Narrazioni violente - Come incentivare razzismo e cultura dello stupro in Italia

16 / 9 / 2017

La cronaca di questi giorni è riuscita a far emergere ancora una volta il meglio della cultura dello stupro nel nostro paese. 

Il racconto degli abusi compiuti a Rimini e a Firenze, e in ultima l’uccisione della giovane ragazza di Lecce, ricalcano fedelmente il solito schema: se il violento è immigrato, è un mostro cui si augurano evirazione, deportazione, morte; se il violento è italiano, addirittura membro delle forze dell’ordine, allora le donne mentono, esagerano, o comunque se la sono cercata.

Così le vittime vengono a stento considerate tali, scompaiono per lasciare spazio alla gogna mediatica riservata agli aggressori e al dettagliato e ossessivo racconto della violenza, o – al contrario – vengono rinchiuse all’interno di quel ruolo per rivendicare sicurezza attraverso militarizzazioni, restrizioni della libertà e la presenza di uno Stato paternalista e “protettore” del cosiddetto sesso debole. 

I titoli dei giornali sono di per sé emblematici. Libero Quotidiano titola: “Stupro di Firenze, il carabiniere crolla: lacrime durante l'interrogatorio” - “«Butungu tra sei mesi...». Capito la bestia di Rimini? Che fine gli fanno fare”; sullo stesso stampo Il Giornale: “Rimini, l'orrore in spiaggia: stupri ripetuti e doppia penetrazione” – “Stupro a Firenze, l'altro carabiniere: «È distrutto, non ha stuprato»”. Nel frattempo il sindaco di Firenze raccomanda agli studenti di moderarsi perché “Firenze non è la città dello sballo” che sennò vedi che ti succede, e un po’ è colpa tua che coi tuoi comportamenti sei lesiva al decoro cittadino, e Il Messaggero propone una campagna antiviolenza che mira ad aumentare controlli, per proteggere le donne, perché “dobbiamo combattere affinché le città, e Roma in particolare, siano meno pericolose per le donne, ma questo può essere realizzato solo attraverso un aumento della vigilanza, non attraverso una conversione degli uomini”.

I giornali che difendono i carnefici, incolpando le vittime sono responsabili della violenza, amplificano e promuovono la cultura dello stupro, così come alimentano il razzismo e la violenza verso i migranti, in nome di una reazione securitaria. Così Forza Nuova rispolvera un vecchio manifesto fascista e tutto fila liscio nell’immaginario del razzista medio che non aspettava altro che un nuovo argomento cui appigliarsi.

Questo stesso giornalismo, che rincorre la morbosa ricerca di dettagli che via via vengono svelati, che minuziosamente raccontano la violenza, la mette a disposizione di chi legge “Questo genere di pornografia contiene in sé l’idea che dello stupro di una donna o di qualunque persona possano usufruirne e goderne tutti, non solo lo stupratore.” 

L’informazione italiana è pregna di questo tipo di narrazione, che non fa altro che normalizzare la violenza, e ogni volta che i casi di abuso raggiungono la cronaca ci ritroviamo a dover ribadire che uno stupro è uno stupro: che la donna sia italiana, migrante, sex worker, transessuale, qualsiasi sia il suo outfit o il suo atteggiamento, e indipendentemente dalla provenienza geografica, la carica, l’estrazione sociale dell’uomo che lo compie.

Quest’assunto dovrebbe essere imprescindibile ogni qual volta si parli di violenza maschile sulle donne: un fenomeno sistemico le cui radici profonde pervadono la nostra società, che si scardina a partire dal superamento del binarismo e dei ruoli di genere che intrappolano gli individui, che si combatte nella narrazione che ne facciamo nei giornali e nei social e sicuramente non con il paternalismo, le passeggiate della sicurezza e quant’altro.

I fatti di cronaca devono spingerci a trovare nuove pratiche per dare forza e aiuto alle donne, dare loro strumenti per fuori uscire dalla violenza, e allo stesso tempo devono portarci a discutere ancora di violenza di genere e razzismo e di come fare a contrastarli, impedendo che il corpo delle donne sia ancora una volta usato strumentalmente per giustificarli.

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