Sweet home Italy

30 / 7 / 2018

L’aggressione all'atleta italo-nigeriana Daisy Osakue è solo l’ultimo di una serie di episodi di violenza che si stanno moltiplicando nel Paese. Sembra un bollettino di guerra, ma è l'amara realtà dell'Italia “giallo-verde”, che assomiglia sempre più al sud degli Stati Uniti di oltre un secolo fa. Ma andiamo per ordine.

Alabama, lo stato simbolo del sud conservatore degli Stati Uniti; 1865 l’anno di passaggio dalla guerra civile a quella che venne definita «la pace incivile» da Christopher Lyle McIlwain. Una storia di opportunità mancate che hanno avuto conseguenze sostanziali, gli anni dell’assassinio di Lincoln, del passaggio del XIII emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, gli anni della liberazione degli schiavi.

Si abolisce la schiavitù, ma non si sconfigge il razzismo. Tra il 1877 e il 1950 migliaia di afro-americani furono pestati, mutilati, picchiati, trascinati per strada, sottoposti a ogni forma di tortura e alla fine impiccati come ultima forma di umiliazione pubblica, in quelli che sono passati alla storia come atti di esecuzione sommaria o linciaggio. Azioni che si espandono largamente negli Stati Uniti post Guerra di Secessione. Come una sorta di rabbiosa reazione alla fine della schiavitù, il sud del Paese cominciò a sviluppare un vero e proprio “terrore razziale”, sotto forma di atti pubblici di tortura contro la popolazione di colore.

Nel 1865 si abolisce la schiavitù ma rimane il segregazionismo: nei luoghi pubblici i bianchi da una parte e i neri dall’altra. Questo lembo del «profondo Sud» americano, meno di cinque milioni di abitanti, è il cuore e l’anima di quell’America conservatrice, maschilista, venata di un razzismo nostalgico della segregazione, che a tratti riemerge come “ricorso storico”. Ma l’Alabama è anche il luogo dove i neri, costretti a vivere da cittadini di serie B senza scuole né servizi sociali e senza nemmeno un vero diritto di voto anche dopo la fine dello schiavismo, hanno costruito il loro riscatto con la ribellione di Rosa Parks — il rifiuto di cedere il suo posto a un bianco su un autobus a Montgomery nel 1955 — e le marce per i diritti civili guidate da Martin Luther King, fino alla tragica Bloody Sunday sull’Edmund Pettus Bridge, il ponte di Selma.

Italia 2018, si parla di odio. E molto spesso si parla di odio razzista. Razzismo di Stato che bombarda le orecchie, a cui sempre più ci siamo abituati, come se fosse normalità. Il Belpaese si sta ripresentando agli occhi del mondo non per le bellezze che ha da offrire, ma sta diventando la terra sempre più dei pregiudizi radicati. Il governo italiano dedica costanti attenzioni a migranti e rom, individuandolo come causa dei problemi che attanagliano il Paese, tra allarmismi su improbabili invasioni di “proporzioni bibliche” dalla Libia, alle ultime dichiarazioni del ministro Salvini che parla di una «emergenza criminalità» legata ai migranti. Solo piccoli esempi di una retorica irresponsabile. O forse responsabilmente razzista. Non solo, l’Italia è il Paese più omofobo dell'Ue, tra i più islamofobi d'Europa ed ha ancora un enorme problema con il sessismo: abbiamo così la fotografia una nazione in preda alla paura del “diverso”. 

Non siamo più «gli italiani brava gente, italiani da cuore d’oro» (Caparezza, il Secondo Secondo me), ricalchiamo ormai l’Italia della paura, delle fake news, del razzismo radicato nelle masse, in una forma difficile da debellare perché è la “guerra tra poveri” portata all'estremo. Una guerra che nell'odio vede un alibi rispetto alla costante erosione dei diritti e smantellamento del welfare. Una guerra che diventa disumana, dal momento in cui diviene consolidata la legittimità a sparare dai balconi, impallinare una bambina rom, uccidere un sindacalista solo perché nero, farsi giustizia da soli per ipotetico furto.

Inoltre, non si può non citare lo sport che è uno dei campi in cui il razzismo può esprimersi pubblicamente e, troppo spesso, impunemente. Lo abbiamo visto nelle curve della serie A e nel calcio dilettantistico. E oggi non si può non parlare dell’ultimo episodio che vede protagonista e vittima Daisy Osakue, ferita in mezzo ad una strada, aggredita per goliardia e perchè scambiata probabilmente per una prostituta. La discobola azzurra di origine nigeriana è stata colpita mentre tornava a casa, a Moncalieri, da alcune uova lanciatele da un'auto in corsa. 
Daisy, nata a Torino 22 anni fa da genitori nigeriani, è stata riconosciuta italiana soltanto all'età di diciotto anni, proprio grazie all'attività sportiva che ha sempre svolto da quando era adolescente. Ha iniziato la sua carriera nell'atletica leggera improntando la sua attività sulla corsa ad ostacoli, dove riesce ad ottenere un titolo cadetti nel 2011. Il suo talento però nel corso degli anni è emerso come discobola e pesista. Come tutte le donne atlete si trova a dover affrontare i problemi dell'essere dilettante con tutte le difficoltà del caso.

Deisy è purtroppo balzata agli onori della cronaca non per le sue gesta sportive, ma per un atto violento, codardo e vigliacco. In questo vile attacco si sommano e intrecciano quelle "oppressioni" che stanno caratterizzando il nostro paese nell'ultimo periodo: il razzismo e il sessismo. Un'infame gesto dettato presumibilmente dal fatto che una donna nera sia una prostituta e quindi disprezzabile e offendibile dalla violenza della maschile dell'uomo bianco.

Il valzer delle scuse e il rimbalzo delle responsabilità non si è fatto aspettare: Di Maio rinnega l’allarme di crescente razzismo, e porge ancora la mano a Salvini. C’è una bieca cecità che permette sempre più che determinati comportamenti siano normalizzati, che le Ong vengano criminalizzate e che razza e genere diventino elementi di marginalizzazione.

In Alabama c’è un esempio - dolce per certi aspetti, ma purtroppo di fantasia - che ha riscattato all'opinione pubblica una lunga lista di brutture. Forrest Gump, di Greenbow, eroe dell’integrazione razziale e dei diritti, ma anche reduce della guerra del Vietnam, paladino dei diritti lgbtq+. 

In Italia sta mancando, ormai, anche questo tipo di fantasia.

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