Considerazioni di alcuni centri sociali dopo la mobilitazione del 13 ottobre

Taranto per noi...

La centralità delle lotte territoriali e la ricomposizione di classe.

17 / 10 / 2012

La prima sensazione che abbiamo avuto arrivando nei pressi di Taranto è stata quella di una città, anzi di un intero lembo di Jonio, avvolta dal fumo, tanto fumo, fumo di fabbriche. Lungi da noi rievocare retoriche da romanticismo pre-industriale, è abbastanza facile immaginare come la fabbrica, intesa come complesso di relazioni ambientali e sociali, abbia condizionato ogni momento ed ogni forma di vita in questo territorio. E la stessa conformazione della città, e lo scopriamo addentrandoci nelle vie che ci portano verso il porto, sembra essere l’interfaccia urbanistico di una città pienamente coinvolta dal declino/degrado di una “civiltà industriale” al crepuscolo. Peccato che qui questo crepuscolo lo senti in tutta la sua drammaticità, con l’odore nauseabondo dell’Ilva e delle altre fabbriche presenti che sembra entrarti nelle ossa. Ci guardiamo e ci viene da chiederci: ma come si fa a vivere così, come si è arrivati a questo punto? Il fallimento del modello urbano - e con esso sociale – della città costruita intorno alla fabbrica, tipico del novecento, è sotto i nostri occhi.

Arrivando al punto del concentramento, già da subito si inizia a percepire come i tarantini lo sappiano bene come si è fatto ad arrivare a questo punto. E questo lo si legge soprattutto nella composizione del corteo, che non ricalca in nessun modo quella di un presidio militante, ma fin da subito fa emergere come siano le dinamiche cittadine nella loro interezza ad essere coinvolte. Una composizione fatta di segmenti sociali diversi e che normalmente sarebbero frammentato ed in ordine sparso rispetto ad altre lotte, ad altre vertenze. Qui, davanti al futuro, alla salute, all'ambiente, ad una idea nuova e diversa della città e del modello di sviluppo, la ricomposizione di classe si dà nelle piazze. Una composizione trasversale, dai bambini alle madri, dagli studenti ai centri sociali, dai cittadini a quegli operai che hanno capito che non ci può e non ci deve essere una contrapposizione tra Operai e Cittadini.

Impressionante lo spezzone studentesco, che mentre attraversava il ponte per arrivare a Piazzale Democrate, sembrava non finire mai. Ma impressionante soprattutto il fatto che tutte e tutti sembravano parlare un linguaggio comune, quello della bonifica, del diritto alla salute, all’ambiente, ad una vita degna. Un linguaggio comune che vede protagonista l’Apecar, “U Trerrot”, che riesce a rappresentare l’immaginario di riscatto di un’intera città.

Un’altra cosa che emerge al primo impatto è come, all’interno della grande eterogeneità del corteo, abbia acquisito - nei cori, negli slogan, negli striscioni - una centralità assoluta il reddito, elemento cardine che ha permesso di scardinare la dicotomia salute o lavoro, espressasi nelle forme di un ricatto, esploso ad agosto ma che dura da diversi decenni.

L’unità attorno alle parole d’ordine del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti (reddito, salute, ambiente) emerge in forma concreta anche dalla partecipazione attiva da parte del quartiere Tamburi, avvenuta con striscioni di oltre 10 metri calati dai palazzi e dalle serrande abbassate dai commercianti, in conformità con quanto richiesto dal Comitato. Nel quartiere dove i palazzi grondano dello stesso sudore nero di chi lavora nell'acciaieria, abbiamo visto le magliette bianche e gialle del comitato, sui balconi le donne in pigiama con i bambini ci confermano quello che più volte avevamo letto e sentito dai compagni, e cioè che si ha timore ad esporsi contro mamma Ilva, perchè l'Ilva non è fuori dal quartiere ma è fin dentro le mura di casa e tuo marito è costretto ad andare a lavorare e non si può permettere di esporsi. Ma qualcosa sta cambiando perchè nei volti dei 'balconari' si legge una sorta di “so che è giusto”.

Quegli striscioni sono lo specchio più fedele della città degna e sono l’immagine più bella e solare di chi vuole andare oltre il dramma e la disperazione, lottando e cooperando per costruire alternative vere.

La Taranto del 13 ottobre rappresenta un passaggio importante non solo per chi quotidianamente vive le contraddizioni e le speranze di una città che sta riprendendo in mano il proprio futuro, ma anche per chi è venuto a Taranto da altre città, per sostenere il lavoro del Comitato ma anche per imparare.

Se da Taranto abbiamo appreso qualcosa e che sempre di più le lotte territoriali hanno bisogno di parlarsi e mettersi in connessione tra loro, anche e soprattutto all'interno dei territori stessi tra le varie istanze, ricercando quel comune fatto di riappropriazione di diritti, di pretesa della salvaguardia della salute, costruendo l'alternativa dentro e fuori gli spazi di libertà che ogni giorno strappiamo alle sudicie grinfie del potere, reclamando e riappropriandoci di quel reddito che è sempre più necessario per sottrarsi al ricatto e allo sfruttamento.

Laboratorio Insurgencia (Napoli), D.A.D.A. (Napoli), CSOA Ex-Mattatoio (Perugia), CSOA Zona 22 (San Vito Chietino)

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