L’Italia sotto la neve. E sotto la neve, le Grandi Opere

3 / 3 / 2018

La prima domanda che viene in mente a chi ascolta un Tg o legge un giornale in questi giorni, è come sia possibile che basti una nevicata un po’ più consistente del solito per mettere in ginocchio l’intero Paese. Non è neppure il caso di scomodate i Cambiamenti Climatici. Tanto per citare un argomento che, in quest’ultima campagna elettorale, tutti sembrano aver dimenticato pur se dovrebbe essere centrale nel programma di governo di ciascuna formazione politica. Ma queste ultime nevicate con i Cambiamenti Climatici hanno poco a che fare! Ci spiegano, i meteorologi, che ogni 5 o 6 anni, statisticamente, si abbatte sull’Italia un ciclo nevoso che sfora dalle medie stagionali e che si rivela particolarmente inteso se accompagnato dall’arrivo del freddo vento siberiano, il Buràn: proprio come è accaduto quest’ultima settimana. Nessuna novità. Dieci anni fa il Buràn arrivò in ottobre – andate a ripescare i giornali di quei giorni! – e causò gli stessi identici disagi che viviamo ora: treni bloccati, scuole chiuse, traffico fermo e romantiche fotografie delle nostre città storiche ammantate da candide coltri di neve.

Chiedersi come mai in questo decennio non sia migliorato niente è una domanda sbagliata. In realtà, le cose sono peggiorate. Soprattutto nelle grandi città, la romantica coltre di candida neve ha congelato tutte le attività umane. Roma è andata in tilt. Napoli pure. Milano sta passando i suoi guai. Anche Venezia è rimasta isolata, sia pure per colpa di un traliccio che il Buràn ha abbattuto proprio sul ponte della Libertà.

Colpa delle amministrazioni comunali, tutte tra l’altro, di diverso colore? Sì e no. Il problema è che gli enti locali sono sempre più poveri perché le “emergenze”, vere o presunte tali, sono gestite dai poteri centrali. Già. Perché non c’è niente, in Italia, che meglio si presti a trasformarsi in una fonte di denaro e di potere politico come la gestione delle “emergenze”. Fatto sta che i Comuni hanno sempre meno soldi da investire in operazioni di manutenzione quotidiana. Gli spazzaneve non spazzano più le strade, i tecnici non perdono più tempo a verificare la tenuta di sistemi di deflusso e lo stato dei piloni, e anche la posa del sale, che prima veniva sparso sulle strade al primo apparire della neve, oggi viene centellinata. A Venezia, che questa settimana è stata gratificata da una spettacolare nevicata, non è stato sparso come di consueto per calli e campielli. Meno costoso mettere un cartello con scritto “vietato salire” sui punti più rischiosi, come sull’oramai mitico ponte di Calatrava, su cui i ruzzoloni sono diventati oramai una barzelletta. E così, se qualcuno si azzarda a transitarci, cade e si fa male, sono affari suoi, che il Comune lo aveva avvertito. Invece di far causa al Sindaco, rischia una multa.

Un altro punto da sottolineare è quello delle ferrovie. Bastano due fiocchi di neve a paralizzarle. Eppure, che i treni possano viaggiare anche quando la neve cade fitta fitta e tutto gela, ce lo dimostra la Transiberiana. Perché solo in Italia i treni si fermano? Per lo stesso motivo per il quale il viaggiatore da “utente” si è trasformato in “cliente”. Spostarsi per andare a scuola o al lavoro non è più un diritto ma un’occasione per far guadagnare le finanziarie che hanno investito nel settore. La Tav è un perfetto esempio di questa devianza. Il progetto non risponde ad una logica di utenza, ma ad una logica finanziaria. In altre parole, e oramai lo ammettono anche le fonti governative, l’Alta Velocità non serve a migliorare o a rendere più accessibile la fruizione della tratta da parte dei viaggiatori, ma a dirottare denaro pubblico, vagonate di denaro pubblico, ai soliti noti: politici corrotti, amministratori incompetenti, finanzieri truffaldini e aziende in odor di mafia. Sotto questa ottica, perché mai le Ferrovie dovrebbero spendere denaro o impegnare risorse tecniche per far marciare i treni dei pendolari anche sotto la neve? Il costo non vale il guadagno né le perdita.

E questa è l’ottica che sta alla base di tutto quel sistema degno di bancarottieri fraudolenti che altro non sono le Grandi Opere.
E’ notizia di qualche ora fa che, sempre a causa del maltempo, in Toscana è stato attivato l’allarme per il rischio idrogeologico. Neanche questa è una novità. Che i fiumi straripino quando piove o nevica un po’ più del normale accade tutti gli anni, in Italia. Una stima di Legambiente ha quantificato in un milione di euro per ogni giorno di emergenza, i disastri causati dalla mancata prevenzione del rischio idrogeologico. Senza contare i danni ai privati e la perdita di vite umane che non può essere quantificata in denaro. Eppure basterebbe investire 10 miliardi di euro in previsioni di spesa, spalmabili quindi negli anni a venire, per attivare un piano di intervento che metta in sicurezza i corsi d’acqua dell’intero Paese. Poco meno di quando ci è costato – fino ad oggi! – l’incompiuto Mose. Senza contare il centinaio di milioni all’anno che saranno necessari per la sua manutenzione, nel caso, tutt’altro che sicuro, che l’opera venga primo o poi conclusa.

Ma investire in prevenzione, messe in sicurezza e in piccoli interventi sparpagliati in tutto il territorio, dando lavoro a migliaia di persone, investendo nelle piccole imprese e delocalizzando le competenze alle amministrazione locali, non è appetibile ad un sistema finanziario che ha oramai esautorato la politica e decide sul futuro economico e anche sociale del Paese.

Sotto la neve, pane, sotto il cemento, fame, recita un detto. Ma in Italia, se scaviamo sotto la neve troviamo solo le grandi, devastanti ed inutili opere.

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