Salvataggio banche in Veneto - Intervista a Marco Milioni

6 / 7 / 2017

Abbiamo intervistato, sulla crisi e sul "salvataggio delle banche venete" Marco Milioni, per anni firma fissa per Il Gazzettino, che da qualche anno è firma fissa di Vvox.it, testata regionale veneta per la quale realizza inchieste, reportage e approfondimenti nei quali la vicenda delle popolari venete assume una primaria importanza. Ha collaborato anche con Domenico Iannacone nella realizzazione di alcune fortunate inchieste di Presa diretta su Rai Tre dedicate al fenomeno della evasione fiscale nel distretto vicentino della concia.

In questi giorni il governo Gentiloni ha varato un piano di salvataggio della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca. In totale i costi pubblici destinati all'operazione potrebbero ammontare a 17 miliardi di euro. Dell'operazione si avvantaggerà Banca Intesa San Paolo, che acquisirà la parte "sana" delle banche senza sborsare un euro. Cosa comporterà questo per i consumatori?

«Per i consumatori in senso stretto, ovvero per i correntisti e più in generale per i fruitori dei servizi l’operazione si reverberà senza dubbio prima o poi con un aggravio, più o meno mascherato dei costi stessi. Sul piano della prospettiva è facile che si avvantaggerà Intesa, a meno che la bad bank in capo allo Stato riuscirà pian piano, magari a fronte di una non ben prevedibile ripresa economica, a rifondere lo Stato stesso come in parte è capitato col banco di Napoli. Per certi aspetti tale decreto preoccupa di più sul piano del diritto perché altera il corso giuridico dei contenziosi in corso e non presenta quei caratteri di necessità e urgenza richiesti dal dettato costituzionale».

La crisi delle banche venete è il sintomo di un capitalismo locale malato, gestito da personaggi che si sono arricchiti all'ombra del potere politico leghista, che spesso hanno il controllo dei media e che continuano a fare affari, senza assumersi la minima responsabilità di quanto accaduto e soprattutto di cittadini lasciati sul lastrico. Il caso di Zonin è il più emblematico. Quali sono le motivazioni di tutto questo?

Quello che è accaduto col caso Zonin è in realtà lo specchio di una situazione che con le dovute differenze si presenta in tutto il mondo della globalizzazione finanziaria. Dico di più, è lo stesso sistema del denaro che da tempo ha assunto la struttura di uno schema Ponzi. Basti pensare al fatto che se gli aventi titolo ritirassero dalla banca tutti i loro averi il sistema collasserebbe. Poiché è basato sulla fiducia verso il sistema stesso e verso i suoi componenti.

Vale a dire?

Il denaro altro non è che una convenzione o una scommessa sul futuro in forza della quale io mi obbligo a una data attività o la pretendo a seconda che io sia debitore o creditore. E la chiave di volta di questo assioma è appunto il debito. Le sperequazioni di tale costruzione sono ben note; basti citare i dati sulla distribuzione della ricchezza elaborati ogni anno da Oxfam. In questa cornice le banche più potenti e le banche centrali altro non sono che il club nel quale non in ossequio a regole certe e chiare bensì in ossequio ad opachi princìpi di opportunità e convenienza, si decide in circoli ristretti come gestire una crisi piuttosto che un’altra. L’esempio delle disparità tra il caso Mps e quello delle popolari venete è eclatante.

Ma per l’affaire Zonin-Consoli che cosa si può dire nello specifico?

Chiaramente ogni considerazione sull’andazzo di quel grumo di interessi transnazionali che all’epoca della grande crisi degli anni Trenta venne soprannominato regno dei banksters non esime ogni singolo attore della vicenda veneta dall’assumersi le proprie responsabilità. Il malaffare c’è stato. I reati ci sono stati. Altra cosa è se si riuscirà a sanzionarli sul piano penale ovvero sul piano personale. È di solare evidenza che l’ex presidente di BpVi Gianni Zonin e l’ex ad di VeBa Vincenzo Consoli comunque non abbiano agito da soli. A corollario c’era una rete di interessi, di connivenze, di occulte e omertose deferenze che a partire da categorie come Confindustria, Artigiani e Commercianti, hanno introiettato e poi spacciato le tossine di un agente patogeno che ha arricchito pochi e impoverito moltissimi. E del quale non abbiamo ancora sperimentato gli effetti più nefasti. Tralasciamo poi ogni considerazione sulle responsabilità di Bankitalia che primeggiano in ogni categoria.

E poi?

E poi e sul piano etico è forse la cosa più grave, c’è stato negli anni un atteggiamento della magistratura la quale ha avuto sì la funzione del cane da guardia, ma non a servizio del cittadino. Figli, mogli di magistrati fino alle stesse ex toghe che finiscono nell’orbita delle due popolari venete sono la eloquente riprova di un sistema di potere che ha fatto della cooptazione il suo principio unificante. L’altro cane che dovrà vergognarsi di sé stesso davanti alla storia è quello della informazione: da mastino a difesa della opinione pubblica si è fatto cane da compagnia.

Qualche esempio?

Basti citare nei lustri gli articoli de Il Giornale di Vicenza, house organ della Confindustria berica, che per anni ha elogiato Zonin senza mai porsi uno sputo di dubbio, anche quando i fatti in modo eclatante dicevano tutt’altro. Il problema è che fino a quando Zonin non è caduto, si fa per dire, in disgrazia, anche le grandi testate nazionali, con qualche rara eccezione, si sono ben guardate dal disturbare il manovratore.

E poi c’è la politica no?

Appunto. Prendersela solo con la Lega è sbagliato. Per anni centrodestra e centrosinistra si sono affannati per garantirsi la benemerenza dei signori delle banche venete alimentando quel tubo digerente perverso che oggi rischia di mettere in ginocchio un Veneto nel quale anche molti cittadini, convintamente schierati a difesa del dogma “dei schei” hanno finito per concimare il terreno in cui questa malacultura è prosperata. Faccio notare che in Islanda i cittadini inviperiti hanno metaforicamente incendiato le case dei banchieri che ritenevano responsabili del grande crac che ha interessato la piccola isola scandinava.

Lo sdegno suscitato dalla maxi operazione finanziaria riguardante le banche venete, potrebbe costituire un punto di rottura nell'intero sistema politico ed economico del Veneto?

No. A meno che il territorio non precipiti in una crisi economica senza precedenti. Il che però non si spiega in termini politici ma psicologici e antropologici. Avere giustizia e tentare di risalire la china in modo virtuoso, anzi saggio, significa in primis dovere mettere in discussione la propria scala valoriale. Detto brutalmente significa avere toppato sul piano del proprio orizzonte esistenziale. E per uno sforzo del genere, in primis sul piano culturale, ma anche sul piano del carattere, i veneti non sono assolutamente attrezzati. E forse non lo è la grande parte del cosiddetto Occidente.

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