L’agorà di Taranto, la questione meridionale, la regione euro-mediterranea

13 / 8 / 2012

In alto, nel cielo di Taranto,come succede da queste parti oramai da cinquant’anni, i bagliori rossastri degli altiforni velano l’orizzonte di una venatura sanguinolenta. Più in basso, invece, una striscia grigia, la cappa di fumi e polveri, si alza sulla Città dividendo i suoi abitanti dal sole.

Il clima di queste “Giornate” poi, non è solo quello torrido tipico delle estati in riva allo Ionio, ma è quello ben più incandescente, che sembra possa sfociare, da un momento all’altro, nella più grande tensione sociale che abbia mai vissuto una città italiana nel dopoguerra, con un’opinione pubblica profondamente frammentata, spaccata, divisa, incline ad incendiarsi facilmente.

Di nuovo, invece, sotto il cielo di Taranto, c’è anche una inedita abitudine alla discussione, al confronto collettivo, allo scambio di esperienze e di proposte. Da due settimane a questa parte, dapprima la storica piazza della Vittoria, nel centro cittadino, e successivamente alcune piazze del quartiere Tamburi - un luogo in cui le case e gli edifici sono tinteggiati “naturalmente” di un colore strano, rosso scuro, quello della ruggine - sembrano essere diventate quelle che nell’antica Grecia, circa duemila anni fa erano le Agorà, i luoghi della democrazia per antonomasia, quelle che erano le sedi delle assemblee dei cittadini che vi si riunivano per discutere i problemi della comunità, e decidere collegialmente sulle leggi da approvare e far rispettare.

Le assemblee pubbliche promosse dal “Comitato operai-cittadini liberi e pensanti”, hanno in questo senso la sfida ambiziosa di costruire l’alternativa. Di poter decidere, da ora in avanti, le sorti ed il futuro della comunità tarantina. Per ora hanno avuto certamente il merito di aver portato la gente a parlarsi, a raccontarsi le storie di inquinamento di cui sono vittime, le malattie terribili che ogni giorno, donne ed anziani, bambini ed operai scoprono di avere.

A Taranto queste agorà, queste piazze sono diventate ormai luoghi della contaminazione, dove i cittadini si conoscono, si confrontano, discutono. Come nei “Dialoghi” di Platone, in cui i diversi protagonisti si rincorrono di giorno in giorno, dando vita ad una discussione su tutti gli argomenti, dall’amore alla virtù, dal governo alla giustizia. Quelle discussioni illimitate in cui Habermas ha visto i fondamenti di legittimità delle istituzioni della democrazia moderna, indispensabili per riequilibrare le nostre società, in cui ogni forma di comunicazione appare colonizzata dal profitto. Ed è questa probabilmente, la sfida più grande che le dieci giornate di Taranto ci consegnano: la costruzione di una nuova democrazia in quella città al centro del mediterraneo, sede dell’omonimo golfo, dove il volto urbanistico ha assunto, negli anni, quell’aria devastata dei posti senza identità, dove si è fatto piovere cemento a casaccio sul territorio, con grande attenzione al valore di mercato delle aree e alle conseguenti lottizzazioni. Dove si sono impiantate fabbriche inquinanti di ogni tipo a ridosso dei quartieri. E non si è avuto nessun rispetto per la vita e la salute stessa dei suoi abitanti.

Poi capita invece, che in quelle stesse piazze, in quegli stessi luoghi, in questi stessi giorni, si rivivano incubi che consideravamo passati alla storia. Le scene dei primi anni ’90, quelli della guerra di mala. Agguati e sparatorie: sette, solo nell’ultimo mese. L’ultimo episodio, al quartiere Tamburi, due giorni fa. Tre persone ferite da colpi di kalashnikov. Frammenti di quel Sud che ha bisogno certo di essere raccontato, ma anche di essere estremizzato, isolato nel tempo e dallo spazio, condannato per sempre all’eternità, espulso per sempre dalla storia.

E allora ricordi che in fondo Taranto, nelle sue infinite contraddizioni, e nella sua enorme complessità, è pur sempre simile a quei posti del sud, del sud dell’Europa. Una metropoli simile a Napoli, Genova, Marsiglia, con il suo dedalo di vicoli segnati dal quel tipico fortore di pesce, quell’atmosfera accarezzata da quel tipico vento di scirocco che invita all’indolenza, ma anche con l’infinita generosità della gente di mare che la abita. Che ora merita di essere ripagata per aver sacrificato la loro stessa salute in nome dell’ interesse nazionale. Ora Taranto ha bisogno di una nuova storia, di una nuova ricollocazione al centro della regione euro-mediterranea, quella vocazione che le apparteneva quando era la capitale della Magna Grecia. Ha l’urgenza di ripensare quel “mare tra le terre” come una connessione capace di varcare la prima modernità dell’epoca degli stati nazionali. Riformandone lo sguardo non per una conquista banale del centro, ma anzi per valorizzarne il suo statuto di confine, di interfaccia e mediazione tra i popoli. Non si tratta di assegnare quel mare a qualcuno, bensì di costruire a partire da quel mare che storicamente è stato fondamentale per lo sviluppo di tante, importanti civiltà, l’alternativa economica, ambientale per una città come Taranto, che se vorrà salvarsi dovrà osservare anche nel lungo periodo modelli, paradigmi, schemi di ragionamento, che le consentano di uscire dalla monocultura dell’acciaio, dalla subalternità in cui appare sprofondata.

Le stesse esperienze di riqualificazione industriale in Europa, fatte sul serio, non certo come la bonifica di Bagnoli, a Napoli, l’area dell’ex siderurgico che aspetta dopo vent’anni ancora i soldi della bonifica, non mancano. Si pensi a quello che è ancora il paese più industrializzato di tutti, la Germania, dove negli anni Ottanta è stato messo a punto il piano di riconversione dell’area della Ruhr, la storica regione in cui insistevano enormi bacini minerari e impianti siderurgici. Quel piano di bonifica vide l’intervento diretto dello Stato e delle autorità dei Lander con una serie di finanziamenti straordinari, ma soprattutto con l’attivazione dei fondi europei, per un costo complessivo superiore ai 2 miliardi di euro. Alcune città che al tempo della Ddr, erano le capitali della siderurgia tedesca, hanno ora cambiato completamente veste. Dortmund, ad esempio, è divenuta capitale europea della cultura nel 2010. In quella città la cokeria, il luogo di produzione siderurgica più inquinante, dismessa nel 1992, è stata trasformata in un percorso museale. E cos’è L’Ilva di Taranto, se non un perfetto esempio di archeologia industriale, che nel bene e nel male, ha segnato la storia dell’Italia nel dopoguerra?

Il ricatto a cui sono sottoposti i cittadini di Taranto e i lavoratori dell’Ilva, il dilemma devastante, “reddito (cioè salario) o salute”, la scelta tra la vita e la morte, è nient’altro che il riflesso di quell’avidità ed egoismo proprietario che si sono impossessati dell’economia e della politica. Che ha prodotto un disastro ambientale e sociale richiamando i principi di una globalizzazione neoliberista, senza freni e senza etica. Quel che un movimento altermondialista, da Seattle (nel 1999), a Genova (2001), da Porto Alegre e Firenze (2002), represso nel sangue, denunciò in anticipo, fornendo al contempo le soluzioni. Come ad esempio l’introduzione delle clausole sociali e ambientali negli scambi internazionali, gli obblighi per le imprese di riconvertire le produzioni inquinanti, la confisca delle aree compromesse per sempre. Ora a Taranto spetterebbe alle scienze economiche e sociali trovare i modi e le forme con cui creare le necessarie ricchezze monetarie senza intaccare i sistemi biologici, senza compromettere le vite dei lavoratori dentro e fuori le fabbriche. Come scrive giustamente il professor Rodotà: “quando l’attività d’impresa viene organizzata prescindendo dal fatto che la sicurezza dei lavoratori è un obbligo giuridico e un dovere collettivo, sono sempre devastanti le conseguenze umane e sociali. Sempre più spesso i lavoratori sono vittime dei ricatti, dell’ occupazione a qualsiasi prezzo, anche della vita. Con sacrificio della libertà, come è accaduto con il referendum di Mirafiori sovrastato dalla minaccia della chiusura della Fiat. O con sacrificio della vita, come accade con la minaccia di chiusura dell’Ilva.

Una logica, una catena, quella della vita che vale in modo diverso nelle diverse aree geografiche di un mondo dominato dagli interessi del profitto, dell’accumulazione, dei rendimenti del capitale, da spezzare. Come? Queste giornate indicano la strada. Il 2 Agosto ha segnato la via. Perché quel tumulto è un rivelatore di eccedenza, oltre che di resistenza all’oppressione. E’ il desiderio di alternativa, è la ricostruzione della democrazia. Duemila anni dopo, quelle agorà, potranno contribuire alla risoluzione di una nuova questione meridionale. Ponendo Taranto allo stesso tempo al vertice di una nuova regione euro mediterranea, lì dove fecero un deserto chiamandolo pace.

*giornalista, attivista Okkupy Archeo Tower

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