Roma - Convocazione Assemblea Nazionale Ricercatori Precari per il 20 febbraio 2015

di Coordinamento assegnisti, borsisti di ricerca e dottorandi

17 / 2 / 2015

Il fallimento della riforma dell’Università che porta il nome dell’ex ministro Gelmini (L. 240/2010) è ormai un dato di fatto. Lo abbiamo detto nelle assemblee che si sono svolte negli ultimi mesi, sia nelle singole Università che nell’assemblea nazionale che si è svolta a Firenze il 16 gennaio 2015. Sin dalla prima valutazione della Legge Gemini era stato previsto quanto sta accadendo oggi, ovvero la precarizzazione radicale, la riduzione del personale della ricerca, il blocco del turn-over, i tagli ai fondi. La precarietà si combatte eliminando la precarietà, non eliminando i precari. Ad oggi, con l’inserimento dell’emendamento al dl “Milleproroghe” che estende la durata massima degli assegni di ricerca dagli attuali quattro a sei anni, presentato dall’on. Ghizzoni e approvato a maggioranza in commissione Affari costituzionali e Bilancio di Montecitorio, l’impianto dell’ultima riforma dell’Università viene ad essere smontato de facto. Ma questa estensione non servirà a risolvere il problema del sistema Università/Ricerca in Italia. Il problema dell’allontanamento progressivo di circa 6000 assegnisti ogni anno verrà solo ritardato di un paio di anni. Questo significa che nel giro di tre – quattro anni l’università italiana si svuoterà massicciamente di tutta quella componente che lavora alla ricerca con elevata qualità scientifica. Tutti questi assegnisti saranno fuori dall’Università, senza copertura assistenziale nonostante i versamenti nella gestione separata INPS, che ha praticamente il ruolo di bancomat dell’intero ente previdenziale nazionale.

Nella Legge di Stabilità è stato recentemente approvato un ulteriore taglio del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) delle Università per un importo pari a 1,4 miliardi di Euro (su 7 miliardi totali, il 20%) dal 2015 al 2023. I tagli ai bilanci delle Università appaiono in netta controtendenza rispetto agli altri paesi europei dove la spesa per le istituzioni accademiche e per la formazione superiore è in notevole aumento, dalla Germania (+20% dal 2008 ad oggi) alla Francia, per non citare i paesi Scandinavi. L’Italia è infatti secondo l’Ocse il paese che negli ultimi anni, dal 2008 in poi, ha disinvestito maggiormente nel settore innovazione e ricerca (-14%), aumentando, di conseguenza, l’importo delle tasse universitarie (+63% in dieci anni). Tutto ciò mentre in Germania, che investe pro-capite per la ricerca il triplo delle nostre risorse, l’accesso alle Università è nuovamente gratuito per legge, stranieri e fuori corso inclusi.

In aggiunta a tutto ciò, la Legge di Stabilità, approvata in Parlamento, ridimensiona notevolmente il vincolo alle assunzioni dei RTD di tipo B, l’unica ristretta categoria di ricercatori ad avere finora la possibilità di essere assunta a tempo indeterminato nell’Università, riducendo ulteriormente le già esigue possibilità di entrata in ruolo per i ricercatori precari.

Tuttavia, le trasformazioni profonde cui sono soggette le Università non dipendono unicamente dall’entità dei tagli, seppur molto cospicui: un ruolo fondamentale nella metamorfosi del mondo della formazione è svolto dai meccanismi di valutazione degli atenei, promossi dalla retorica del merito e dell’efficienza, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le sacche di clientelismo baronale presenti all’interno dei dipartimenti. I criteri quantitativi introdotti per una valutazione “trasparente” e “oggettiva” sono, e sono stati, spacciati come neutri, al riparo da qualunque controversia, in quanto indicatori matematici. In realtà, i parametri di valutazione sono stati definiti a priori dall’Agenzia ANVUR, attraverso un processo predittivo regolato dell’idea di Università che si è voluto imporre.

Nell’ambito specifico del lavoro precario svolto all’interno degli atenei, le dinamiche competitive appena illustrate hanno potuto innestarsi solo a seguito della frammentazione del mondo della ricerca ottenuta attraverso le riforme che dal 2005 hanno trasformato drasticamente l’assetto universitario e la figura giuridica del ricercatore. Con la legge Moratti (2005) si è stabilizzata la precarizzazione nel mondo della ricerca introducendo i contratti di ricercatore a tempo determinato, mentre la riforma Gelmini del 2010 ha dato l’ultimo colpo di grazia, eliminando i contratti di ricercatore a tempo indeterminato, RTI, (l’unica forma professionale di inserimento stabile nelle Università) e definanziando in modo considerevole il comparto università e introducendo ben due figure di ricercatore a tempo determinato (RTD A/B) in sostituzione dei vecchi RTI, bloccando di fatto l’entrata in ruolo dei precari. Si calcola che dal 2008 al 2018 andranno in pensione 20.000 figure tra professori e ricercatori di ruolo. Occorre ripristinare questo numero e occorre farlo attraverso l’assunzione in ruolo degli attuali precari.

Le Università, da potenziale motore per la crescita sociale, economica e culturale delle zone più depresse, vengono sempre più trasformate in fonti di ulteriori criticità e disoccupazione. Il processo di differenziazione degli atenei in Research Universities (atenei di serie A dove si farà didattica e ricerca) e Teaching Universities (atenei di serie B dove si farà sola didattica) restaurerà un sistema accademico a forte connotazione classista, considerando il prevedibile aumento esponenziale delle tasse universitarie degli atenei virtuosi (già in parte avvenuto in tutti gli atenei per migliorare l’indice spese per il personale/entrate, sforando il tetto del 20% dell’FFO imposto per legge) ed i costi della mobilità. Il diritto all’accesso a una formazione universitaria plurale e di qualità viene quindi trasformato in un diritto esclusivo riservato ai ceti più abbienti.

Alla luce del quadro appena descritto, è evidente come una trasformazione dell’esistente sia possibile unicamente attraverso l’organizzazione collettiva di pratiche di conflitto incisive ed espansive da parte di ricercatori, studenti e dottorandi; a patto naturalmente di mettere da parte i corporativismi diffusi che si riscontrano nell’ambiente, di sottrarsi alla sempre più dilagante e degradante guerra fra gli ultimi e di mettere invece al centro del proprio agire politico la funzione sociale delle Università, l’autonomia della ricerca, un percorso formativo libero e di qualità, la rivendicazione di una continuità di reddito, e quindi di dignità, per sottrarsi dalla morsa della precarietà e da tutte le dinamiche che ne derivano. Anche perché è utile ricordare che dal 2002 al 2013 (quando qualche soldo arrivava ancora) l’auto-sfruttamento e la guerra fra i poveri all’interno dei dipartimenti sono stati ricompensati con l’entrata in ruolo di 500 assegnisti di ricerca su 55.000, a riprova che le dinamiche di sottomissione e autodisciplinamento non pagano in nessun caso.

Tutto questo deve cambiare. È necessario che in Italia i ricercatori precari abbiano accesso a fondi di ricerca comparabili a quelli messi a disposizione negli altri paesi europei e abbiano la possibilità di avanzare nella propria carriera universitaria in tempi ragionevoli. Analogamente a quanto accade per le figure precarie di qualunque ambito del mondo del lavoro, il raggiungimento di un tale scopo richiede l’aggregazione di un numero molto elevato di precari disponibili a mobilitarsi nonostante il ricatto della precarietà. L’Università in Italia è fonte di precarizzazione non solo per chi ci lavora, ma per tutti coloro che vi hanno a che fare e per questo vanno create forti alleanze con tutte le categorie che vivono tale realtà. A tal fine, è fondamentale da un lato innescare un processo di riconoscimento della propria condizione individuale come condizione in realtà comune a tutti gli altri precari, dall’altro ricostruire un’alleanza trasversale tra le figure subalterne del mondo universitario (ricercatori, studenti, dottorandi) per riconnettere e organizzare i differenti volti che assume la precarietà all’interno dell’Università.

Diventa inoltre fondamentale decostruire il piano del discorso che non riconosce il lavoro cognitivo svolto nelle Università come tale. E’ infatti opinione diffusa che voler seguire le proprie aspirazioni e le proprie passioni, voler scegliere un lavoro dal quale trarre delle soddisfazioni e che potrebbe avere un impatto sociale rilevante, sia quasi uno sfizio o, meglio, un lusso, e che quindi sia del tutto giustificato lo sfruttamento del lavoro gratuito e le diffuse finestre di intermittenza di reddito riscontrate fra i precari della ricerca. Ribaltare questo discorso è fondamentale sia per mettere in pratica una campagna per l’accesso agli ammortizzatori sociali per i dottorandi e gli assegnisti di ricerca che per ampliare e sostenere le campagne sul reddito di base, rivendicando il diritto fondamentale alla scelta del lavoro come elemento di libertà e il diritto a poter intraprendere un percorso di studi libero dal ricatto della precarietà. Sempre in questa direzione, per eliminare le dinamiche di ricattabilità e dipendenza è molto importante esigere l’accesso e la gestione dei finanziamenti da parte di gruppi autonomi di ricerca composti dalle diverse figure del mondo dell’Università in modo da poter ristabilire, almeno parzialmente, un’effettiva autonomia di una ricerca all’altezza della fase attuale.

Come precari dell’Università e della ricerca chiediamo:

– La necessità dello sblocco del turn over: è drammaticamente urgente il reclutamento di 20.000 posti di ruolo (4000 all’anno per 5 anni), così da riportare il numero di docenti universitari al livello del 2008, interrompendo il declino e, anzi, rilanciando l’istruzione universitaria.

– La contestuale necessità di eliminare tutte le attuali forme precarie post dottorato, sostituendole con un’unica figura pre-ruolo (PostDoc/junior researcher). Tale figura, a tempo determinato, dovrà avere adeguata retribuzione, pieni diritti previdenziali e assistenziali, autonomia di ricerca, possibilità di titolarità di fondi. I PostDoc dovranno essere inoltre ritenuti organico effettivo dei dipartimenti e degli atenei cui afferiscono, contribuendo alla loro produttività scientifica, e dovranno per questo essere adeguatamente rappresentati negli organi di ateneo.

– L’immediata sospensione dei termini di 4 e 5 anni per, rispettivamente, assegni di ricerca e RTD, in vista del riassetto complessivo del sistema e del piano di reclutamento straordinario.

– L’apertura dei concorsi per RTDb, attualmente l’unica figura precaria con possibilità di stabilizzazione, a tutti i candidati in possesso del titolo di Dottore di Ricerca (PhD).

– abolizione della norma che impedisce agli assegnisti di frequentare corsi di laurea, nell’idea che non si debba impedire la formazione ulteriore dei ricercatori che giudichino di aver bisogno di ampliare le loro conoscenze;

– utilizzo degli avanzi di bilancio degli Atenei per l’attivazione di assegni per i migliori progetti presentati direttamente dai candidati nei settori disciplinari dei Dipartimenti meno fortunati dal punto di vista dei finanziamenti;

– parità di rappresentanza negli organi accademici di dottorandi, borsisti e assegnisti di ricerca;

– trasparenza e condivisione delle strategie di assunzione degli atenei.

L’assemblea è convocata per il giorno 20 Febbraio 2015 alle ore 14:00 presso l’Aula II di Lettere, Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5, Roma.

Coordinamento Ricercatori Non Strutturati Universitari

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