Padova, la sostenibile leggerezza della "normalità"

29 / 6 / 2017

Il sodalizio tra Sergio Giordani, candidato del centro-sinistra, ed Arturo Lorenzoni, di Coalizione Civica, si impone nel secondo turno delle elezioni comunali a Padova, con il 51,84% dei voti. Già il dato dell’affluenza, che si è fermata al 57,03% - circa l’11% in più rispetto alla cifra nazionale - ci narra di una situazione sorprendente e, per tanti aspetti, anomala.

Ci sono due elementi che emergono in maniera chiara, leggendo i risultati e le dinamiche della competizione elettorale in esame. Il primo è la sconfitta del sindaco uscente, Massimo Bitonci, salviniano della prima ora, che solo pochi mesi fa millantava di vincere le elezioni al primo turno. Una sconfitta non solamente del leghismo, ma di un’intera opzione politica completamente basata sulla retorica del terrore e sulla governance della paura. A Padova quella componente che si richiama a valori esplicitamente xenofobi e razzisti, pur mantenendo un peso importante nel tessuto cittadino, dimostra di non essere più vincente. Un dato legato non solamente a fattori di carattere culturale, ma che contiene il portato di anni di battaglie politiche sul tema dell’accoglienza e della cittadinanza universale. Allo stesso tempo, i padovani hanno rigettato un modello di vita urbana, diretta applicazione dell'ideologia securitaria insita nella gestione neoliberale della città, basato sulla discriminante etnica per l'accesso ai servizi basilari ed alla residenzialità. Non ha pagato, per Bitonci, progettare e sviluppare una campagna elettorale completamente schiacciata su discriminazioni e criminalizzazioni da un lato dei migranti, dall'altro delle esperienze di conflittualità sociale, tra cui il Pedro. E allora #byetonci, per riprendere un hashtag diventato virale domenica sera; ma davvero di cuore!

Il secondo elemento è la sconfitta dei partiti ed in particolare del Partito Democratico, che nell’arco di tre anni è stato in grado di perdere quasi la metà dei consensi, passando dal 25% ottenuto al primo turno delle amministrative del 2014 al 13,5%, risultato dello scorso 11 giugno. Non si tratta di un dato che assume valore solo in termini numerici, ma che mette in crisi quel substrato di rapporti di forza che per decenni hanno retto la città. Sono diverse le spinte che hanno concorso in questa direzione. In primo luogo c’è una tendenza nazionale, che vede ovunque in crisi il sistema partitico. Questa, oltre ad evidenziarsi attraverso un astensionismo che porta il nostro Paese a livelli nord-europei, si rileva nel minimo storico di preferenze raggiunte dai simboli di partito in una competizione elettorale. In secondo luogo – e qui entra in scena una delle contraddizioni che proveremo a sviscerare in seguito – è stata proprio la presenza di Coalizione Civica a fungere da effetto detonatore per quel ceto politico, erede del PCI, che dagli anni Settanta in avanti ha costruito le proprie carriere politiche e clientele grazie alla guerra continua fatta ai movimenti sociali ed a qualsiasi istanza di cambiamento.

Il quadro che emerge dagli esiti del ballottaggio ci consegna una situazione inedita che, dopo decenni di amministrazioni rette da blocchi monolitici di potere, presenta finalmente una dimensione fluida. È qui che si danno per i movimenti le condizioni di possibilità per segnare un avanzamento nelle conquiste sociali, sfuggendo ai ruoli schematici dello sparring partner o dell’antagonismo tout court. La situazione che abbiamo vissuto a Padova, prima con le giunte di Zanonato & Co. e poi con quella di Bitonci, ci ha sempre parlato di una contrapposizione frontale tra lotte e potere, spesso sfociata in campagne repressive che hanno profondamente inciso sulla vita e sulla libertà di tantissime persone. La negazione sistemica dell'agibilità politica e sociale alle forze auto-organizzate ha, di fatto, bloccato la città, impedendole qualsiasi trasformazione che non fosse dettata dagli interessi della governance.

Le contraddizioni presenti all’interno del futuro consiglio comunale e della futura giunta, in cui convivono anime politiche profondamente diverse e distanti tra loro, svincolano il conflitto da una dimensione puramente resistenziale e consentono di legarlo ad una stagione di conquiste reali. Certo, saranno le pratiche e non le intenzioni a determinare le condizioni materiali di possibilità in questa direzione.

Il programma di Coalizione Civica è già testimonianza di una contraddizione latente. Il programma è radicale ed avanzato, perché frutto di una stesura plurale dove si sono raccolte le tante istanze portate dalle realtà conflittuali così come da associazioni, gruppi sociali e individui attivamente presenti in città. Il percorso della coalizione ha saputo aprirsi all'interlocuzione anche con quanti hanno scelto di rimanere estranei alla competizione elettorale: questa cifra ora deve mantenersi! È palese, quantomeno sulla carta, che tanto il programma quanto il percorso stridano con gli interessi rappresentati dalle forze politiche che sostengono Giordani. All’interno di queste, non solo in termini di scranni in consiglio, il PD, uscito sconfitto dal primo turno, continua a giocare un ruolo determinante. L'ombra del vecchio paradigma partitocratico sarà uno degli elementi su cui più forte si darà lo scontro politico nei prossimi anni.

La stessa modalità con cui si è formato ed allargato il percorso di Coalizione Civica, basata sull’assemblearismo e sulla decisionalità collegiale, può costituire – da ora in avanti – un terreno in cui le contraddizioni prendono forma. I processi partecipativi sanno produrre innovazione e discontinuità nel mondo della rappresentanza se e solo se restano tali: ora Coalizione Civica dovrà misurarsi non solo con la base elettorale degli oltre 22.000 votanti, ma – come già ampiamente emerso nelle prime fasi di lavoro attorno al programma – dovrà dimostrare di voler interloquire con le componenti del tessuto sociale cittadino che non hanno preso parte all'atto elettorale, per scelta (non scordiamo il 44% di non voto!) o perché non residenti in città: studenti, pendolari, migranti. Si tratta di una composizione sociale ampia e variegata, nella quale vive un rifiuto di quel politicismo autoreferenziale di cui, da sempre, si fanno portatori i professionisti delle poltrone.

In questo contesto diventa impossibile per chiunque dare una lettura dell’anomalia verificatasi a Padova come orizzonte di “laboratori” politici nazionali, in chiave di rappresentanza politica. Tanto una “Coalizione Civica nazionale” quanto un "altro Ulivo" ci sembrano niente più che il tentativo di rimescolare ceto politico. In particolare, rispetto alle letture della condizione padovana, crediamo che sia sempre improduttivo il tentativo di ricondurre le esperienze anomale a schemi già noti o già dati altrove: così facendo si priva l'esperienza cittadina delle sue proprie particolarità di percorso, schiacciandola unicamente sul dato elettorale.

In conclusione, ciò che davvero ci interessa far emergere sono le contraddizioni reali interne al tessuto urbano: se davvero si sta aprendo una nuova fase, allora i percorsi conflittuali e di reale movimentazione dal basso debbono poter trovare un'interlocuzione con il governo cittadino. Intravediamo una stagione di dialettica conflittuale tra movimenti ed istituzione, che metterà a verifica la tenuta dei processi partecipativi da cui il programma di Coalizione Civica è scaturito. La prosecuzione del confronto e l'attuazione dei punti programmatici saranno i banchi di prova della nuova gestione della città.

Centro Sociale Pedro

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