Mestre - Intervista a Marco Revelli

Mestre - La Tav non è solo un treno! Chi decide? Una discussione sulla democrazia

Incontro con Livio Pepino e Marco Revelli

14 / 9 / 2012

Grandi navi e non solo. Progetti di revamping di rifiuti speciali, di tracciati in gronda lagunare contro puntuali promesse di riconversioni industriali che vengono puntualmente disattese. Anche Venezia ha le sue Tav, ha ricordato Beppe Caccia in apertura dell’incontro organizzato dall’associazione In Comune per presentare il libro “Non solo un treno .. la democrazia alla prova della Val di Susa” curato da Marco Revelli e Livio Pepino edito da Edizioni Gruppo Abele. L’iniziativa si è svolta giovedì 13 settembre, nel municipio di Mestre. Presenti in sala i due autori circondati da una ricca cornice di pubblico.

Livio Pepino, già presidente di Magistratura Democratica, ha spiegato così il titolo del libro: “Certa politica liquida la questione della Val di Susa raccontando che alla fin fine si tratta solo di un treno. Mica di un bombardiere! La verità è un’altra. La vicenda della Tav non può essere ridotta alla linea ferroviaria ma investe tutta una serie di temi non ultimi quelli della legalità e della democrazia”. Pepino fa un sunto di come il progetto dell’alta velocità sia nato da un convegno in casa Fiat più di trent’anni or sono e di come sia mutato nel tempo da linea veloce per il trasporto di passeggeri a trasporto merci, mantenendo però la costante della devastazione ambientale. L’ex magistrato affronta la questione Tav dal punto di vista della legalità discorrendo, in particolare sul diritto alla salute. “Un diritto che la Costituzione sancisce come assoluto – spiega -. Al contrario, per fare un esempio, del diritto alla proprietà privata che può essere subordinato al principio dell’interesse generale”. Nel caso del diritto alla salute invece non ci sono ‘se’ o ‘ma’. Va salvaguardato a tutti i costi. La presenza di amianto nelle montagne destinate allo scavo risulta quindi un elemento del quale non si può – anche da un punto di vista legale – non tenere conto. “Bisogna accertare oggi con metodi scientifici la pericolosità dei lavori per non dover affrontare domani un processo di risarcimento delle vittime. Non bastano le assicurazioni dei sostenitori del progetto”.

Un altro principio di legalità messo in discussione dall’opera è quello del governo della maggioranza. “Chi vuole la Tav afferma: ‘in fondo l’opera è stata voluta dai maggiori partiti che sono stati eletti democraticamente. Non ha senso e non è corretto contestare quello che ha deciso la maggioranza del Paese’. Ma chi dice così ha un concetto di democrazia alquanto rustico. La democrazia infatti non si esaurisce in una sorta di tirannia della maggioranza, per citare Toqueville. La maggioranza decide chi governa ma non con che criteri o con che limiti”. Senza scomodare Toqueville, ricordiamo Platone che scriveva di come i probi cittadini ateniesi avessero votato “a grande maggioranza” di conquistare l’isola di Samo e massacrarne tutti gli abitanti. Se questa è la democrazia che vi piace…

“Al contrario – ha concluso Livio Pepino – sulla questione della Tav, proprio la nostra democrazia ha abdicato. Un problema che era davvero di democrazia è stato trasformato in un problema di ordine pubblico e dato il gestione alle forza di polizia che hanno militarizzato il territorio sino a far diventare reato dei comportamenti e delle manifestazioni di protesta che, al di fuori della val di Susa, non sono reato”.

Dal canto suo, Marco Revelli, esamina la questione Tav sotto la lente del politologo. “La vicenda della val di Susa è stata in questi anni il mio buco della serratura attraverso il quale leggere i cambiamenti in atto, dalla crisi dei partiti al baratro in cui è precipitata l’economia”.

L’Alta Velocità, spiega, è un progetto concepito in un’altra epoca e in un altro mondo, quando si faceva un gran parlare di crescita infinita e le merci e la loro circolazione erano dei dogmi che nessuno poteva contestare. “Un modello nichilista e retorico che ha mostrato presto i propri limiti”. Revelli snocciola qualche dato sulle previsioni fatte dai sostenitori della Tav sul traffico di merci che avrebbe dovuto viaggiare sulla linea ferroviaria. Numeri spropositati legati ad una idea infinita di crescita. “Non solo le previsioni non si sono avverate neppure lontanamente, ma il traffico è regredito, sia per la rotaia che per la gomma”.

Una storia che oramai abbiamo imparato a conoscere. Solo due categorie di persone, è stato scritto, sono convinte che un mondo finito possa supportare uno “sviluppo” infinito: i pazzi e gli economisti.

Revelli, con la vivacità di spirito che lo contraddistingue, incanta la platea tracciando audaci parallelismi tra il Marinetti futurista e politici come Fassino “che ripete le stesse retoriche ma senza avere né il genio né l’intelligenza del poeta”. Soprattutto, lo fa quasi cento anni dopo.

Nella sua analisi, Revelli individua alcuni elementi portanti nella questione della Val di Susa. Il primo è la commistione tra le grandi costellazioni di interessi economici e la politica. le stesse costellazioni che in questi anni hanno depredato l’Italia. “Lo stesso Pd, o come si chiamava allora, sino al 2004 era molto cauto sulla Tav. Si trasforma improvvisamente un pasdaran dell’Alta Velocità quando entra in gioco la cooperativa rossa Cmc (la stessa che sta ristrutturando la stazione di Venezia.nrd). Solo a questo punto arriva a chiedere che i cantieri diventino un sito strategico militare”. Nessuno vuole nascondere che i soldi servono alla politica – sospira Revelli – ma sono sempre stati un mezzo per un fine. La Tav ha rovesciato il concetto: la politica è il mezzo e i soldi il fine.

Un altro punto focale della questione, commenta ancora Revelli, è l’informazione. Gli stessi gruppi economici impegnati nell’opera sono proprietari dei maggiori quotidiani italiani. Il che spiega come mai l’informazione segua sempre una sola direzione, quella della Torino Lione. Mai come nella Tav i giornali hanno raccontato tante balle e per tanto tempo. Quali sono i limiti alla manipolazione della realtà? si chiede Revelli, sostenendo che la Val di Susa ha comunque dimostrato di essere impermeabile e di essere sempre riuscita a non farsi condizionare dai media.

“Ma la Tav ha segnato soprattutto la crisi del rapporto tra i cittadini e le istituzioni. E’ una crisi di democrazia e di rappresentanza. La questione che c’è sotto è grossa. I valsusini difendono non solo il loro diritto alla salute ma un sistema relazionale. Difendono il loro territorio e un modo di vivere in questo loro territorio. Se vogliamo vederla così, difendono un bene comune”. Revelli parla del referendum su acqua e nucleare e di come questo abbia stabilito un principio fondamentale: c’è uno spazio pubblico che non può essere invaso da uno spazio politico. Il parlamento può legiferare quello che gli pare, ma i beni comuni non li può toccare.

Revelli conclude parlando del movimento No Tav. Movimento che forse sarebbe più esatto definire una resistenza di popolo trasversale alle generazioni e alle precedenti convinzioni politiche. Ma comunque la si chiami, la resistenza della gente della val di Susa ad una economia e ad una politica in profonda e irreversibile smarrimento, sta tracciando il futuro dell’Italia che vogliamo. “In Val di Susa – conclude Revelli – è in gioco sì la nostra democrazia in crisi, ma anche una sua auspicabile metamorfosi salvifica”.

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