Lampedusa - Aprite quella porta

Confini - Rubrica a cura di Paolo Cuttitta, Vrije Universiteit di Amsterdam

8 / 10 / 2013

L’ultima tragedia consumatasi nel mare di Lampedusa, con la coda delle due petizioni aperte alla firma (una per candidare Lampedusa al premio Nobel per la pace, l’altra per l’apertura di un corridoio umanitario), fornisce lo spunto per una riflessione sul ruolo della retorica dell’umanitarismo e dei diritti umani nelle politiche migratorie.

Si tratta, in effetti, di un ruolo importante; in primo luogo perché criteri umanitari sono alla base delle distinzioni canoniche tra profughi e migranti economici, tra migrazione forzata e migrazione volontaria. L’umanitarizzazione di una categoria – il riconoscimento del diritto di determinati individui all’asilo – finisce quindi per tradursi nella condanna più netta degli altri, di quelli ai quali i criteri umanitari non si applicano. La linea del confine tra “profughi” e “clandestini”, insomma, è tracciata con la matita umanitaria (una matita, in effetti, e non l’inchiostro, perché i confini di status degli stranieri sono per definizione effimeri, devono potersi cancellare e ridisegnare continuamente). L’esigenza di tutelare i diritti umani dei migranti – individuando chi ha diritto all’asilo, in modo da garantirglielo – può quindi essere utilizzata per giustificare misure più restrittive nei confronti di chi a tale diritto non può aspirare, fino a legittimare la stigmatizzazione dei “clandestini”. È il principio tante volte affermato dai nostri governanti: accoglienza per i meritevoli di protezione, pugno duro per gli irregolari.

L’umanitarismo basato sul rispetto dei diritti fondamentali, però, serve anche a occultare politiche che di umanitario hanno ben poco. Nel periodo 2006-2008, per esempio, la trasformazione di Lampedusa da base per i respingimenti verso la Libia a luogo di accoglienza e smistamento dei migranti verso altre strutture italiane, e la partecipazione di organizzazioni umanitarie alla gestione degli sbarchi, determinano un cambiamento netto: sull’isola i diritti fondamentali dei migranti sono sostanzialmente garantiti. Poiché Lampedusa funge ormai da tempo da palcoscenico principale per lo spettacolo delle politiche migratorie, la situazione umanitariamente accettabile instauratasi sull’isola finisce per assolvere le politiche migratorie nel loro insieme. Ma si tratta di quelle stesse politiche che, dietro le quinte del palcoscenico lampedusano, vedono il governo Prodi porre le basi per violazioni tanto atroci quanto invisibili all’opinione pubblica. Lo stesso governo che umanamente gestisce gli arrivi a Lampedusa garantendovi il rispetto dei diritti umani si profonde infatti in sforzi estremi, rafforzando la cooperazione con i regimi tunisino e libico, per evitare che le persone partano dalle coste nordafricane, lasciando che siano i carcerieri libici a violare i diritti dei migranti. Sarà così più facile impegnarsi a non violare quelli di quei pochi che arrivano a Lampedusa.

Un altro uso strumentale dell’umanitarismo è il riferimento non al rispetto dei diritti umani dei migranti da parte degli attori dei controlli ma alle violazioni dei diritti umani dei migranti commesse da chi i controlli cerca di eluderli. Quante volte abbiamo sentito i nostri governanti puntare l’indice contro le organizzazioni criminali che lucrano sulla pelle dei migranti organizzando i viaggi e poi sequestrando i migranti, sfruttandoli, derubandoli, ricattandoli, e infine mandandoli a morire nelle traversate! Quante volte abbiamo sentito dire che, per evitare tutto ciò, bisognerebbe intensificare la lotta alle migrazioni irregolari, e quindi ai trafficanti! L’umanitarismo, in questo senso, giustifica i controlli non solo perché i controlli sono svolti (almeno apparentemente) nel rispetto dei diritti umani, ma anche perché i controlli prevengono violazioni dei diritti dei migranti da parte di terzi. Da Pisanu ad Amato, da Berlusconi a Maroni, tutti hanno fatto ricorso a questo argomento, dimenticando due particolari. Il primo è che il rapporto tra queste politiche di controllo delle frontiere e il business dei viaggi irregolari non è come quello tra l’uovo e la gallina. Qui è evidente che sono le politiche proibizioniste ad avere creato le condizioni perché si sviluppasse l’offerta di attività irregolari. Il secondo particolare è che i migranti sono spesso ben consapevoli dei rischi che corrono, come testimoniano tante storie individuali di persone che, dopo essere state respinte dall’Europa al di là del Mediterraneo, non esitano a riprovarci (e a volte trovano la morte alla seconda, terza o quarta traversata).

Tutti questi sono esempi di un umanitarismo esplicitamente legato ai diritti umani, che si potrebbe definire “legalistico”. Oltre a questo, però, c’è anche un altro umanitarismo, che si potrebbe definire “extralegalistico”, poiché collocabile al di là della legge. Essendo meno evidente, esso rischia di risultare più ambiguo del primo.
Nel 2004, per esempio, è assegnata al comune di Lampedusa e Linosa la medaglia d’oro della Repubblica al merito civile. Nelle motivazioni per il conferimento dell’onorificenza si legge: “l’amministrazione comunale affrontava ed offriva un lodevole contributo al superamento delle innumerevoli difficoltà legate all’ondata degli sbarchi clandestini di cittadini extracomunitari, impegnando i propri apparati socio-assistenziali e considerevoli risorse economiche. La popolazione tutta dava testimonianza dei più elevati sentimenti di umana solidarietà ed accoglienza verso gli immigrati, riscuotendo l’incondizionata ammirazione e gratitudine del paese”. Qui non si parla di diritti umani. Qui si parla di sentimenti di umanità, di solidarietà: ciò che abitanti e istituzioni di Lampedusa hanno dimostrato in tante occasioni, anche al di là delle innumerevoli operazioni di salvataggio (che più volte hanno coinvolto anche pescatori dell’isola).

Un altro esempio è la “Porta d’Europa”, il monumento realizzato da Mimmo Paladino e installato nel 2008 a Lampedusa per commemorare le migliaia di persone morte nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Il simbolo utilizzato – una porta – può apparire beffardo e fuori posto, con il suo richiamo all’idea di apertura e accoglienza, nel luogo in cui tanti non sono mai riusciti ad arrivare o sono arrivati solo da morti, e in cui tanti altri hanno subito violenze e abusi o sono stati imbarcati a forza su aerei che li hanno riportati in Libia o in Tunisia. Il monumento, tuttavia, finisce – al di là delle migliori intenzioni di chi lo ha voluto e realizzato – per rispecchiare il lato umanitaristico di politiche di controllo delle frontiere essenzialmente sicuritarie.

Sia la medaglia, sia il monumento sono simboli di un umanitarismo che prescinde dai diritti umani nel senso che va oltre, al di là di essi. Questo umanitarismo dell’accoglienza che trascende la sfera giuridica rischia, per ciò stesso, di finire per giustificare i controlli tout court, anche prescindendo dal rispetto dei diritti umani. Le manifestazioni di questo umanitarismo non esprimono esplicitamente una critica radicale delle politiche di controllo, un tentativo concreto di cambiare lo stato delle cose. Di questo stato delle cose, di queste politiche, esse sembrano quasi volere riscattare il peso con un gesto simbolico, una penitenza volta a pulire le coscienze, un’Ave Maria recitata in fretta all’uscita del confessionale. È l’esistenza stessa dei controlli, insomma, che finisce per essere giustificata – a prescindere dal rispetto della legge.

Oggi, a Lampedusa, ritroviamo i motivi classici dell’umanitarismo “legalistico”. In primo luogo, i superstiti non sono stati criminalizzati, perché provengono da zone di conflitto: non sono “clandestini” da rispedire indietro quanto prima ma profughi da accogliere nel rispetto dei diritti umani (non dimentichiamo tuttavia che il trattamento riservato ai richiedenti asilo in Italia è ancora ben al di sotto di standard accettabili, e che le violazioni dei loro diritti rappresentano più la regola che l’eccezione). In secondo luogo, il ministro dell’interno Alfano si è affrettato a dichiarare che per impedire il ripetersi di queste tragedie sarà necessario inasprire la lotta ai trafficanti e rafforzare i controlli lungo le coste nordafricane, al fine di prevenire le partenze.
Allo stesso tempo, però, Alfano ha anche sostenuto la candidatura di Lampedusa al premio Nobel per la pace, per la quale il settimanale L’Espresso ha avviato una petizione. Se mai Lampedusa dovesse farcela, il capitale che l’isola – e l’Italia tutta – si troverebbe a disposizione sarebbe, indubbiamente, formidabile. Ma molto, poi, dipenderebbe dalla capacità di sfruttare i soldi e la visibilità, dai modi scelti per farlo da chi ne avesse la responsabilità. Il rischio che anche il Nobel finisca per essere nient’altro che una nuova medaglia al merito, un’ennesima Ave Maria autoassolutoria, sarebbe concreto. La certificazione di bontà e umanità dei lampedusani potrebbe servire a nascondere le pesanti responsabilità imputabili a quelle politiche che non solo aprono spazi ad attività illecite, ma permettono anche l’incriminazione di chi salva vite umane, finendo così per alimentare l’indifferenza di chi va per mare rispetto all’obbligo imperativo di soccorso verso chiunque si trovi in difficoltà. Non dimentichiamo che i morti di Lampedusa sarebbero vivi se un peschereccio non avesse voltato loro le spalle in mare aperto, abbandonandoli al loro destino.

Per questo non basta candidare Lampedusa al Nobel per la pace ma bisogna invece modificare radicalmente le leggi italiane e aprire un corridoio umanitario per consentire ai profughi di giungere in Europa in sicurezza. Queste, sì, sarebbero scelte umanitarie che dichiarano apertamente il loro obiettivo di trasformare lo stato delle cose. Per quanto anche il corridoio umanitario avrebbe poi bisogno di regole, e le regole possono sempre essere buone o cattive, è verosimile che esso possa intanto rappresentare una rottura netta nella retorica umanitaria: un conto è costruire una porta finta, un altro è aprirne una vera.

Bookmark and Share