano almeno tre classi, per un insegnante di lingua inglese, almeno sei e spesso divise in più scuole. Il che significa, con una media di 25 alunni per classe (nelle situazioni più fortunate), rispettivamente 75 o 15o alunni per ogni insegnante. Ogni classe è diversa e necessita di un percorso didattico diverso; preparazione e verifiche, interrogazioni e correzioni. Per chi ama questo mestiere, il lavoro in aula, la “lezione” è il momento più bello: ci sono i ragazzi, il confronto, le domande, la curiosità, e le difficoltà degli alunni certificati che, per i tagli del sostegno, non sono sufficientemente seguiti per un percorso di apprendimento individuale. E c'è la sfida degli studenti stranieri e il problema concreto della facilitazione linguistica lasciato, anche questo, al caso, alla “buona volontà,” ai tempi collaterali della didattica frontale e della programmazione. Sei ore: parliamo, quindi, di tempo, di quanto lavora un docente. Aggiornamento sulla didattica, sulle materie di insegnamento, sulla normativa stessa, adattamento dell'insegnamento alle esigenze del gruppo classe. Come si quantifica questo tempo? Il tanto famigerato “lavoro a casa”, di preparazione, la fortuna del corpo docente che, allo scoccare della campanella può, privilegiato tornare a casa per pranzo... A volte sarebbe più utile poter affrontare didattica e metodologie di insegnamento a scuola, confrontandosi con altri docenti: ma mancano i computer, le stampanti, la carta. Difficile poter preparare materiale didattico senza gli strumenti necessari. Di fatto sei ore di più in classe significano una classe in più da seguire. Per alcune materie significa necessariamente la divisione in più scuole. Di fatto sei ore in più di insegnamento sottraggono tempo e qualità alla preparazione, all'attenzione, alla qualità. Si proporranno stessi percorsi didattici, si riciclerà materiale già usato. Si proporranno verifiche-quiz, più veloci da correggere. Di fatto si riduce il lavoro docente a lavoro impiegatizio, di controllo della classe e di test a crocette. E' un peggioramento e non un miglioramento. E' soprattutto un risparmio: di cattedre in meno, di precari assunti. Di soldi. Perché, senza tanti fronzoli, stiamo di nuovo parlando di soldi e di tagli. 

Un corpo docente, si diceva, sconquassato e diviso: oggi alle materne gli insegnanti lavorano già 25 ore e alle elementari 24 (22 ore di lezione più di due di coordinamento).

Perché non pensare ad un ruolo unico docente con stesso orario (di 18 ore), stesso stipendio (questo sì europeo), stessi diritti: dalla scuola di infanzia alle superiori (e invece oggi alle materne e alla primaria dove lavorano di più sono pagati di meno), ripensando all'insegnamento nella sua complessività, annullando di fatto il “dividi et impera” e riprendendo dal basso la possibilità e l'efficacia di una battaglia unitaria. Perché l'obiettivo è comune. Perché l'insegnamento, la scuola, dal personale ata agli studenti agli insegnanti, sono bene comune.

On line la petizione "La scuola non paga la crisi" per firmare clicca qui

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