Pisa - Il due giugno a piazza delle Vettovaglie: dov'è la «maggiore vita» della Repubblica?

4 / 6 / 2017

Niccolò Machiavelli, nel Principe, dopo aver argomentato sul “politico” dal punto di vista di un principe conquistatore e descritto le diverse situazioni che potrebbero mandare in rovina il suo potere, così conclude: «Ma nelle repubbliche è maggiore vita, maggiore odio, più desiderio di vendetta; né li lascia, né può lasciare riposare la memoria della antiqua libertà: tale che la più sicura via è spegnerle o abitarvi» (Il Principe, Cap. V). La superiorità della repubblica è dichiarata esplicitamente in un'opera che – per la doxa di molti – sarebbe consacrata al governo regale e autoritario, aprendo la via a quel pensiero proprio della «Ragion di Stato» e a quella tradizione definita a torto con il termine di “machiavellismo”. Credo che, ancora una volta, l’Italia e Pisa (la città in cui vivo) possa essere letta con Machiavelli, ed a partire dalla sua opera si possa fare luce sul buio del presente.

Perché nella forma repubblicana vi è «maggiore vita» e memoria di un’antica libertà? Cos’è oggi il 2 giugno, Festa della Repubblica, alla luce degli studi politici del Segretario fiorentino? Questi sono gli interrogativi che mi sono sorti a partire da alcuni fatti accaduti a Pisa proprio il 2 giugno 2017. È da alcuni giorni che rifletto e solo ora, a mente fredda, riesco a dare forma a un giudizio politico, intendendo per “giudizio” quella capacità critica - profondamente politica - di prendere parola, così tratteggiata da Hannah Arendt nei seminari su Kant.

Per i festeggiamenti del 2 giugno il sindaco di Pisa Marco Filippeschi ha previsto un evento di piazza, in mattinata, con una cerimonia di consegna delle onorificenze a chi si è distinto nella carriera lavorativa, militare e nelle forze dell'ordine. Un alzabandiera patriottico è stata previsto in presenza del Prefetto e del generale di Brigata Achille Cazzaniga, nonché dei rappresentanti delle massime istituzioni civili e militari, per consegnare i riconoscimenti dell'Ordine "Al Merito della Repubblica Italiana".

Nonostante le criticità di un’operazione simile per celebrare la nostra vita repubblicana, tutto questo si è svolto in una piazza particolare: Piazza delle Vettovaglie. Per chi non conosce Pisa, Piazza delle Vettovaglie è uno dei pochi luoghi dove viene tollerata la socialità studentesca della ricca presenza universitaria e – proprio per questo – è attraversata anche da tante e diverse presenze di “marginalità sociale”. Uso il termine “tollerata” perché lo scenario pisano è attraversato costantemente da una forte criminalizzazione dei diversi stili di vita dell’universo giovanile e universitario. Precise come un orologio svizzero, da metà maggio in poi fioccano le ordinanze “anti-degrado” e in nome del decoro urbano inizia la corsa a ostacoli del “sorvegliare e punire” per quei soggetti mal digeriti dal perbenismo borghese cittadino: agli studenti si somma l’universo migrante, dalle piccole attività commerciali dei minimarket ai venditori ambulanti.

C’è un pensiero di Henri Lefebvre che inquadra bene la situazione pisana: «Per il potere qual è l’essenza della città? Essa fermenta, piena di attività sospette, di delinquenza; è un focolaio di agitazioni. Potere dello stato e grandi interessi economici non possono concepire molto di più di una strategia: svalorizzare, degradare, distruggere la società urbana» (Il diritto alla città). Il ventaglio meticcio e plurale di Piazza delle Vettovaglie è un fermento mal digerito, ed alle criticità e problemi che emergono si risponde con la sicurezza e la repressione. Per evitare banali semplificazioni va detto che Piazza delle Vettovaglie ha diverse problematicità da risolvere, tuttavia non si sceglie mai la via di una risposta sistemica ai problemi sociali, poiché il sindaco imbraccia sempre la scure del dispositivo poliziesco. Per questo motivo, in città, la presenza della “passerella” della Giunta e del Prefetto è stata percepita come una provocazione. Quando è stato affisso uno striscione di contestazione dalle finestre che si affacciano sulla piazza, la risposta è stata delegata alle volanti della polizia, con perquisizioni e la successiva identificazione in questura di chi aveva compiuto il gesto. Chi vive ogni giorno Piazza delle Vettovaglie è ben conscio di come sia abbandonata a sé stessa, salvo “riqualificarla” a uso e consumo dell’amministrazione comunale o con eventi avulsi dalla vita quotidiana o con scelte che ricordano la “tolleranza zero” dell’ex-sindaco Giuliani di New York.

Piazza delle Vettovaglie è comunque un tassello del mosaico più grande del centro storico, da anni bersaglio delle paure securitarie più bieche, infatti a Pisa è stato “raso al suolo” qualsiasi possibilità diversa di socialità e di risposte dal basso.

I movimenti sociali da tempo sostengono che il centro storico di Pisa potrebbe essere salvato aprendo gli spazi di socialità e mutualismo anziché chiuderli e sgomberarli. Dovrebbero essere aperti spazi e servizi per la collettività che favoriscano l’incontro e le relazioni slegati dalle logiche di consumo, dalla mercificazione che ha profondamente trasformato la città in “vetrina” e “velina” turistica. Per utilizzare il campo semantico del marxismo urbano di Henri Lefebvre possiamo dire che il valore d’uso dello spazio urbano è stato drasticamente soppiantato dal suo valore di scambio. La globalizzazione neoliberale ha modificato anche la città di Pisa riempiendola di grandi catene commerciali: sono sparite molte attività artigianali tradizionali, i residenti sono in fuga da molti anni per mettere a valore le case con affitti esorbitanti per gli studenti (e su questo non vi è alcun controllo, né alcuna politica sociale della casa). Ad esempio, in Borgo Stretto e in Corso Italia dominano le grandi catene e nelle zone in cui si è sviluppata la cosiddetta “movida” regnano i locali che basano il proprio business sul consumo di bevande alcoliche.

È evidente la crisi dello spazio pubblico e della vita sociale in città, tuttavia da tanti lustri governa l’asse di potere DS-PD che a Pisa ha offerto solo shopping e “sballo” avulso da un bisogno genuino di incontro, relazioni e socialità. Salvo cavalcare strumentalmente un ritorno all’ordine revanscista di una pisanità fuori contesto, violata dalla discesa “barbara” in città di tutta una serie di soggetti dipinti come estranei. La stessa Piazza delle Vettovaglie in pochi anni ha spazzato via tante piccole attività artigianali per essere popolata quasi esclusivamente dai bar, con la conseguente criminalizzazione di chi la attraversa per la “movida molesta”. È il progresso del capitalismo neoliberale che ha disgregato le dinamiche urbane precedenti, grazie anche a precise scelte politiche (presunte modernizzatrici), e certamente la causa non è la socialità di piazza imprigionata nei luoghi comuni sulla movida.

A una mancanza di pianificazione urbanistica che risponda ai bisogni sociali di chi vive il tessuto urbano, si aggiunge un record devastante per le due Giunte-Filippeschi: gli sgomberi degli spazi sociali. È ormai da tanti anni che si sgomberano esperienze di autorganizzazione e riqualificazione dal basso di spazi abbandonati al degrado: dalla “stagione dei beni comuni” con l’Ex-Colorificio Liberato e il Distretto 42, fino ai recentissimi sgomberi della Limonaia-Zona Rosa e Mala Saver Jin – Casa delle donne che combattono.

Ricapitolando velocemente: la Giunta comunale ha servito su un piatto d’argento lo spazio urbano alle logiche del profitto, a ciò si aggiunge la politica dello sgombero poliziesco di qualsiasi esperienza che provi a costruire una socialità fuori dalle logiche di mercato. Il risultato è che queste dinamiche di valorizzazione dall’alto e di restringimento dell’azione autorganizzata hanno chiaramente creato delle sacche di marginalità, di incontro e socialità che scoppiano. La Giunta, tuttavia, persegue nella sua sordità, basti pensare all’aspro dibattito attuale intorno al Regolamento sui Beni Comuni Urbani su cui avevo già scritto qualche tempo fa.

La «maggiore vita» della Repubblica come autentico spazio di libertà messa a fuoco da Machiavelli, a Pisa, pare erosa, secca e inquinata da chi la amministra. Tuttavia, la sentinella che è a guardia del regime repubblicano per il Segretario è il conflitto sociale, i tumulti: «contro la opinione dei molti […] io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma, e che considerino più a' romori e alle grida che di tali tumulti nascevano, che a' buoni effetti che quelli partorivano; e che e' non considerino come e' sono in ogni repubblica due umori diversi, quello del popolo e quello de' grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma» (Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, Libro I Cap. IV). Non vi è qui lo spazio per argomentare sulla filosofia insorgente di Machiavelli, il dibattito è vario e ancora aperto,[1] però ci basti pensare come in nuce il Segretario abbia pensato l’economia del regime politico repubblicano nel conflitto sociale e nell’emancipazione degli oppressi, e come quella «maggiore vita» repubblicana non sia in una città pacificata e ingiusta dominata dai Grandi o da un Principe, ma invece in una città capace di porre politicamente delle contraddizioni al potere e, nelle controcondotte ribelli, creare nuovi spazi performativi di libertà.



[1] Al riguardo rimando all’ampio saggio introduttivo dell’antologia di testi di Niccolò Machiavelli da me curata: L’insorgenza repubblicana. Antologia di testi di Niccolò Machiavelli, Il Ponte Editore, Firenze, 2016.

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