Reggio Emilia - Lo sguardo della casa cantoniera

Quale futuro per Casa Bettola?

2 / 2 / 2014

Alla fine dell’anno scorso si è svolto un Consiglio Provinciale per l’approvazione del documento di previsione 2014, durante il quale una parte del patrimonio immobiliare della Provincia è stata messa a bilancio.

In questo contesto si è anche parlato del futuro della casa cantoniera in via Martiri della Bettola. Dalla discussione del Consiglio si intravedono due possibilità: la vendita all’asta o la proposta di una convenzione che riserva la casa ad associazioni di volontariato.

Con questo documento vogliamo condividere una lettura critica ad entrambe le ipotesi e incominciare a formulare un’alternativa.  

Oltre il volontariato

Viviamo un periodo caratterizzato da un profondo cambiamento nel modo in cui vengono redistribuite le risorse nella società; si riduce il welfare e diminuiscono i diritti garantiti, mentre aumentano le opportunità per l’accrescimento del capitale privato.

In questo contesto anche il lavoro volontario svolge un ruolo importante, in modo particolare in una città come Reggio Emilia.   

Il volontariato tende a sostituirsi al sistema di welfare pubblico e a liberare il privato dalle sue responsabilità verso la comunità, sgravandolo da costi sociali e ambientali che invece dovrebbe sostenere. 

I volontari sono diventati Indispensabili per il benessere generale della città, ma nonostante abbiano un ruolo così importante hanno poche possibilità di incidere sulle politiche sociali e di determinare la gestione del territorio.     

Se la crisi sfiora la città come un fiume in piena, il volontariato spesso svolge il ruolo di argine; anche se aumenta la disoccupazione e le condizioni del lavoro sono sempre più precarie, il fiume continua a scorrere nella stessa direzione, senza straripare.    

Ma in questo contesto, così pieno di contraddizioni, esiste anche un volontariato che cerca di andare controcorrente, con la voglia di ridisegnare il corso del fiume.

Come Casa Bettola non ci riconosciamo nella definizione stretta di volontario e non intendiamo la casa cantoniera come uno spazio di volontariato, ma piuttosto come uno spazio con una volontà di trasformare l’esistente.

Uno spazio dove cercare soluzioni a bisogni comuni e dove realizzare desideri condivisi. Un spazio di inchiesta, dove monitorare e rendere visibili i problemi della città, ma anche uno spazio di organizzazione, dove intrecciare percorsi di lotta e costruzione di alternative.

Un spazio dove iniziare a costruire la città che vogliamo: antirazzista e antisessista, aperta alle differenze, fondata su relazioni cooperanti tra donne, uomini, bambine e bambini, e rapporti solidali con la natura.  

In altre parole rivendichiamo una vera partecipazione: vogliamo essere parte della città e avere la possibilità di determinare il suo sviluppo, senza delegare. Ci poniamo da un punto di vista partigiano, perché scegliamo di stare da una parte; dalla parte della comunità e dell’ambiente, contro la mercificazione dei beni comuni e della vita umana.   

Oltre privato e pubblico

In cinque anni di occupazione abbiamo avuto la possibilità di constatare come il pubblico e il privato spesso si comportino nello stesso modo. Entrambi definiscono la casa cantoniera per il suo valore di mercato e non per il suo valore d’uso, ponendo il carattere economico prima del carattere sociale.

Il nostro orizzonte non trova spazio all’interno di questa cornice; non è compatibile né con la proprietà privata, né con la gestione pubblica.

Siamo contrari ad una eventuale privatizzazione, perché la vendita della casa cantoniera vorrebbe dire essere privati di qualcosa. Sarebbe un ulteriore passaggio nel processo di separazione tra la collettività e la città; un’opportunità in più per pochi e un’occasione in meno per tanti.

Siamo contrari ad ogni processo di vendita di spazi, beni e servizi pubblici, dall’acqua alla scuola, dalla mobilità alla sanità. Ma non vogliamo solo difendere il pubblico nella sua forma attuale; per noi la casa cantoniera rappresenta un’opportunità per sperimentare nuove forme di gestione, al di là di quelle già consolidate.   

Il futuro della casa cantoniera non è una questione tecnica ma una questione profondamente politica. Vogliamo andare oltre l’idea di una convenzione consueta, che lega la gestione dello spazio alle istituzioni pubbliche. Al suo posto vogliamo proporre un’alternativa e aprire una parentesi tra privato e pubblico. Una parentesi che si può allargare con il tempo, creando sempre più spazio per scrivere un’altra storia,  la storia del comune.

In altre parole vogliamo che la casa cantoniera sia riconosciuta come un bene comune, che funzioni grazie alla gestione diretta; una gestione autonoma rispetto al potere politico ed economico dominante.

Vogliamo spostare il baricentro dalla proprietà alla gestione, da avere ad essere; noi non abbiamo uno spazio ma siamo uno spazio. Se un tempo l’identità della casa cantoniera era legata al lavoro che svolgeva il cantoniere, oggi la sua identità è definita dal fare comune delle tante persone che ogni giorno la rendono viva.

Quest’anno il proprietario della casa cantoniera – la Provincia – affronterà grandi trasformazioni; da giugno non avrà più un consiglio eletto dalla cittadinanza e il suo patrimonio passerà a Regioni e Comuni.    

Pensiamo che questi cambiamenti possano essere uno spunto per pensare nuove forme di governo del territorio, da una forma istituita a un forma istituente. Vogliamo cogliere l’occasione per immaginare come gli spazi abbandonati delle vecchie istituzioni possano essere luoghi dove costruirne di nuove, una crepa dove immaginare e far nascere nuove istituzioni del comune. Spazi di democrazia diretta, che guardano oltre il mandato politico di un partito e oltre gli interessi economici di breve termine, per tutelare diritti sociali e custodire beni comuni. 

Partiamo da qui, da un luogo che in passato era destinato alla manutenzione della rete stradale, per incominciare ad immaginare altre strade possibili.

Casa Bettola

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