Massa Critica, da oggi decide la città

Un contributo del Laboratorio Insurgencia

20 / 10 / 2015

Il 17 e il 18 ottobre, a piazza Municipio, è andato in scena il primo atto pubblico di Massa Critica. Su questa due giorni precipitava in realtà più di un mese di lavori per tavoli tematici nei quali si è provato a ragionare di alcuni temi cruciali per l'area metropolitana di Napoli (questione ambientale, lavoro, disoccupazione giovanile, debito pubblico, cultura, formazione, democrazia) con l'ambizione di scrivere dal basso un programma per il governo dalla città da imporre nei luoghi decisionali, indipendentemente da chi andrà ad occuparli da qui a meno di un anno in seguito alle elezioni amministrative.

Al centro di questo lavoro c'era prima di tutto la volontà di sperimentare un metodo di discussione e pratica politica che, da subito, sapesse centrare il tema della democrazia e della partecipazione, aldilà dell'abuso che di queste categorie si fa in campagna elettorale e che si traduce al massimo nella rituale convocazione di ambiti consultivi in cui raccogliere lo sfogo di sparuti rappresentanti della società civile prima di procedere, autisticamente, con i meccanismi decisionali di sempre.

Si è inteso dunque immaginare il concetto di democrazia con una doppia valenza, una rivolta all'interno del processo di Massa Critica (cioè il modo in cui si relazionavano tra loro i partecipanti ai tavoli di lavoro) e una all'esterno (cioè il modo in cui Massa Critica si proponeva alla città).

Quanto al primo aspetto, la sfida di Massa Critica è risultata vincente: la moltiplicazione di ambiti di ragionamento che provavano a serrare la discussione sui temi hanno agevolato un confronto sostanzialmente franco, in cui poco spazio era disponibile per posizionamenti identitari o ideologici, perché nessuno degli ambiti di discussione immaginati si proponeva come il luogo ultimo di una sintesi complessiva e totalizzante. Ogni tavolo valeva per sé e in sé tracciava la propria autonomia di ragionamento, nella capacità – volta per volta – di articolare i problemi e individuare le soluzioni. In questo senso il tentativo è stato proprio quello di invertire il modo in cui, di solito, si costruisce un programma politico, non concepito come la traduzione più o meno accattivante che si propone ad un pubblico passivo per candidarsi alla presa del potere, ma invece come la risultante di un mosaico sfrangiato in cui potevano e possono entrare contributi differenti, più o meno specifici, saperi, campi autonomi di relazione e intervento politico. Il meccanismo della delega salta così immediatamente, poiché non esiste un soggetto (partito, sindacato, collettivo, men che meno un leader carismatico, che è poi l'altra faccia della crisi della rappresentanza) deputato alla sussunzione sintetica di tutte le istanze individuate che, in qualche modo, può farsene carico al posto degli attori della discussione, rappresentandoli. Concretamente: sul tema delle bonifiche, del biocidio, della riqualificazione ambientale le indicazioni provengono dai comitati in lotta e dai saperi, le pratiche, le strade tracciate da quei conflitti si struttura l'agorà di Massa Critica, luogo non deputato alla centralizzazione della decisione, ma – invece – alla confederazione delle autonomie. Alla stessa maniera, del modo in cui si superano le enclosures inerenti il mondo della cultura ragionano direttamente gli addetti ai lavori, artisti, precari del cinema e del teatro, attivisti che autorecuperano spazi per utilizzarli come luogo di produzioni artistiche svincolate dalle lobby dell'intrattenimento.

Questa prassi funziona evidentemente non perché Massa Critica sia un contenitore vuoto (o peggio neutrale) in cui si può dire tutto e il contrario di tutto, ma perché esiste un mandato di fiducia costruito fra quanti aderiscono ad una proposta politica (ed etica) che non nasce oggi, ma trae gambe e braccia dal patrimonio dei movimenti che da anni scrivono la morfologia sociale del nostro territorio. In questo senso, anzi, Massa Critica è un luogo assolutamente partigiano, in cui far interagire tutte quelle esperienze che, da più prospettive, si pongono l'annosa questione di sempre, cioè la trasformazione radicale dello stato di cose presenti.

Senza dilungarci sulla cronaca della due giorni di Massa Critica, ci pare che questa tensione etica e politica debba animare i prossimi passi che, insieme, proveremo a fare, perché questo progetto non si risolva semplicemente in un fine settimana densissimo di discussioni politiche che hanno saputo incuriosire i tanti che hanno attraversato piazza Municipio. Perché la massa critica che ha costruito quest'evento possa davvero articolare una proposta per il governo della città scritta dal basso, perché si possa scrivere insieme la piattaforma che abbiamo definito "decide la città", c'è bisogno che questa progettualità politica si sviluppi sui territori. La territorializzazione che immaginiamo, bene chiarirlo, non significa centralizzazione delle temporalità politiche scandite su ogni quartiere, in ogni periferia di questa città, ma invece assunzione di tempi plurali che vanno poi armonizzati in un comune orizzonte di senso. Noi non ci muoviamo nel vuoto e non abbiamo l'ambizione di azzerare ciò che esiste in un improbabile nuovo soggetto politico, come tanti ne fa e disfa la sinistra partitica di questo paese nella speranza di riprodurre se stessa. Ci muoviamo invece a partire dalla miriade di esperienze di resistenza, solidarietà e mutualismo che animano il nostro territorio e che però non sempre trovano gli strumenti e i linguaggi per fare comune. Compito da un lato più umile e dall'altro più dificile di Massa Critica è quello di costruire questi strumenti e questi linguaggi.

Piattaforme fisiche e virtuali di confronto, condivisione di saperi, approfondimento dei temi, individuazione di intelligenze da mettere a disposizione delle lotte, questo dobbiamo fare.

Sui territori non deve quindi necessariamente arrivare il merito dei nostri dibattiti (perché i temi che abbiamo individuato sono suscettibili di ulteriori specificazioni, perché accanto a quei quattro temi se ne possono affiancare infiniti altri, secondo le priorità individuate nei percorsi di lotta), ma il loro metodo. Ciò che dobbiamo sperare e sforzarci di produrre è l'autoconvocazione di assemblee territoriali che abbiano la nostra ambizione, cioè la definizione di un programma politico che prescinda dai prossimi amministratori e che ad essi sappia imporsi, nella definizione di una rete di relazioni che sia duratura, intanto, perché non si lascia dettare i tempi dalla politica: un'amministrazione dura cinque anni, si e napoletani per tutta la vita!

Le centinaia di persone che si riuniscono a Bagnoli o a Materdei per decidere del proprio quartiere, l'imminente convocazione di una discussione pubblica a Soccavo che metta finalmente in crisi i decenni di speculazione sul rione traiano, le realtá di base della Sanità che provano a smarcarsi dal razzismo mediatico per costruire percorsi di confronto e mobilitazione sui temi dell'anticamorra sociale, sono esempi concreti delle buone pratiche cui dobbiamo guardare.

L'idea è che ogni quartiere sia di chi lo vive: un'amministrazione che dura cinque anni (il primo dei quali passato a costruire la macchina amministrativa e l'ultimo sacrificato all'altare della campagna elettorale) non potrà mai avere le competenze necessarie per intervenire su ogni territorio. L'unica proposta credibile e realmente rivoluzionaria è quindi quella di costruire dispositivi che decentralizzino la decisione e cedano sovranità ai cittadini. Confederalismo democratico è il nome del modello concreto cui indirizzare i nostri sforzi: valorizzazione delle autonomie territoriali a partire dalla sacrosanta libertà di ogni comunità ad autodeterminarsi e a non subire decisioni verticali. La democrazia è questo o, altrimenti, è una vuota consultazione quinquennale proposta ai sudditi perché segnalino con una X da chi vogliono essere governati.

La sfida è appassionante ed è politicamente cruciale: costruire nuove istituzioni quartiere per quartiere, creare percorsi di partecipazione reali e solidi, presentarsi ai prossimi amministratori con l'autorevolezza che deriva da decenni di lotte sociali e spiegargli chiaramente che la città è nostra e che non la lasceremo nelle mani di nessuno!

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