Perché l'Alternanza Scuola-Lavoro premia il sistema economico a discapito della didattica

5 / 2 / 2017

Pubblichiamo un'analisi sugli effetti e sul contesto, sociale e produttivo, in cui si inserisce l'Alternanza Scuola-Lavoro, a cura del Coordinamento Studenti Medi di Venezia-Mestre. Il testo di approfondimento si inserisce all'interno di un ciclo di workshop auto-formativi che si svolgeranno a L.O.Co (via Piave 2 - Mestre) e che riguardano varie tematiche legate al mondo studentesco, dai problemi della scuola contemporanea a quelli di carattere cittadino e territoriale.

Ormai dal 2015 il dibattito sull'Alternanza Scuola Lavoro, essendo uno dei grandi temi di mobilitazione dalle aule scolastiche alle piazze, si sta intensificando. Tuttavia, i toni della discussione rimangono sempre molto vani dato che, in primis, la materia stessa lo è. Dalla nascita della legge 107, infatti, tra mille dibattiti e scontenti, per noi studenti rimane una sola certezza: questo "progetto didattico-formativo" si sta radicalizzando nel nostro percorso liceale, diventando perfino parte integrante degli esami di stato, a partire dal 2017/2018.

Così le mille domande, che, a rigor di logica affiorano naturalmente, svolazzano ancora nell'aria senza risposta alcuna, lasciando quel margine di astrazione che, a sua volta, concede carta bianca a molti ed a molte sulla nostra formazione. Superando le barriere della retorica made in Italy che ha dato vita alla "Buona Scuola", abbiamo cercato di rispondere ad alcuni di questi interrogativi.

L'Alternanza Scuola Lavoro ha fatto i suoi primi passi il 28 Marzo 2003 con la Riforma Moratti, in veste di tirocini formativi resi possibili attraverso l'istituzione scolastica per i ragazzi tra i 15 e i 18 anni, sulla base di convenzioni con imprese o le rispettive camere di rappresentanza.

Il successivo Decreto Legislativo 15 aprile 2005, n. 77 ha disciplinato la materia in questione come modalità di realizzazione dei corsi del secondo ciclo, con lo scopo di far acquisire agli studenti competenze spendibili nel mercato del lavoro e favorirne l'orientamento per valorizzarne le vocazioni personali, venendo identificata come metodologia didattica.

Questi sono solo i macro-percorsi che ha subito l'ASL dai primi anni 2000 per arrivare all'anno 2015 con la legge 107 della Riforma "Buona Scuola", con cui Matteo Renzi ha reso questa una strategia educativa complementare all'aula scolastica, finanziandola per 19.000 euro, istituendo 200 ore obbligatorie per i licei e 400 per gli istituti tecnici e professionali, e vincolando gli Enti interessanti nel Registro Nazionale.

Eppure, Renzi ideando queste modifiche strutturali del percorso, non è riuscito a rendere quest'ultimo abbastanza  solido per 1,4 milioni di studenti italiani che avranno come prerogativa agli esami questa loro esperienza. Infatti, rimane un buco del 12,6% di scuole che continuano a non abbracciare il progetto ASL nel loro piano di offerta formativa, nonostante la chiara obbligatorietà che ne concerne.

Oltretutto, attraverso una non troppo accurata analisi, rimane piuttosto evidente il destino fallimentare, o perlomeno incidentato, del percorso. Infatti è chiara l'incongruenza tra gli Enti iscritti al Registro Nazionale e gli studenti da accogliere: ipoteticamente si sarebbe potuto prevedere un inserimento a "casaccio" degli studenti in progetti ed iniziative no-profit, ma il 18 Ottobre dell'anno scorso ci si è ricreduti non poco. In quella data, infatti, è stato firmato il Progetto Campioni tra il MIUR e 16 aziende, tra cui ricordiamo le grandi aziende o multinazionali come McDonald's, Zara e FCA (Fiat Chrysler Automobiles).

Appare in maniera chiara la sempre maggiore deriva neoliberista della scuola pubblica: sappiamo, infatti, come il capitale tragga profitto dallo sfruttamento della manodopera e di come generi plusvalore attraverso la precarizzazione del lavoro, logica incarnata nei suoi aspetti peggiori dal Jobs Act. In questo panorama di precarietà, con la disoccupazione giovanile al 40.01%, sicuramente l' ASL fa fare dei passi da gigante alla messa a profitto della componente studentesca. Non solo infatti sono state consegnate generazioni di giovani ad un sistema economico che ormai si regge sullo sfruttamento, ma l' ASL  getta anche migliaia di studenti nelle fauci di grandi aziende e multinazionali come manodopera priva di costo, ma fonte di guadagno, nel nome di un concetto generico di formazione.

Mentre si compie questo processo, tra gli alti vertici, si dà per scontato che il modello economico attuale, fondato sulla disuguaglianza sociale e sull’intero ciclo di vita messo a valore, non potrà essere cambiato dalle nuove generazioni. La sottomissione al profitto, che sta iniziando a caratterizzare la nostra vita di studenti, ci sta facendo subire oltremodo una metamorfosi che ci rende veri e propri lavoratori. Ormai sono sempre di più i casi di studenti che, per bisogno, si trovano a doversi procurare un reddito già durante le scuole superiori. E se uno degli scopi dell'alternanza era l'entrata consapevole nel mondo del lavoro, possiamo già notare come non sia effettivamente così. Come si struttura un contratto di lavoro? Qual è la soglia che divide il lavoro onesto dallo sfruttamento? La risposta a queste domande ha sempre garantito una tutela per chi, soprattutto all'inizio, si trova a entrare nel mercato del lavoro. Possiamo affermare tranquillamente che l' ASL non solo non forma i giovani su queste tematiche, ma anzi le sdogana completamente come superflue e prive di importanza, bypassandole completamente dato che il datore di lavoro si accorda direttamente con un ente terzo (oggi la scuola, domani l'agenzia interinale).

La cosa più grave rimane che, non riuscendo ovviamente ad adempire al ruolo addossatoci di "lavoratori", stiamo iniziando dall'altro lato a mancare anche nel nostro ruolo di studenti. Infatti è ormai complicato ritagliarci del tempo per degli hobby, uno sport, o lo studio stesso. Figuriamoci per fare attivismo politico. Proprio per questo, tuttavia, il cambiamento che la scuola pubblica sta subendo si sta dando in maniera lineare e priva di ostacoli: essendoci sempre più studenti-lavoratori appare fin troppo logico che la trasformazione della scuola pubblica in un ente-azienda, con a capo un preside manager con il solo compito di distribuire manodopera e profitti, avvenga senza troppe opposizioni. Attraverso il vincolo del Registro Nazionale i privati hanno la strada libera per inserirsi nei nostri consigli di istituto e tutto il potere decisionale accentrato nella figura del preside lo rende un vero e proprio imprenditore che specula sui deficit della didattica. L'aziendalizzazione degli spazi educativi in Italia quindi conferma un’idea di scuola che perde i connotati di luogo democratico, sociale e culturale per essere piegata ai bisogni del mercato.

In questo panorama le nuove generazioni stanno interiorizzando la condizione di essere una generazione precaria, alla quale viene tolta ogni possibilità di sviluppare una forma di pensiero critico.          

Per questo opporsi all'Alternanza Scuola Lavoro non è fine a se stesso: essere contrari a questo sistema didattico vuol dire rifiutare un modello di formazione che pone al centro l' interesse economico e che si propone di trasmettere, al massimo, delle competenze trasversali e delle soft skill che contribuiranno esclusivamente alla formazione di manodopera utile allo sviluppo economico delle grandi aziende.  Rifiutare l'ASL, come gli INVALSI, vuol dire rifiutare un modello unico di scuola calato dall'alto che non tiene conto dei bisogni e delle differenze dei vari istituti. Crediamo che sia fondamentale invece ridare centralità agli studenti, ripartendo dal basso nell’immaginare e costruire una scuola diversa, che parta dai bisogni dei territori in cui si collocano studenti e istituti.

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