La vicenda di Aldo Milani - Vecchie e nuove forme di comando sul lavoro

10 / 2 / 2017

Molto è stato detto sulla vicenda di Aldo Milani e sulla macchinazione padronal-giuridica-poliziesca atta a screditare il sindacalismo di base a partire dallo straordinario ciclo di lotte nel settore strategico della logistica. Non è la prima, non sarà l’ultima: accade quando la lotta di classe e le organizzazioni autonome dei lavoratori attaccano i nodi nevralgici della circolazione-riproduzione del capitale, inceppano la mega-macchina produttiva della catena globale dello sfruttamento, rivendicano con la lotta dignità, diritti e salario rompendo con la falsa dialettica “servo-padrone” e ristabilendo i termini dell’antagonismo radicale ed inconciliabile tra lavoro e capitale. Va da sé la catena di comando delle oligarchie dominanti, i potentati politico-economici, siano essi liberisti o protezionisti poco importa, reagiscano con tutti i mezzi della guerra di classe, dalla repressione alla guerra sporca, con la legislazione sul lavoro e la provocazione, la macchinazione poliziesca, la manipolazione mass-mediatica. L’unica via per i proletari e le classi subalterne è quella dell’organizzazione, come diceva Lenin,  e quella di «rispondere colpo su colpo», per citare i dirigenti degli IWW.

Non è un caso che ritorni alla memoria, come una sorta di flash-back, proprio la straordinaria esperienza dei wooblies e del sindacalismo rivoluzionario statunitense dei primi decenni del ‘900, i combattenti della working class, Elyzabeth Flynn, dirigente  IWW e femminista, Carlo Tresca, Quinlan, Heywood, tanto per citarne alcuni.

Tra il 1861 e il 1910 arrivarono negli usa ben 23 milioni di immigrati dall’Europa nord-occidentale, meridionale, ed orientale. Un crogiuolo di etnie diverse, differenti stili di vita,  che si sono assommati alle comunità dei neri nel post-schiavismo e dei nativi americani espropriati delle loro terre e relegati nelle riserve. Un concentrato di contraddizioni di classe, di razza, di genere, che permangono nella contemporaneità post-fordista e neoliberista, non solo negli USA. La forza lavoro di questa moltitudine imponente, piegata allo sfruttamento selvaggio del capitalismo rampante, sottomessa alle spietate leggi dell’accumulazione e valorizzazione del Capitale, era flessibile, mobile, precaria, senza diritti, salari da fame, orari impossibili. Il ritorno attuale di questo immaginario, pur nelle differenza del contesto storico, offre comunque delle potenti suggestioni.  La storia non è un  processo lineare, una temporalità indefinitamente progressiva come nel positivismo, oppure una successione dialettica di stadi come in Hegel o nel marxismo deterministico: procede per rotture, discontinuità, balzi in avanti e ritorni ciclici, seppure ricombinati in forme sempre nuove e diverse. Così accade che il passato proietti ancora le sue ombre nel presente: il passato dura nel fluire del tempo, nelle sue stratificazioni più profonde, ma non per questo meno attuali. Henri Bergson spiega con due famosi esempi questo concetto di  durata: il gomitolo e la valanga.

Nel gomitolo si aggiunge nuovo filo su filo, esso si amplia sempre di più, ma ciò non significa che il primo filo scompaia; così come la valanga accumula neve su neve, ma ciò non vuol dire che la prima neve svanisca.

Le lotte degli IWW si incarnavano in quella composizione di classe immigrata, così variegata e frammentata: scioperi tra i lavoratori alberghieri, dei grandi magazzini, minatori, lavoratori nell’industria della seta. Una straordinaria ibridazione di etnie, linguaggi ,culture diverse unificate nelle rivolte e negli scioperi.  Contro gli IWW furono usati tutti i mezzi: la violenza della polizia, i famigerati agenti di Pinkerton, crumiri organizzati e sindacati gialli, provocazioni e montature sostenute dai media, tra cui l’accusa ai sindacalisti rivoluzionari di intascare soldi tramite lo strumento dello sciopero! 

Le suggestione e le analogie con il presente della globalizzazione neoliberista non ci sfuggono, pur nelle differenze storicamente determinate: pre-fordismo e post-fordismo sembrano avere tratti in comune, così come nella sussunzione reale si conservano tracce dell’accumulazione originaria: sfruttamento selvaggio di una forza lavoro “servile”, senza diritti, piegata ed assoggettata alla mega-macchina della circolazione produttiva, segmentata e gerarchizzata per linee etniche, razziali, di genere, di reddito. Il salario strutturato e regolamentato dal “compromesso” fordista –keynesiano tra capitale e lavoro salta  completamente, così come viene smantellato il welfare e tutte le forme di salario indiretto. La rottura della dialettica tra capitale e lavoro nel post-fordismo ha bisogno di sempre nuovi approfondimenti, apre uno scenario ricco di molteplici possibilità per la lotta di classe nelle sue forme più radicali, costringe a ripensare e ri-adeguare l’organizzazione soggettiva ai livelli dello scontro, in cui scompaiono sempre più i termini della mediazione. Ogni trattativa diventa così rapporto di forza, tentativo di imposizione unilaterale del punto di vista di classe, intreccio indissolubile tra «guerra di posizione e guerra di movimento», come direbbe Gramsci, con uno sguardo non solo proiettato al futuro, ma che ri-comprende e ri-vivifica la storia delle lotte operaie, dei movimenti di liberazione di tutte le epoche, il loro immenso patrimonio di forme organizzative, in nome della dignità, della libertà, dell’umanità. 

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