A Taranto oggi l’ape car e’ il nuovo vero veicolo di cittadinanza, non formale ma viva e attiva.

Note in coda all'Apecar

di Eleonora de Majo

16 / 10 / 2012

Non c’e molto da obiettare al fatto che il capitalismo, ovunque ha dispiegato megalomanie produttive, ha sempre lasciato dietro di se’ l’odore acre della morte e della devastazione ambientale. Questo semplice dato quasi statistico potrebbe bastare da solo a dimostrare l’insostenibilita’ del suo funzionamento per tutti quegli uomini e quelle donne del pianeta, che non giovano dei profitti illimitati derivanti dal cinismo predatorio, e che ne subiscono quotidianamente l’ingiustizia e la disumanità. Tutti i mantra del capitale vengono quotidianamente messi a nudo dal cancro, dai suicidi degli indebitati, dal dispiegamento inarrestabile di una società che se non si autorganizza non esiste, semplicemente non esiste. Produzione e crescita, le due facce complementari e indivisibili dei discorsi pubblici dei volti incarnati del potere delle governance, assumono i tratti della mistica,  rassicurazione irrazionale in una sorta di terrena resurrezione attesa fideisticamente, la cui realtà dipende solo dal rinnovo costante di questo atto di fede.
Ma gli atti di fede resistono poco quando il re, ormai nudo, si imbriglia nella sua contraddizione piu’ grande: quando appare troppo evidente quella complicita’ indissolubile tra produrre e morire, e quando questo morire assume il carattere di una strage, di un enorme reato si produzione che ha dalla sua migliaia di cartelle cliniche e di decessi “inspiegabilmente” prossimi ai luoghi di quella megalomania assassina. Taranto racconta questo smascheramento troppo bene, motivo per cui la sua vicenda cosi drammatica e paradigmatica non puo’ essere lasciata in pasto alla vocazione semplificazionista della nostro discorso main stream, oppure del solo conflitto tra magistratura, padronato e stato. E’ ovvio che la questione tarantina e’ questione di cittadinanza, ed e’ soprattutto questione post-coloniale. Fuor di retorica, l’irruzione dell’ape car con al seguito quei cittadini e quelle cittadine ” libere e pensanti” nella piazza sindacale del luglio scorso e l’interruzione del comizio della FIOM ( una Fiom miope e lavorista per autistica vocazione autoconservativa) e’ un gesto di una forza politica incredibile, un gesto che segna l’inizio di un processo di inversione inarrestabile dei soggetti protagonisti del conflitto. Qualcuno, come la solita Repubblica, ha provato a descrivere quel comitato, da subito partecipatissimo ed eterogeneo, come una sorta di club di supporters della Todisco. Non ha retto, e immediatamente quella straordinaria esperienza ha espresso contenuti e rivendicazioni eccedenti l’applicazione stessa dei codici giuridici della magistratura. La questione e’ diventata immediatamente un’altra, molto piu’ seria: la piccola citta’ stretta nella morsa di un’acciaieria che la supera di due volte e mezzo, non vuole piu’ sottostare al ricatto terribile tra cancro e lavoro, lavoro peraltro disumano, sottopagato e pericoloso. La piccola città, circondata da tutti gli stabilimenti più inquinanti che questo modello di produzione si e’ inventato, si indaga e scopre innanzitutto di essere molto di piu’ di un esercito si reclutamento di corpi da infilare nella filiera produttiva dell’acciaieria più grande d’Europa. E’ una nuova carta dei diritti che i cittadini liberi e pensanti scrivono per loro stessi. E’ una nuova pratica di cittadinanza , che trasforma la citta’ in cui si e’ esercitato per sessant’anni il peggior decisionismo politico,la città dei record della mala-politica, in un’ assemblea democratica costituente a cielo aperto, che si impone come interlocutore in azione permanente a quella tavola imbandita a cui sono da sempre seduti  Riva,lo Stato, i sindacati, la politica locale. In pochi mesi il comitato e’ stato in grado di organizzare un corteo come quello di sabato scorso, un corteo in cui il gioco dei numeri lascia solo il posto alla straordinaria composizione: studenti e studentesse tanti e determinati, capaci di sfidare e sottrarsi alla loro fetta di esercizio autoritario ( quella di professori e presidi che hanno provato a impedire con ogni mezzo la partecipazione alla giornata a suon di provvedimenti disciplinari e compiti in classe d’occasione), comitati di tutto l’altro sud massacrato da fabbriche, discariche, inceneritori, abitanti dei quartieri che affacciano quasi dentro la fabbrica ( quartieri in cui senza vergogna c’e’ per i bambini  il divieto  di giocare all’aperto a causa dell’ altissimo tasso di diossine), i tifosi, i lavoratori e le lavoratrici, straordinariamente pure dell’Ilva. Il corteo passa per Tamburi, la gente si affaccia, i negozi abbassano le serrande in solidarietà a chi sta lottando per tutti, per la prima volta senza difendere la parzialita’ di un interesse. L’ape car apre la strada e dietro si grida e si canta per quelle strade che hanno conosciuto solo la poverta’, lo squallore, il ricatto senza alternativa e troppi drammi e lutti colpevolmente individuali, cancellati da dati truccati per nascondere gli incrementi esponenziali delle malattie tumorali. Dalla cassa parlano in tanti e sanno bene cosa chiedere, come non farsi cogliere in contropiede sull’annosa questione ‘disoccupazione’. Appellano lo stato con i nomi che più merita, colpevole di una strage ‘senza reato’, e pretendono che oggi si assuma straordinariamente la continuità di reddito per chi lavora nella fabbrica della morte. E’ un risarcimento minimo al cospetto di quello che dovrebbe a quella città. Taranto e’ di fatti oggi una bellissima storia post-coloniale, che sta provando a trasformare la subalternità studiata con meticolosità da poteri del nord, in una spinta incontenibile al protagonismo. Non e’ una battaglia da poco, e’ in gioco molto di più della sua stessa storia, e’ in gioco un modello di rivolta che ri-individua il nemico stanandone la parzialità compromessa,anche quando questo nemico e stato ‘ l’avanzatissima Fiom di Landini, che oggi torna sui suoi passi e rivede le ottuse posizioni estive. E’ in gioco il portato ideologico della sinistra di questo paese, il campo delle sue battaglie di facciata e delle sue sconfitte storiche: il modello di sviluppo di tanti territori meridionali è certamente una di queste. E’ una battaglia che ha gia’ deflagrato le pareti della societa’ civile e della retorica del nesso di casualità tra istruzione e partecipazione. A Taranto non c’e'l’ università, e come in tutto il sud, l’educazione vive delle contraddizioni che comporta la  povertà e l’ assenza di reddito, eppure questo non ha impedito ai cittadini e alle cittadine di riprendersi la sovranità decisionale sottrattagli negli anni. A Taranto oggi l’ape car e’ il nuovo vero veicolo di cittadinanza, non formale ma viva e attiva. L’esperienza che il suo passaggio lento veicola scrive una nuova storia dei subalterni, finalmente spoglia di quei caratteri elegiaci della povertà e del ruralismo.

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