Le dichiarazioni di Fontana e il problema della "bianchitudine"

18 / 1 / 2018

«La tradizione delle generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei viventi»

(Karl Marx-il 18 brumaio di Napoleone Bonaparte)

Le dichiarazioni di Attilio Fontana, candidato di centro-destra al governo della regione lombarda, sulla minaccia che l’immigrazione rappresenti per  l’identità bianca europea vanno prese molto sul serio, al di là del coro di indignazioni o delle boutade elettorali. Esse rievocano quel razzismo biologico che fu a fondamento della scienza positivista dell’800, dal saggio “Sulla diseguaglianza delle razze umane” di Gobineau, fino alla frenologia di Lombroso, tanto per citarne alcuni. L’essenza di questa pseudo-scienza sta nell’elaborazione di fenotipi, ovvero della differenziazione e catalogazione di uomini e donne in base alle loro caratteristiche fisiche, morfologiche, la pigmentazione della pelle, le forme corporee e via dicendo, trasformando le differenze naturali e determinate da fattori ambientali in differenze sociali; stabilendo così un rapporto di superiorità ed inferiorità in base alla razza.

Questa pseudo-scienza ha avuto un’enorme influenza nel legittimare il colonialismo e l’imperialismo, la superiorità del maschio bianco europeo, il patriarcato, il sessismo, il razzismo. Sarebbe sbagliato sottovalutare e liquidare queste problematiche come archeologia storica: la scienza positivista, le tecniche di dominio da essa foggiate, l’ideologia che le sostiene hanno costruito un vero e proprio paradigma del potere bianco-europeo, dell’identità nazionale e di popolo, delle stratificazioni, discriminazioni, gerarchie alla base del capitalismo e del colonialismo. Il concetto di bianchitudine è una costruzione del potere, incisa profondamente nella coscienza, nella percezione del mondo, nell’ideologia “popolare” e nei suoi stereotipi, che persiste ed insiste anche nell’attualità e che è alla base di un nuovo fascismo sociale e nelle società post-coloniali. Tutto ciò rende ancor più necessario approfondire la discussione sul concetto di temporalità storica, di quel passato che non passa e che sta alle spalle dell’Occidente, della sua formazione culturale, sociale e antropologica dall’accumulazione originaria capitalistica alla globalizzazione neo-liberista. Infatti, se viene superata la visione deterministica, progressiva e lineare della storia, in cui ogni momento rappresenta una tappa di un progresso e sviluppo illimitato, la realtà si rivela piuttosto come  coesistenza di tempi e ritmi differenti, un intreccio - a volte sorprendente - di molteplici piani, corrispondenze e analogie tra passato, presente, futuro.

Una fitta ragnatela di connessioni, fratture e dislocazioni spazio- temporali. Un processo geo-storico, in cui il fondo a volte ritorna alla superficie mentre essa si inabissa; un fondo oscuro ed apparentemente rimosso, come il nesso indissolubile tra razzismo, sessismo, colonialismo, nazionalismo, ovvero la matrice profonda della genesi del capitalismo, del suo sviluppo e dei suoi dispositivi di dominio. Non è un caso che oggi si parli di una nuova accumulazione originaria post-industriale o che sempre più si possa paragonare questa fase storica (con le debite distanze) a quella precedente la prima e la seconda guerra mondiale, gli appetiti coloniali e gli impulsi nazionalistici, la formazione dell’identità europea basata sulla superiorità razziale rispetto a popoli e territori colonizzati, la “bianchezza” come paradigma del maschio occidentale e della sua missione civilizzatrice nei confronti dell’altro, degli esseri inferiori, dalle donne alle popolazioni delle colonie considerate sub-umane.

Non poteva esserci il capitalismo senza razzismo e patriarcato, senza differenzialismo negativo di genere e di razza, senza la messa in valore da parte del capitale delle differenze come sfruttamento integrale dei corpi sottomessi e come sperimentazione “scientifica” di nuove tecnologie di comando e subordinazione. La scienza positivista egemone nell’epoca fornì un apparato concettuale ed ideologico per supportare questi processi. Nell’800 i nord europei ritenevano gli italiani “africani”, pigri, indolenti, e così gli italiani del nord quelli del sud: si potrebbe continuare all’infinito. La “bianchezza” degli italiani fu una costruzione del fascismo, per allinearsi sul piano delle grandi potenze europee proiettate alla conquista delle loro colonie e dei loro imperi. Queste rappresentazioni identitarie, questi stereotipi, queste opposizioni differenziali erano assolutamente funzionali ai processi di accumulazione, alla produzione di soggettività subalterna, attraverso immagini, documentari, produzione cinematografica, saggi, linguaggi. E lo sono ancora, se pure in forme nuove!

Per questo particolare importanza assumono gli studi post-coloniali e subalterni, nati negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso sulla spinta di alcuni intellettuali provenienti dal sud-est asiatico (in particolare Gayatri Chakravorty Spivak, Ranajit Guha e Homi Bhabha) o da Paesi arabi (su tutti Edward Said e Franz Fanon), intrecciati con il filone teorico del post-strutturalismo francese (Foucault, Deleuze, Derrida), ma anche con il Gramsci dei Quaderni sulla questione meridionale e, più in generale, con il marxismo eretico. Post-coloniale ovviamente non significa superamento del colonialismo: al contrario, questo passato che non passa, questa vicenda durata 200 anni ed anche più continua ad esercitare la sua influenza sul presente, in maniera più o meno inconscia si distende sulla lunga durata come dice lo storico degli Annales Brauduel, influenzato dalla filosofia di Henri Bergson dove il tempo non è una sommatoria meccanica di istanti irrigiditi in passato-presente-futuro, bensì un flusso continuo, in cui la memoria può ri-attualizzare costantemente tutto ciò che sta alle spalle del momento presente.

Chiaro che con questo passato dobbiamo fare i conti, per rilanciare un nuovo processo e linguaggio rivoluzionario e destrutturare le identità di genere, razza, popolo, nazione. Tanto più che post-colonialismo e neo-colonialismo si integrano a vicenda, sfumano l’uno nell’altro: basti pensare alla questione migranti e profughi, che già giustamente abbiamo colto nella sua centralità epocale, i suoi effetti nello sconvolgimento dell’Occidente, del suo ordine economico-sociale-culturale. Come nell’800 il positivismo, così oggi la pseudo-scienza ed ideologia neoliberista nel capitalismo finanziario globalizzato, sperimenta tecnologie di dominio, di segmentazione, stratificazione gerarchica, razzializzazione delle popolazioni e della forza lavoro, della sessualità, della riproduzione: insomma un nuovo e mostruoso biopotere molecolare che si esercita su corpi  e sulle menti.

La globalizzazione segna però una differenza rispetto al passato: non esiste più un fuori e un dentro come nel vecchio colonialismo: il mondo è uno, lo spazio è uno, seppure non liscio, striato e difforme. La mappa non è il territorio! 

Ciò significa che le segmentazioni, stratificazioni gerarchiche, le differenziazioni negative di razza, di classe, di genere sono interiorizzate nelle metropoli ed attraversano tutte le forme di vita subalterne. Si apre una grande possibilità: come queste differenze possono uscire dalla negatività, dalla trappola identitaria, dalla loro cristallizzazione ed irrigidimento funzionale alla riproduzione del dominio capitalistico? Come possono uscire dallo stato di subalternità ed affermarsi in positivo come potere costituente verso la costruzione del “Comune”? 

Hic Rhodus, hic salta!

(In copertina una cartolina fatta dal disegnatore Enrico De Seta e apparsa sul periodico fascista "Il Balilla" durante la Campagna d'Etiopia)

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