L'Adunata Nazionale degli Alpini, tra elogio alla militarizzazione del sociale e consenso alla legittimazione della violenza di genere

di E.b.
20 / 5 / 2018

Nelle giornate immediatamente successive alla 91esima adunata nazionale degli Alpini tenutasi a Trento stanno prendendo spazio nel discorso pubblico, e raggiungendo i media nazionali, varie denunce di donne che hanno vissuto la città durante l'evento e subito varie forme di violenza machista. Non una di Meno Trento riporta e diffonde alcune testimonianze di donne che raccontano le molestie subite, il senso di insicurezza percepito nel percorrere le vie della città, gli sguardi e i complimenti viscidi ricevuti.

NUDM Trento ha il merito di aver fatto saltare il tappo della schizofrenia e dell'ipocrisia istituzionale trentina che si è ben guardata dal prendere posizioni chiare su questi ignobili gesti. A parte qualche donna che riveste un ruolo istituzionale, le principali “autorità” provinciali sono state silenti nei confronti degli episodi sessisti e razzisti.

Sono molte le lenti che ci aiutano a capire cosa è avvenuto e questa presa di parola collettiva delle donne raffigura in modo plastico come l’oggettivizzazione dei corpi delle donne non sia stato un caso isolato, solo ascrivibile a qualche singolo sotto l’effetto di sostanze alcoliche; tra gli aspetti che vanno ulteriormente indagati vi è certamente quello del neo-colonialismo del maschio etero e bianco. Ce lo ricorda la lettera della lavoratrice pubblicata su Melting Pot cosa significa e come ci si sente ad «essere donna e mulatta in tempi di adunata». Lei scrive: «Mi sono sentita ingiustamente violentata ed impotente, violentata dagli sguardi, dai commenti sessisti, dalle palpate, dall’esotizzazione continua del mio corpo trasformato in oggetto sessuale che risveglia profumi di violenza tropicale, nostalgie coloniali». Appare perciò evidente che le giornate dell’adunata hanno messo di fronte alle persone che compongono, attraversano e animano abitualmente la città di Trento una parentesi in cui “tutto” fosse permesso e legittimato dalla retorica nazionalista e militarista.

Un contenitore che racchiude diverse dosi di darwinismo sociale, suprematismo bianco e misoginia. Un contenitore ermetico dove i corpi delle donne, soprattutto se non autoctone, vengono toccati per primi e in maniera diretta.

Nel caso dell’adunata della scorsa settimana, possiamo citare i casi più eclatanti come l’iniziativa di un locale che invitava a lanciare birra sull’alpina che si preferiva o gli innumerevoli casi di molestie e atteggiamenti sessisti e xenofobi. Sta di fatto che l’ANA (Associazione Nazionale Alpini) prometteva querele per diffamazione a NUDM (“colpevole” di screditare il nome saturo di “onore” degli alpini) per poi tentare goffamente, visto l’immenso risalto locale e nazionale della vicenda, di ripulire la propria immagine. Lo fa a modo suo sostenendo che “l’alpina bagnata” sia la trovata pubblicitaria inopportuna di un locale, che le molestie non siano state compiute da alpini bensì da “infiltrati”. Nulla a che vedere con il vero DNA alpino, secondo il loro parere, i cui “valori” sono stati espressi dal palco di Piazza Dante: “patria e famiglia”. Che dire, se non che si tratta dell’ennesima speculazione sul corpo femminile -condita da un’asfissiante retorica nazionalista- in cui lo svolgimento della sua funzione procreativa viene considerata nientemeno che un’obbligazione naturale?

Non c’è alcuna presa di distanza reale dal grave clima di sessismo che è esploso durante quei tre giorni in quanto permane sempre e comunque la concezione della donna quale soggetto violabile e oggetto di dominio, costretta nella postmodernità occidentale in ruoli tanto molteplici quanto precari: lavoratrici sottopagate o che non riescono a fare carriera, madri part-time e sexy mogli in lotta con gli stereotipi di donna-oggetto proposti dal body-merchandising televisivo.

Altrettanta indignazione va inoltre espressa rispetto a un'ulteriore violenza perpetrata in quelle giornate, (strettamente intersecata alla prima): parliamo della cittadella militare gestita dagli alpini e promossa dalla stampa locale come «un luogo pensato da un lato per esporre mezzi ed equipaggiamenti in dotazione ai vari reparti degli alpini, dall’altro per permettere di fare esperienze avvincenti e interessanti a bambini e adulti». Tale marketing militare è stato perfino veicolato dal sito rivolto alle famiglie “Trentino dei bambini”: la cittadella degli alpini, ricca di equipaggiamenti militari ed armi, gremita di bambini intrattenuti dai militari, è il modo con cui l'azienda-esercito deve imprimere il militarismo fin da piccoli.

È necessario pertanto interrogarci sull’origine dell’accettazione, integrazione e l’esaltazione di corpi militari all’interno di molteplici sfere della società liberal-democratica occidentale.

Da alcuni anni infatti, diversi corpi militari si stanno radicando in maniera sempre più incisiva all’interno di un contesto che non è affatto quello della guerra, bensì li ritroviamo collocati all’interno di molteplici scenari che vanno dalla formazione universitaria, all’associazionismo di base, alla tutela dell’ordine interno.

Li troviamo nelle strade, tra le cattedre universitarie. Li rivediamo nei contesti di cosiddetta “emergenza” (legata ad esempio alle calamità naturali) o come diretta espressione dell’apparato securitario messo in moto in seguito alla minaccia terrorismo.

«La paura determinerà la politica europea e internazionale dei prossimi anni» ci ha ricordato Minniti.

Non è pertanto una sorpresa che all’interno del mondo della formazione stiano aumentando esponenzialmente attività di avvicinamento degli studenti all’ambito militare e all’esercito attraverso corsi di laurea, master, collaborazioni tra istituzioni universitarie, forze armate e aziende che operano nel settore della difesa e della sicurezza sia in ambito tecnologico-scientifico sia in ambito umanistico.

Le spiegazioni in merito a questo “entrismo” ce le forniscono loro stessi.

All’interno di “Peace-keeping, pace o guerra? Una risposta italiana: l’operazione Ibis in Somalia” il generale dell’Esercito Bruno Loi riscontrava attriti e diffidenza fra le ONG presenti sul territorio nei confronti dei militari all’interno dei contesti di guerra. Questa semplice considerazione è alla base di un progetto ben più articolato che prende il nome di CIMIC (Civil Military Cooperation) in cui, come esplicitato sul sito del Ministero della Difesa, si ribadisce la necessità di sviluppare un rapporto strutturato tra esercito e operatori civili nei contesti di guerra al fine di gestire ogni aspetto del conflitto. In questo modo l’obiettivo è far sì che le ONG o i diversi operatori umanitari sviluppino un ruolo funzionale alla presenza militare e si eviti un’eventuale contrapposizione o eccessiva autonomia degli stessi.

Si verifica una sorta di fusione in cui da un lato si spinge affinché persone non appartenenti al mondo militare si avvicinino ad esso in modo collaborativo, dall’altro si cerca di fornire alle forze armate tutti gli strumenti culturali necessari.

Tale sinergia fa in modo, di conseguenza, che gli interessi del corpo militare non vengano ostacolati dalle azioni di addetti al settore della cooperazione.

In un contesto bellico conoscere in modo approfondito la cultura del nemico è fondamentale per dare ai soldati la chiave di accesso per la loro accettazione presso la popolazione occupata, oltre che avere possibilità di elaborare strategie di guerra più incisive ed efficaci.

Ma qual è il nesso tra la gestione dei conflitti internazionali e la militarizzazione dei contesti civili e democratici?

Negli ultimi vent’anni le Forze armate hanno assunto un ruolo crescente nella funzione di tutela dell’ordine pubblico accanto alle Forze di polizia. Inizialmente partito da un utilizzo limitato alle sole situazioni di emergenza, si è esteso a fattispecie ordinarie come il contrasto alla microcriminalità nelle aree urbane.

Un riferimento doveroso va fatto a “Urban Operation in the year 2020”, uno studio risalente ai primi anni del 2000, in cui 7 paesi della NATO hanno aggiornato le proprie politiche e le proprie tattiche militari al fine di poter controllare e gestire le situazioni di conflittualità interna aggravate dalla crisi economica, in primis il contenimento di rivolte urbane portate avanti dalle fasce di popolazioni più marginalizzate.

Per quanto riguarda il contesto italiano, la cessazione del servizio di leva obbligatorio ha portato a una netta ridefinizione della figura del militare in quanto professionista della guerra e della sicurezza interna in caso di emergenza. Basti pensare al loro coinvolgimento nelle grandi catastrofi naturali in cui svolgono la funzione di “soccorritori” nello spostamento delle macerie o del fango: stipendiati dallo Stato svolgono il lavoro di operai alle dirette dipendenze dei ministeri, ma al contempo svolgono un ruolo di disciplinamento del territorio. Ovviamente i media mainstream non mancano in queste occasioni di immortalare la figura del militare-eroe, contribuendo a costruire attorno ad esso un vero e proprio culto della personalità con tutte le conseguenti ripercussioni a livello sociale, tra esse una sorta di egemonizzazione del mondo associazionistico e solidale declinato su base nazionalistica e militare.

L’Esercito Italiano conduce inoltre l’Operazione “Strade Sicure”, su territorio nazionale, ininterrottamente dal 4 agosto 2008.

Il testo di legge, nel dettaglio, prevede che: «Per specifiche ed eccezionali esigenze di prevenzione della criminalità, ove risulti opportuno un accresciuto controllo del territorio, può essere autorizzato un piano di impiego di un contingente di personale militare appartenente alle Forze armate». Dopo numerose proroghe la 'militarizzazione' delle città non è mai terminata. Da una situazione di emergenza temporanea, la presenza dell'Esercito è diventata la normalità. Citando il sito del Ministero della Difesa «sono stati assegnati ulteriori compiti legati a particolari esigenze di sicurezza del territorio. Tra questi: la sicurezza dei cantieri dei treni ad alta velocità (TAV) in Torino e Val Susa».

Alla base di tutte queste norme c’è l'art. 4 della legge 22 maggio 1975 n.152, grazie al quale le Forze Armate, rientrano tra gli Agenti di Pubblica Sicurezza. Di conseguenza è concesso loro di effettuare operazioni di polizia come identificazioni, perquisizioni e di trattenere fino all'arrivo delle forze di polizia (giudiziaria), pur mantenendo un notevole grado di autonomia.

La riflessione che ne può scaturire, partendo dal presupposto che il ruolo classico dell’istituzione esercito è quello di difendere la sicurezza e gli interessi nazionali con le armi all’interno di un contesto bellico, è quella che il loro dispiegamento nel contesto nazionale prefiguri, almeno a livello simbolico, la presenza di uno stato di guerra interna che implica inevitabilmente la presenza di un nemico non neutralizzabile nell’immediatezza.

Il nemico assume i connotati del povero, dell’immigrato, dei movimenti e di conseguenza vengono attuate strategie di guerra su più livelli per contrastarlo. I militari, anche dove non sono presenti fisicamente, in ogni caso sono lo spettro da agitare per determinare tutto ciò.

È proprio il caso di Trento, dove il Consiglio Comunale ha deliberato il divieto assoluto di chiedere l'elemosina, mentre l'opposizione leghista chiede a gran voce l'esercito nelle vie della città. Oppure lo vediamo a Bolzano, la città più ricca d’Italia, dove a 13 anni si muore di non accoglienza e gli sgomberi dei giacigli dei poveri sono all’ordine del giorno. Lo vediamo nel Mediterraneo dove le ONG che non accettano la militarizzazione del mare vengono continuamente criminalizzate, sabotate, attaccate.

Termini come “ordine” o “sicurezza”, sono ritornati alla ribalta in maniera sempre più insistente e aggressiva, utilizzati per indurre le popolazioni, soprattutto nel caso delle donne, a sentirsi delle potenziali vittime e a delegare quindi la propria incolumità a un’entità superiore. Questo discorso è funzionale ad alimentare la paura e a generare un bisogno di sicurezza di cui lo stato si fa l’unico garante, fallendo per giunta miseramente. Una strategia paternalista la cui espressione è rappresentata da un aumento esponenziale del controllo sociale, della militarizzazione dei territori e della speculazione sulle nostre vite.

È fondamentale pertanto ridefinire il concetto di autodeterminazione nei termini di rabbia, ribellione e liberazione rafforzando un immaginario tutt'altro che passivo: ce lo dicono chiaramente le mobilitazioni delle donne e di tutte le soggettività altre, dall'Argentina a tutti i paesi coinvolti dallo sciopero internazionale dell’8 marzo: inserirsi dentro lo spazio fisico e mediatico che ci vogliono sottrarre, far evolvere queste fratture,  trasformare l’indignazione e la presa di parola collettiva e riversarla nelle strade: autodeterminazione, ribadiamo, non gentile concessione.

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