La
giornata del 27 Luglio è stata vissuta dalla città di Taranto come
un momento di transizione, dopo lo sconvolgimento e la conseguente
carica emotiva degli eventi del giorno precedente, oggi è stato
il giorno delle contromosse.
Dopo il provvedimento di sequestro,
emesso dal tribunale di Taranto, riguardante l’area a caldo dello
stabilimento, si era infatti assistito ad una sorta di fuga dalla
nave che cola a picco da parte della nuova dirigenza e dei sindacatii
che oggi, tuttavia, sono tornati prepotentemente sulla scena.
La
mattinata è stata caratterizzata dalla grande assemblea sindacale
tenutasi alle 7.00 dinanzi alla portineria D dello stabilimento, a
cui hanno partecipato i segretari nazionali dei Fiom, Fim-cisl e
Uilm.
Ciò che emerso dall’ assemblea è una posizione
sostanzialmente condivisa da parte delle tre principali sigle
sindacali circa la necessità di rivedere il provvedimento emesso
dalla magistratura, per garantire produttività (e quindi profitti) e
difesa dei posti di lavoro.
Le uniche sfumature differenti nei
discorsi dei maggiori esponenti dei sindacati di categoria riguardano
la magistratura: c’è chi come Landini ne ha elogiato il coraggio
ma ne ha di fatto chiesto un passo indietro e chi come Rocco
Palombella, ex lavoratore Ilva, e segretario nazionale della Uilm
(che è il sindacato con il maggior numero di iscritti all’interno
della fabbrica) ha messo in discussione la legittimità del
provvedimento.
Dopo l’assemblea gli operai si sono diretti, come
nel giorno precedente, verso il ponte girevole e verso i maggiori
nodi di comunicazione stradale del capoluogo ionico, bloccando di
fatto, tutte le vie d’accesso della città.
Intorno alle 17 è
giunta notizia ai presidi che i sindacati hanno ritirato lo sciopero
che si concluderà alla fine del terzo turno, cioè alle 7.00 di
sabato perché in azienda c’è da lavorare.
La notizia che
rimette in discussione tutto è quella che il provvedimento di
sequestro è stato di fatto solamente notificato ma che non è ancora
esecutivo e, in effetti, la giornata del 26 ha visto addirittura un
incremento della produzione, a fronte delle 18 colate standard
giornaliere ne sono state fatte addirittura 22. La produzione è
andata avanti grazie alle “comandate” ovvero i lavoratori che
nonostante gli scioperi devono garantire la sorveglianza e la
manutenzione degli impianti.
In attesa della decisione del
Tribunale del riesame, che si pronuncerà il 3 Agosto, la produzione
non si ferma e i blocchi stradali vengono sciolti.
Alle 18 il neo
presidente dell’Ilva Ferrante ha convocato una conferenza stampa
che ha visto però la presenza inaspettata di numerosi operai non
sindacalizzati, circa un centinaio, che con un blitz nella sede del
centro studi ILVA, hanno reclamato, dinanzi alle telecamere delle
maggiori testate ed emittenti televisive nazionali il diritto a
prendere parola sulle decisioni che riguardano il futuro di ventimila
operai (tra dipendenti Ilva e indotto) e di un' intera città.
Oltre
alla pretesa di partecipazione diretta ai processi decisionali la
richiesta chiara da parte dei lavoratori è stata quella di chiedere
allo Stato, che è stato proprietario per oltre 30 anni dello
stabilimento, e al Gruppo Riva di farsi carico dei costi sociali
dell’intera vicenda, dal mantenimento degli standard salariali,
anche in prospettiva di un'eventuale chiusura dell’ area a caldo,
ad un intervento sulle bonifiche e sulla riconversione dell’intero
sistema produttivo del territorio.
Intanto da domani si
torna in fabbrica, in attesa del 3 Agosto, quando il Tribunale del
riesame si dovrà esprimere riguardo ai provvedimenti di sequestro
degli impianti e delle misure cautelari nei confronti degli otto
dirigenti arrestati.
Per il giorno precedente alla sentenza i
sindacati hanno indetto una giornata di mobilitazione, con lo scopo,
neanche troppo celato, di fare pressione sulla magistratura affinchè
ritiri il provvedimento di sequestro in modo da garantire gli attuali
standard occupazionali, tuttavia c’è una fetta di città e di
lavoratori che reclamano il diritto ad un'esistenza degna, dentro e
fuori dallo stabilimento, con o senza la fabbrica. Alternative a cui
la classe dirigente locale, regionale e nazionale, per cinquant'anni,
non è riuscita a dare una risposta adeguata.
Siamo sicuri che da
domani ci aspettano giorni di attesa, verso un nuovo capitolo di una
vicenda che è destinata a cambiare inevitabilmente le sorti della
città dell'acciaio, che dopo cinquant'anni di ricatto occupazionale,
oggi si ritrova con le spalle al muro, dinanzi alla scelta
"vergognosa", come hanno sottolineato gli operai stessi,
tra diritto alla salute e diritto al lavoro.
OCCUPY ARCHEOTOWER - TARANTO

