Sovvertire il "corso" reazionario

Una riflessione sulla tentata strage fascista di Macerata

7 / 2 / 2018

C’è qualcosa di terribilmente inquietante nei fatti di Macerata di sabato scorso a cui abbiamo dato immediatamente un nome: tentata strage fascista. E questo non per dovere di cronaca, ma perché proprio la terminologia definisce in nuce la politicità del gesto, la sua volontà esemplificativa. Un gesto terroristico, quello di Luca Traini. Anche se sono stati in pochi a definirlo tale, forse come estremo tentativo di ovattare una campagna elettorale squarciata con violenza dalla “questione razziale”.

Questo Paese ha già fatto i conti, almeno in parte, con il terrore e l’angoscia dello stragismo fascista, ma anche con la capacità di fronteggiarlo a viso aperto, di rispondere «colpo su colpo». Oggi, se rimane salda la matrice politico-ideologica dell’atto terroristico, a mutare sono le motivazioni, il quadro organizzativo, l’humus sociale e politico. Il tratto più inquietante della furia omicida di Luca Traini è l’alone di consenso, tacito o esplicito, e di ineluttabilità che ne ha inquadrato l’atto. E non parliamo solo dei mandanti politici dell’azione terroristica – in particolare la Lega Nord e tutta l’estrema destra – o del vomitevole sottobosco social, ma dell’intelligencija che pontifica sulla stampa mainstream e nei salotti televisivi[1].

È palese il tentativo non solo di spoliticizzare l’accaduto, ma di comprenderlo alla luce di un nesso causa/effetto rispetto alla vicenda di Pamela Mastropietro. Posto che le indagini devono ancora far luce sulle dinamiche del brutale accaduto, ancora una volta una donna, il suo corpo, la sua vita spezzata diventano territorio da colonizzare con la più becera retorica razzista: «bisogna difendere le nostre donne dal mostro nero e vendicarle linciando tutti coloro che fanno parte del gruppo sociale “dei neri”, perché la loro colpevolezza è già scritta, sono coloro che non possono/vogliono conformarsi ai nostri valori». Di qui la versione odiosa data nelle prime ore successive all’attentato di Traini, quando la segretaria della Lega provinciale ha addirittura chiamato il fatto un  «eccesso di passione». Proprio come ricorre nella narrazione della violenza di genere, anche quella razziale viene condannata perché fuori dalla misura del normale, del giustificabile, non come espressione in sé di sopraffazione e oppressione a tutti i livelli verso i non-bianchi. Ma c’è un altro nesso causa/effetto utilizzato come quadro di lettura dell’episodio, che ci parla di «immigrazione incontrollata», di «italiani esasperati», di «guerra sociale in corso». L’azione terroristica passa in subordine venendo, di fatto, legittimata dal contesto; la sua natura nazionalista, platealmente rivendicata dall’attentatore, agisce come mero corollario e addirittura come elemento “di valore”. 

Per questa ragione il fascismo contemporaneo, più schermato e strisciante di quello che aveva una chiara connotazione politico-militare alcuni decenni fa, diventa più inquietante e pericoloso. Ma è nei nessi di causa/effetto di cui accennavamo sopra che si coglie la sua funzionalità in questa fase storica, all’interno dei nuovi dispositivi di riproduzione capitalista. Esistono dei cicli storici in cui la cultura politica, e con essa l’insieme di pratiche e valori introiettati dal corpo sociale, subisce una torsione reazionaria. Sono cicli che storicamente hanno coinciso con le fasi di involuzione del capitalismo, che trainano verso il basso conquiste e diritti frutto della pressione delle classi subalterne. Si tratta di uno schema probabilmente troppo deterministico, e comunque insufficiente per comprendere al meglio il carattere odierno di una tensione reazionaria globale, che sta assumendo caratteristiche inedite. Inedite come la crisi che da circa un decennio stiamo vivendo che, per la prima volta, ha un connotato sistemico e ha generato una concentrazione senza precedenti di ricchezza, risorse e patrimoni.

In questo quadro il ruolo delle identità – nazionali, etniche, religiose, di genere – viene ri-articolato da un lato come dispositivo di assoggettamento di classe, immanente al sociale, dall’altro come elemento cardine di un diritto differenziale che norma e controlla la vita delle persone. L’agibilità dell’estrema destra diventa lo sdoganamento di un’intera opzione politica, che assume peculiarità a seconda dei contesti territoriali, ma che ha non pochi tratti comuni. Gli intrecci tra Donald Trump e l’alt-right americana, il recupero di elementi discorsivi e l’assorbimento di diversi esponenti politici del neonazismo tedesco da parte di Alternative für Deutschland in Germania, la rinascita del lepenismo in Francia sono solamente alcuni esempi di un fenomeno che ha natura processuale e non episodica. Il terrorismo suprematista dell’uomo bianco, impersonificato e rivendicato da Traini, ha una continuità diretta con l’attentato di Charlottesville dello scorso 12 agosto, quando l’auto del neonazista James Alex Fields Jr. stroncò la vita di Heather Heyer e provocò il ferimento di altre persone che stavano svolgendo una manifestazione antirazzista. Ma allo stesso tempo rappresenta il complemento di quel terrorismo fondamentalista islamico che vediamo in azione in diverse parti del mondo e che si nutre della stessa linfa: la radicalizzazione dell’identità, la subalternità sociale come terreno di “reclutamento”, la privazione della libertà come elemento cardine di una nuova forma di vita.

La peculiarità italiana consiste nel fatto che lo spostamento a destra del dibattito pubblico e politico sia stata il frutto di un’azione di governo, che non solo ha accettato di svolgere in questi anni il ruolo di “gendarme europeo” nello spostamento dei migranti, ma ha reso l’approccio hotspot un paradigma di identificazione e controllo sociale di tutta la composizione migrante che vive nel nostro Paese[2]. L’ideologia securitaria, che ha guidato principalmente l’operato del ministro degli Interni Marco Minniti, ha contribuito a spostare l’attenzione dal tema dell’accoglienza a quello dell’ordine pubblico, favorendo di fatto quel fascio-leghismo che fa della questione razziale il proprio manifesto politico. Dopo l’attentato di Macerata, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi ha tranquillamente parlato di «rimpatrio di 600.000 migranti» in caso di vittoria della coalizione di centro-destra il prossimo 4 marzo, fornendo cifre che ricordano gli spostamenti di popolazione avvenuti alla fine della seconda guerra mondiale.

In apertura parlavamo di inquietudine, a proposito dei fatti di Macerata. Un’inquietudine che deve aiutarci a comprendere meglio il divenire di una situazione complessiva in continua metamorfosi, ma che non può lasciare spazio alla benché minima forma di rassegnazione. Abbiamo la necessità di cogliere, politicizzare e trasformare in forza d’urto tutte le dinamiche che si muovano, sebbene in maniera controversa, nella direzione opposta alla situazione appena descritta. Dinamiche che esistono, sono vive in tutti i nostri territori, stanno costruendo nuovi legami sociali. Spesso parlano linguaggi diversi tra loro, ma trasversalmente consegnano a pratiche e concetti che ci parlano di cooperazione, solidarietà e mutualismo un’inedita valenza in termini di emancipazione sociale. Duemila persone, autoctoni e migranti, in marcia “fianco a fianco” a Chioggia sabato scorso, diecimila persone in una piazza antifascista a Genova lo stesso giorno, la risposta spontanea della comunità antirazzista a Macerata il giorno successivo all’attentato costituiscono insieme una risposta collettiva a tutte le spinte reazionarie. Una risposta immediata allo sciacallaggio politico di ogni “colore” fatto da chi non ha neppure espresso un minimo pensiero rivolto alle vittime migranti dell’attentato. Ma anche una risposta, in divenire, che ambisca a rompere la “guerra orizzontale “ in atto e a sovvertire i rapporti di potere.

Per questa ragione la manifestazione di sabato prossimo a Macerata assume un notevole significato in termini strategici, perché solamente massificando l’antirazzismo e l’antifascismo potremmo aprire nuovi spazi di conquista, trasformare le “resistenze” in un contrattacco organico.



[1] A titolo esemplificativo indichiamo l’editoriale di Antonio Polito, apparso sull’edizione online del Corriere della Sera lo stesso 3 febbraio

[2] Su questo specifico punto invitiamo a leggere un contributo redazionale di Globalproject dopo la prima grande retata di migranti alla stazione centrale di Milano: Il razzismo è di Stato, «Globalproject.info», 3 maggio 2017 

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