Se questa è una biblioteca, se questa è un’università.

Alcune riflessioni intorno ai fatti del 36

16 / 2 / 2017

Mi ricordo di quando al liceo frequentavo la Biblioteca Provinciale. La biblioteca era (o è ancora? Questa è tutta un’altra storia…) un edificio inserito nel complesso scolastico comprendente il Liceo scientifico, linguistico e tecnologico assieme all’Istituto per geometri. Un’architettura sociale degli anni Settanta accorpava ogni singolo satellite, dando a ciascuno la sua specificità nell’unità. Prima delle simulazioni degli esami o dei compiti ostici della quinta superiore, ci trovavamo in biblioteca appena usciti da scuola per iniziare quello “studio matto e disperato” sempre alla rincorsa del tempo. Tra l’aula studio ed il tunnel antistante le porte d’ingresso ci confrontavamo, ci aiutavamo a darci delle spiegazioni, ci scambiavamo appunti (e bigliettini, perché non si sa mai cosa può succedere il giorno dopo). Alcune volte potevamo contare sull’aiuto che arrivava da uno studente universitario venuto a preparare un esame nella stessa aula studio; altre volte, mi ricordo di semplici utenti, laureati, che ci prestavano aiuto, soprattutto in matematica. Sì, perché quella biblioteca veniva usata dai cittadini del quartiere e da chiunque volesse condurre una ricerca: non solo l’immenso archivio di copie di giornali che arrivava fino al XIX secolo, ma anche il catalogo giuridico-economico attiravano tantissime categorie di persone, per l’appunto dagli studenti medi passando per gli universitari, fino ad un utente “x”. Coerentemente all’idea che stava dietro alla struttura architettonica, la biblioteca era un luogo d’incontro aperto allo spazio esterno, senza il quale la sua stessa funzione perdeva di senso. Una galassia di persone e personaggi abitava la biblioteca solo per trovare risposta ad un bisogno o per avere un punto di riferimento. Persone con un passato – e un presente – di tossicodipendenza, persone aventi una sofferenza psichica, persone con un evidente disagio sociale. Anche alcuni migranti, che ovviamente non condividevano alcuno di questi problemi, frequentavano la biblioteca per avere l’accesso ad internet. Certo, tra le centinaia di persone che vi gravitavano attorno alcune risultavano moleste, irrispettose o, addirittura, aggressive. In questo caso, le bibliotecarie e gli utenti provvedevano ad allontanarli. Tutto, però, si svolgeva nella completa apertura della sala studio e del materiale consultabile, rispettando un unico, grande concetto: nelle biblioteche o il sapere si condivide oppure si può benissimo studiare e fare ricerca a casa propria. Per questo quando entravamo in quella biblioteca sapevamo di non andare a studiare ognuno piegato sul proprio libro, ma di essere disposti, ed anche un po’ costretti, a relazionarsi con l’altro. Ed era proprio questo il bello.

La digressione che ho appena fatto può sembrare fuorviante rispetto all’argomento di cui vorrei parlare. L’oggetto è sempre una biblioteca, cambiano la città ed il tempo: mi sto riferendo alla biblioteca di Lettere del 36 di Bologna nel presente. Negli ultimi giorni assistiamo ad un dibattito pubblico, ripreso sulla cronaca nazionale a reti unificate e su ogni cartaceo, che è a dir poco avvilente e, soprattutto, si fonda su un rimosso: la situazione attuale dell’università italiana e degli studenti. Un rimosso da cui è imprescindibile partire perché spiega la reazione variegata e corposa da parte di alcuni studenti che hanno mostrato sdegno per i collettivi in mobilitazione ma plauso per i tornelli e, addirittura, per l’operazione di polizia. Da lavoratori dell’università non possiamo non prendere parola su quanto accaduto e fare delle riflessioni. 

Procediamo con ordine. Gli studenti del 36 si sono mobilitati contro la proposta di mettere dei tornelli all’entrata della biblioteca. L’amministrazione decide di chiudere anticipatamente la biblioteca dopo che gli studenti hanno rimosso i nuovi dispositivi di blocco in segno di protesta. Gli studenti si mobilitano, si oppongono e la tengono aperta. Il Rettore ed il Questore fanno entrare la celere dentro gli spazi della biblioteca, che viene distrutta dalle ripetute cariche, seguite da una caccia sfrenata allo studente. Al di fuori della biblioteca, vicino piazza Verdi, la polizia carica nuovamente i manifestanti per allontanarli dalla zona universitaria. 

A questo punto il benpensante dirà che è successo un casino per dei tornelli, il cui obiettivo altro non è che “proteggere” gli studenti e garantire l’uso della biblioteca senza intrusioni dall’esterno. Perché, si dirà, è una biblioteca universitaria e quindi possono accedervi soltanto gli studenti – tutti gli altri vadano pure in quelle comunali o provinciali. Qui sta, ai suoi occhi, la differenza tra il 36 di Bologna e la biblioteca di cui ho ricordo. E, però, qui sta ai miei occhi la cifra di cosa sia diventata l’università, come istituzione, e i suoi utenti, che siano studenti, docenti, dottorandi, ecc. 

I tornelli elettronici che si aprono solo strisciando il badge non sono di certo una novità dell’Alma mater: da Padova a Trento, da Milano a Venezia si vedono sensori e tornelli davanti alle porte di biblioteche ed aule studio. In alcuni casi, come a Trento e Padova, ci sono i sensori anche per entrare nei bagni, sia mai che qualche persona indesiderata (nel caso padovano i migranti e i rom) usino la nostra stessa tavoletta del cesso. Il problema dietro ai tornelli è di carattere simbolico, ma non nel senso con cui la vulgata intende questa parola, accostando cioè il simbolico all’ideologico (lo spazio chiuso e controllato contro la libertà dei sapere). Il tornello rappresenta proprio quella distanza e autosufficienza delle istituzioni universitarie rispetto alla città e alla società; le reazioni scomposte alla sua installazione e all’entrata delle forze dell’ordine in università sono invece il compimento della logica neoliberale e aziendalista con cui ci hanno martellato per anni. 

La perimetrazione di una biblioteca ai soli studenti dice due cose precise. In primo luogo, che la biblioteca è un posto in cui sono ammassati dei libri che un utente può aprire e mettercisi chino sopra, nel silenzio della sua solitudine interiore. La biblioteca non è un posto del sapere, di un’attività costante che prevede incontri, condivisione, scambio per i quali è necessario che diventi un punto di riferimento e di socialità per il territorio in cui è stata costruita. No, la biblioteca è semplicemente uno spazio dove è possibile preparare gli esami: tutto quello che va al di fuori del programma non interessa il sapere. Del resto, soprattutto per le materie umanistiche, l’utilità del sapere ha da tempo perso il suo riferimento ai problemi dell’umano e non solo, dirigendosi altrove: i finanziamenti ed il rating. Avere pubblicazioni accademiche nazionali ed internazionali, fare congressi, piegare la ricerca ad alcune aree tematiche sono gli sbocchi naturali del sapere universitario: senza di questi la VQR (valutazione qualità della ricerca) diventa bassa, non ci sono i finanziamenti e, dunque, addio università. La produzione del sapere, al di là della sua qualità che comunque ne rimane profondamente intaccata, soffre il vizio di essere a uso e consumo della sola comunità scientifica, dei soli canali universitari in quanto è lì che girano le poche briciole rimaste per l’istruzione e la ricerca. Che fine ha fatto la funzione comunitaria, l’apertura alle città, l’interesse per l’approfondimento e la visione d’insieme dei problemi che dovrebbero caratterizzare i nostri dipartimenti fin dal Medioevo? Nessuna nostalgia per i tempi che furono, sia chiaro. Né alcuna velleità di categoria per cui gli accademici sarebbero i luminari della società. Quello che voglio dire, semplicemente, è che l’università dovrebbe essere uno strumento nella mani della cittadinanza – tutta, nessuno escluso. I suoi luoghi dovrebbero essere aperti perché se si fa ricerca per rintracciare una problematica e risolverla, la si dovrebbe fare rivolgendoci alla comunità che ha interessa che venga risolta. Altrimenti – passatemi la battuta, che vuole essere provocatoria – possiamo finire a contare le ricorrenze di una parola nello pseudo-Aristotele solo per essere citati da altri accademici o per fare una citazione colta al bar. Mettere i tornelli con la scusa del disagio sociale significa rendere più difficile o impedire l’accesso a chi vuole trovare nel sapere delle risposte. Così come significa approfondire il distacco tra ciò che è considerato accademico e ciò che non lo è.

In secondo luogo, l’intera vicenda bolognese ci dà un’indicazione su chi siano diventati gli studenti. Tra ritmi intensivi di studio per accumulare i crediti previsti e non essere fuoricorso (per le tasse e per il curriculum), gli stage da prestare, risorse insufficienti per i servizi, i pochi finanziamenti per i dottorati e gli assegni di ricerca, si vuole solo portare a casa la propria perfomance. Si studia per superare l’esame, per fare un’ottima impressione in quella mezzora di colloquio o allo scritto, puntando ad ottenere il massimo della valutazione per avere un capitale umano più prestigioso. Anche per gli studenti il sapere non è un mezzo rivolto al di fuori dell’accademia, bensì una conoscenza parcellizzata utile soltanto a sé, al proprio percorso personale. Si tagliano le borse di studio, si chiudono Corsi di Laurea, si eliminano posti di ricerca e titolature dei corsi. Come pretendiamo che gli studenti acquisiscano delle conoscenze utili alla società e non funzionali allo svolgere un’attività professionale individuale oppure a superare un esame? Peraltro, le conoscenze hanno anche un costo molto caro viste le rette universitarie. Agli occhi degli studenti l’apertura degli spazi universitari all’esterno, a chi non è iscritto e non contribuisce economicamente all’università, diventa un cortocircuito. La persona esterna viene vista come un ostacolo alla preparazione della perfomance, e alla propria affermazione nella competizione sfrenata, o come un parassita, un immeritevole perché non iscritto all’università. Quindi, tanto meglio che ci siano i tornelli a "proteggerci". Credo che non ci sia un pensiero che accosti di più l’università ad un’azienda, tra affiliazione corporativa per l’istituzione e spazio dove bisogna produrre ai fini di un accumulo, in questo caso per il curriculum o per la carriera. Gli studenti, capeggiati da tale Emilia Garuti poi rivelatasi responsabile Legalità del PD, che hanno osteggiato altri studenti intenti a rivendicare un uso diverso dell’università, incarnano bene questa idea neoliberale del sapere.. 

In questo contesto che descrive brevemente, e non esaustivamente, l’università italiana, la violazione dei suoi spazi da parte della polizia non stupisce. Non voglio parlare dell’azione di polizia come di una profanazione della sacralità dell’università, per quanto a memoria d’uomo o di donna sia un fatto grave perché inedito. Le cariche della celere per i corridoi del 36 rendono evidente quanto l’università, per i motivi di cui sopra, sia diventata ancor di più un luogo disciplinare. Un altro uso - in controtendenza rispetto alla polverizzazione dei rapporti sociali tra gli universitari e tra costoro e l’esterno - degli spazi accademici interferisce con l’efficacia della macchina universitaria e con il meccanismo dell’accumulo. Per questo bisogna sanzionarlo, chiuderlo, reprimerlo. Si fuoriesce dallo steccato della biblioteca chiusa agli esterni? Entra la celere in università. Si vogliono usare le aule per iniziative, assemblee, ecc., e non per erogare lezioni? O si ottengono le decine di firme necessarie, oppure puoi essere sospeso con un provvedimento disciplinare. 

Fa sorridere che una settimana fa docenti ordinari di tutta Italia abbiano firmato una lettera in cui si denuncia l’analfabetismo funzionale degli studenti, colpevolizzando solo loro e gli insegnanti delle elementari ma non la distruzione sistematica dell’istruzione pubblica. Dove sono adesso questi docenti? Perché i lavoratori dell’università (operatori, dottorandi, docenti, ricercatori, ecc…) non prendono parola sulla gravità di quello che è accaduto? Sarebbe un punto di partenza per iniziare, di nuovo e più complessivamente, a parlare della situazione drammatica dell’università. 

Per fortuna, continueranno ad esistere gli studenti e le organizzazioni che mettono in pratica un’altra concezione di università. L’assemblea degli studenti di Bologna di due giorni fa, finita in corteo con più di cinquecento persone, è un barlume di speranza da cui si può ripartire, con tutto il duro lavoro da fare, per reinventarsi un’università libera dal deserto culturale in cui l’hanno fatta essiccare. 

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