La strage climatica

12 / 9 / 2017

Gli eventi catastrofici legati a fenomeni metereologici rappresentano una tragica costante nella storia del nostro Paese, che risulta uno dei più esposti in questo senso tra quelli all’interno del bacino mediterraneo. Quello che si è modificato negli ultimi decenni, ed in particolare negli ultimi anni, è la frequenza con cui gli eventi metereologici si trasformano in catastrofi umane.

Sono due le motivazioni che sottendono a quest’annotazione di carattere statistico, intrecciate in un morboso rapporto dialettico che chiama necessariamente in causa una lettura metascientifica di quanto sta accadendo, in Italia ed a livello globale. La prima motivazione riguarda i cambiamenti climatici che, tra gli altri effetti devastanti che stanno producendo sul nostro pianeta, hanno comportato non solamente una distribuzione differente e più imprevedibile delle perturbazioni nell’arco di un anno solare, ma anche una loro mutata intensità. Il termine “bomba d’acqua”, diventato negli ultimi anni sempre più d’uso comune e traduzione italiana dell’espressione inglese cloudburst (letteralmente esplosione di nuvole), descrive in maniera inequivocabile la pericolosità di questi fenomeni, pur essendo un vocabolo forgiatosi al di fuori della comunità scientifica. 

Numero disastri naturali

(Immagine tratta da  J. Watts, Un futuro pericoloso, Internazionale, 8/14 settembre 2017, n. 1221.)

La seconda motivazione è relativa alla capacità sempre più bassa del territorio di reggere l’impatto di eventi metereologici violenti, soprattutto in aree storicamente meno segnate dalla loro presenza, come il nostro Paese. Grandi opere che hanno strutturalmente danneggiato gli assetti morfologici del territorio, una cementificazione che ha drammaticamente sottratto spazio alla rigenerazione naturale, una scarsa manutenzione idrogeologica segnano i principali tasselli di un modello di gestione incapace di garantire la tutela di persone e cose in situazioni del genere.

L’evento luttuoso di Livorno si inserisce nella tragica saga, riaprendo in Italia il dibattito su calcolo dei rischi e possibilità di prevenzione all’interno di un rimbalzo delle responsabilità, sterile quanto stantio. La disputa politica si innerva così di quella logica emergenziale che abbiamo già visto materializzarsi nella lettura e nella gestione dei recenti eventi sismici e di altri avvenimenti che hanno provocato morte e distruzione nel nostro Paese. Una logica che affronta i problemi in chiave puramente sensazionalistica, impedendo di estrarne la radice sistemica e consentendo la rigenerazione di un modello, di sfruttamento ed impoverimento dei territori in ogni sua forma, che diventa allo stesso tempo concausa e soluzione dello stesso fenomeno. Un paradosso dal quale è difficile sottrarsi se non attraverso la destituzione del modello stesso e la rottura del paradigma dell’insostenibilità.

L’elemento che lega in maniera dialettica gli effetti del climate change con le politiche strutturali di gestione del territorio è legato inesorabilmente all’impatto sempre più violento del modello capitalistico nello sfruttamento e nelle trasformazioni della vita, della natura e dell’ambiente. Le ripercussioni delle attività produttive sul contesto climatico costituiscono un elemento di lunga durata, come analizza antologicamente lo storico  Emmanuel Le Roy Ladurie nel volume Histoire du climat depuis l'an mil, scritto nel 1967. Quello che è accaduto con l’avvento della rivoluzione industriale e l’estensione globale del modo di produzione capitalistico ha completamente stravolto gli equilibri planetari secolari dando avvio ad una nuova era geologica, da molti definita capitalocene[1], in cui la stessa riproduzione biologica della vita rischia di soccombere di fronte all’incessante messa a valore di bios e zoé da parte del capitale.

Se posto al di fuori di queste coordinate il climate change rischia di alimentare solamente il terreno della dissimulazione, diventando un marchio a misura del green capitalism o isola di rifugio per chiunque tenti di eludere responsabilità politiche e strutturali. «È colpa dei cambiamenti climatici» è il coro che si è levato in seguito alle alluvioni che hanno flagellato l’Italia la scorsa domenica. Un coro che, dal presidente della Repubblica Mattarella a Virginia Raggi, sembra più voler camuffare decenni di scelte politiche volutamente errate o insufficienti, che prendere atto del problema nel pieno della sua portata. C’è una tendenza da parte dei media mainstream, come stiamo vedendo in questi giorni in Italia e come sta accadendo negli USA a proposito degli uragani Harvey ed Irma, a spoliticizzare il tema dei cambiamenti climatici. Un problema sollevato in un recente articolo da Naomi Klein, autrice del libro “Una rivoluzione ci salverà”, diventato uno dei capisaldi di una lettura avanzata e meta-tematica del climate change. La Klein conclude così il proprio intervento: « Parlare onestamente di ciò che sta alimentando questa epoca di disastri non è una mancanza di rispetto per le vittime. Anzi, è l’unico modo per onorare veramente le loro perdite, e la nostra ultima speranza per impedire un futuro pieno di innumerevoli altri morti».

In questo senso la questione del clima interroga in maniera profonda il modo di produzione capitalistico, sia nel continuum ininterrotto tra produzione/riproduzione della vita sociale e funzioni fisiologiche e naturali degli organismi, sia nelle capacità del capitale mettere a valore la stessa crisi climatica, attraverso l’espansione di dispositivi come la finanziarizzazione dei beni comuni, i carbon credits, le speculazioni su derivati metereologici, i climate futures. Per questa ragione ci troviamo di fronte ad un paradigma che già da tempo ha sostituito alla contraddizione tradizionale tra capitale e lavoro un’altra che agisce nella complessità delle forme di vita, nelle quali l’ambiente diventa una componente organica nella lotta di classe. Una contraddizione che già alcuni anni fa, con il documento “Apocalisse o rivoluzione”, avevamo individuato come chiave strategica di un nuovo spazio transnazionale di costruzione, organizzazione e generalizzazione dei conflitti. Sono innumerevoli le battaglie che hanno come sfondo il tema ambientale e l’attuale modello di sviluppo. Basti pensare alla nostra penisola ed alla miriade di uomini e donne che si organizzano quotidianamente per contrastare grandi opere, sfruttamento di risorse naturali, devastazioni di intere aree geografiche, piccole o grandi che siano. Compito dei movimenti deve necessariamente essere quello di leggere e ricomporre questo tessuto all’interno di una battaglia globale che diventa ogni giorno sempre più ineludibile. Le occasioni non mancheranno, a partire dalle "Giornate dei movimenti per la difesa dei territori, la giustizia ambientale e la democrazia", in programma a Venezia il 23 e 24 settembre. Qui, su invito del Comitato no Grandi Navi, sono attesi movimenti e attivisti non solo dall'Italia, ma da moltissimi paesi d'Europa.


[1] Per un approfondimento teorico della questione rimandiamo al testo di Jason W. Moore Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell'era della crisi planetaria, la cui edizione italiana è stata pubblicata da Ombre Corte nel 2017

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