La Terza Repubblica che non c'è

28 / 5 / 2018

L’incarico a Giuseppe Conte è durato meno di 100 ore. L’«avvocato degli italiani» ha rimesso il mandato domenica sera, dopo il naufragio dell’ennesima consultazione istituzionale.

Com’è noto, il nome della contesa è stato quello di Paolo Savona, l’economista ottantaduenne che in questi ultimi anni si è contraddistinto per alcune dichiarazioni ad effetto contro la moneta unica e il ruolo  della Germania all’interno dell’Unione Europea. Un nome fortemente voluto da Matteo Salvini, che lo ha preferito addirittura al suo “braccio destro” Giorgio Giorgetti, con Luigi Di Maio che ha giocato il ruolo dell’alleato fedele. Un sostegno quasi amorevole, quello tra i due leader, che ha visto materializzarsi quel bacio disegnato dall’artista palermitano Tvboy prima dell’insediamento delle Camere. 

Lo scontro su Savona è stato emblematico della strumentalità con cui si è evoluta l’intera partita. Sebbene non sia la prima volta che un Presidente della Repubblica esercita i poteri di veto su un singolo ministro, il “caso Savona” ha palesato che la piena compatibilità con gli assetti finanziari continentali è conditio sine qua non per formare un governo nazionale. Non abbiamo scoperto di certo ieri la costante azione di ingerenza della governance europea sulle scelte politiche dei singoli Stati, soprattutto sui temi economici e di politica estera. Ma il modo – estremamente politico –­­ in cui Mattarella ha esercitato la prova di forza accentua nel Paese il sentimento che l’unica possibile via d’uscita rispetto ai diktat europei sia il ritorno alla piena sovranità degli Stati nazione, ai dazi, alle comunità mono-etniche. Un sentimento distorto, che Lega e MoVimento 5 Stelle cavalcano da tempo, ma che da oggi acquisisce un senso politico ancora più forte e – se vogliamo – ancora più reazionario. La carta di un governo tecnico, guidato da “mister spending review” Carlo Cottarelli, con in squadra due professionisti del commissariamento come Tronca e Cantone, non fa altro che alimentare questo clima. 

In questa situazione si sono prodotti due paradossi. Il primo è che Paolo Savona – ex presidente di Impregilo e del Consorzio Venezia Nuova, stenuo sostenitore del Ponte sullo Stretto e del Mose, simbolo del peggior capitalismo Made in Italy – esca fuori come uomo anti-establishment. In realtà, egli stesso ha provato a smarcarsi da questo ruolo che gli veniva cucito addosso quando, con una nota scritta poche ore prima dello stallo definitivo, si è detto pienamente in linea con gli ideali - liberisti - dell’Europa di Maastricht. Il secondo paradosso riguarda il rafforzamento indotto delle posizioni “antieuropeiste” di Lega e MoVimento 5 Stelle, messe in soffitta da entrambi i partiti sia nel corso dell’ultima parte della campagna elettorale, sia nella parte del “contatto di governo” che faceva riferimento all’Europa. A parte una vaga ipotesi di «ridiscussione dei trattati», il contratto non faceva minimamente accenno a temi come l’uscita dall’Euro o dai vincoli del fiscal compact, che pure in passato sono stati cavalli di battaglia delle due formazioni politiche. Del resto, il sovranismo, soprattutto in economia, è pura evocazione all’interno di un contesto globale in cui è il capitale a ridefinire in continuazione le proprie dinamiche spazio-temporali. La vacuità delle misure protezionistiche su acciaio e alluminio varate da Donald Trump, che incideranno per meno del 15% sulla produzione complessiva statunitense, lo dimostrano ampiamente.

Matteo Salvini coglie la palla al balzo e dà inizio alla campagna elettorale ben prima del fallimento delle trattative. Una campagna elettorale in cui – ne siamo certi – la Lega giocherà la carta del nazionalismo in maniera ancora più esplicita e aggressiva. È ormai lecito pensare che la proposta di Savona sia stato proprio l’asso nella manica tirato fuori da Salvini per svincolarsi da un governo presieduto da Conte e dalla lunga negoziazione e puntare subito a elezioni anticipate, conscio del consenso accumulato in queste ultime settimane. A questo punto si apre un duplice scenario: da un lato, dopo aver incassato il «no» di Forza Italia a un governo Cottarelli,  c’è la tentazione di rispolverare – da una posizione egemonica – il centro destra, sbarazzarsi dei grillini e ottenere un mandato senza coabitazioni; dall’altro, c’è la strategia di puntare su un alleanza politica giallo-verde a partire dal contratto di governo stipulato nei giorni scorsi. Dal canto suo, Luigi Di Maio prova a uscire dal ruolo di sparring partner in cui è stato relegato in questi giorni, chiedendo subito l’impeachement per il Capo dello Stato e lanciando una manifestazione nazionale a Roma il prossimo 2 giugno.

I termini con cui è esplosa questa crisi politico-istituzionale dimostrano chiaramente che siamo entrati nella fase del “disequilibrio permanente”, in cui – probabilmente –  rimarremo per lungo tempo. In tanti e tante hanno utilizzato la metafora gramsciana dell’interregno per orientarsi all’interno di uno scenario in cui i liquidi assetti del processo di dismissione dello Stato di diritto si intrecciano con la fragilità del quadro politico nazionale. Parafrasando Massimo Cacciari, non c’è nessuna Terza Repubblica in atto, nessun “nuovo ordine” in grado di sostituirsi organicamente a quello precedente.

In questi novanta giorni che ci separano dal voto del 4 marzo, il “momento populista” è giunto al suo culmine. Prova ne è stata il “contratto di governo” tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, elevato a «vero premier» dal leader pentastellato. Le trattative sono state condotte per intero all’esterno degli ambiti tradizionali della rappresentanza e gestite in forma personalizzata dai due Capi Politici. In poche parole, la crisi della rappresentanza novecentesca che ha sfiduciato i partiti tradizionali identificati con l’establishment cade nel suo paradosso, ovvero nella riaffermazione in chiave individualista delle forze partitiche. Lo sgretolarsi del ruolo delle sezioni locali e del portato valoriale delle ideologie di partito non ha indotto l’elettorato a cercare nuove forme di partecipazione politica allargate, bensì a rifugiarsi nella figura rassicurante del leader-padre. Secondo questa logica, l’importante è che a decidere siano i “salvatori” tramite cui il popolo stesso si è dato un’identità a partire da un nemico comune (gli italiani contro i tedeschi, i mercati, la finanza, i migranti; il popolo sovrano contro le istituzioni corrotte come la Presidenza della Repubblica). «Vox populi, vox dei»: nessun altro è titolato a parlare al posto dei leader, non esistono mediazioni, scontri o confronti di sorta.

L’ipotesi del contratto ha dimostrato altresì l’estrema fragilità delle due forze politiche nel misurarsi con il pragmatismo dell’ipotesi governativa. Una fragilità che ha messo a nudo le tante contraddizioni di chi è costretto a fare sintesi tra l’evocazione nazional-populista e la continuità neoliberale. In ogni caso, per il momento, i due populismi “concorrenti” incarnati da Salvini e Di Maio vedono ampliare il proprio bacino di consensi, animando il lato di speranza che nasce dalla consapevolezza diffusa della crisi irreversibile di un ordine costituito. La speranza verso un “futuro” che assomiglia molto più a un ritorno al passato “idilliaco”, in cui il welfare e i diritti del secolo scorso garantivano un minimo di mobilità sociale (nel migliore dei casi, ovviamente). A modo loro, i penta-leghisti hanno promesso una redistribuzione della ricchezza in salsa nazionalista, ben marcando le linee dell’esclusione sulla base dell’etnia, del genere e dell’etica del lavoro. Non solo il contratto di governo non affrontava le nuove forme di sfruttamento e precarietà, ma lasciava completamente fuori i migranti, ribadiva il ruolo della donna come madre e un concetto di famiglia tradizionale, introduceva un reddito d’inserimento tutto basato sul ricatto del lavoro e sul regalo di manodopera alle imprese, tutelava i  grandi patrimoni con la flat tax.

Lasciando che Renzi faccia indigestione di pop-corn e che tutta la sinistra istituzionale si specchi nelle gesta di Mattarella, i movimenti devono irrompere sulla scena e spezzare l’orizzonte binario che si sta delineando in questa contrapposizione tra élite, che siano nazionali o provengano dalla governance europea. La dicotomia tra liberismo e sovranismo, in realtà molto più liquida di quanto appare nel dibattito politico, si può battere solo a partire da processi di organizzazione e mobilitazione “intersezionali”. Questi diventano indispensabili sia per un’inclusione universale del corpo sociale, considerando la posizione particolare di ciascuno/a, sia per debellare l’attaccamento alla leadership paternalistica e spostare (davvero) verso il basso i processi di decisione, spazzando via il germe populista del leader paterno alla radice. Sarà un processo lungo e faticoso, ma è l’unica strada che rimane se vogliamo evitare semplici soluzioni che passino per sovranismi di varia natura, ricostruzione partitica di una fantomatica “sinistra” o l’attesa messianica dell’esplosione sociale spontanea. Un processo che dovrà sempre di più essere in grado di articolarsi tra i territori locali e il piano europeo, per compromettere la morsa del debito e della competizione capitalistica in tutte le sue articolazioni.

La nuova speranza che i movimenti di cambiamento radicale possono infondere deve collocarsi su questo piano, costruendo passo dopo passo nuovo, possibili scenari di complicità tra tutti e tutte i subalterni.

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