TerrorismNotWelcome. La visita di Erdogan a Roma.

7 / 2 / 2018

Una riflessione di Vanna D’Ambrosio, fotografa e operatrice sociale, sulle repressione di piazza che c’è stata lunedì 5 febbraio a Roma, in occasione della manifestazione che contestava la presenza del presidente turco Erdogan, ricevuto in quelle ore dal Papa.

In quel cerchiante e in quel pomeriggio di lunedì 5 febbraio, tra Castel Sant'Angelo e via Triboniano, in occasione della visita di Erdogan a Roma e del sit-in #Erdogannotwelcome, autorizzato dalle ore 11:00 alle 14:00, si è consumata la sovranità dello Stato. Una sovranità che decide della vita e della morte delle persone, dell'accoglienza e dell'allontanamento, del rifiuto e dell'ospitalità, del dentro e del fuori,  provvedendo a costruire una gamma di esclusi e di inclusi, legali ed illegali, criminali e non,  soprattutto quando si interviene in nome della sicurezza e dell'integrità.

A Castel Sant'Angelo, come a Piazza Indipendenza, come per il Daspo urbano, è stato evidente che l'unica strategia di gestione del dissenso - incarnatasi nella richiesta di procedere in corteo verso via della Conciliazione - sia per il Governo la creazione di spazi d'eccezione all'occorrenza. Spazi amministrati, si vede, attraverso la formula dell'aggressione e di un po' di terrore generalizzato,  in una  «violenza governamentale che […]pretende tuttavia di stare ancora applicando il diritto»[1].

In questo modo l’unica via di partecipazione della società civile alla suddetta democrazia è una  criminalizzazione generata e generica. In ultimo a Castel Sant'Angelo, e prima in altre strade, hanno accerchiato le voci libere del dissenso - nel caso specifico - contro la visita del presidente turco a Roma.

All'incirca 150 dimostranti circoscritti, definiti, delimitati da forze dell'ordine - quasi ad uno contro uno -, da blindati - una dozzina- e da cavalli, ancora prima di qualsiasi atto e fatto, in uno spazio pubblico, percepito come di loro appartenenza, diventato una prigione a cielo aperto e  difeso dall'intero corpo poliziesco.

La democrazia si è limitata anche qui, aprioristicamente, ad indicare un problema, puntando il dito contro una parte del popolo, lontana dalle dinamiche di comprensione e di spiegazione della realtà. Si è dimostrata così la completa assenza di validi e seri sguardi critici sulla società in movimento, per cui, in maniera fin troppo machiavellica, «il fine giustifica i mezzi». 

Poche persone, ma meticce, un coro pluralistico in termini di composizione culturale e sociale, per cui erano state dispiegate congiunte forze della Polizia, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, carri, cavalli, cariche, identificazioni, in vista di una sicurezza e di un “ordine pubblico” che rappresentano esclusivamente una riduzione dei diritti fondamentali. 

La richiesta di sfilare in corteo è diventata, in immediato, il casus belli che ha congiunto, oltre i limiti del possibile e oltre il terreno di scontro, diversi ambiti di combattimento: quello militare, -attraverso il dispiegamento ingente delle forze dell'ordine-  quello politico  - attraverso le identificazioni forzate - e quello individuale – attraverso la repressione della libertà di movimento e  di parola – e quello intimo – attraverso la convalida del reato di solidarietà (i presenti dovevano fornire il documento di riconoscimento alle autorità).

In accordo con gli atteggiamenti negativi e repressivi della nostra legge, a Castel Sant'Angelo sono stati di nuovo ridefiniti non solo i confini materiali e fisici del potere ma anche quelli simbolici.

Di nuovo le nostre piazze, le nostre strade, il nostro territorio è stato predisposto per trasformarsi in un campo di battaglia, in linea con le direttive globali per cui la guerra è ovunque, tanto nei nostri spazi pubblici – esternamente - quanto dentro le nostre case – internamente - . Un'altra guerra senza confini, che investe ogni parte del pianeta e ogni attività del soggetto, contribuendo a rendere sempre meno chiara la linea di demarcazione tra lo spazio della battaglia e il non-spazio della battaglia.  «L'essenza dell'uomo non è più nella libertà, ma in una sorta di incatenamento»[2], come ricordava il filosofo Levinas all'indomani dell'hitlerismo.

A Castel San'Angelo, quel giorno nominata ad essere zona lacunare[3] , tra visibile e invisibile erano presenti  il potere e «una collettività [...] come res publica, [...] messa in discussione quando in essa si forma uno spazio estraneo alla cosa pubblica, che contraddice efficacemente quest'ultima»[4]. La collettività, stretta  per mano, ha resistito al vuoto disumano di quello spazio e di quel tempo, con musiche, danze ed inni di libertà.



[1]    G. Agamben, Stato d'eccezione.

[2]    E. Levinas, Riflessioni sulla filosofia dell'hitlerismo

[3]    Cfr, H, Arendt

[4]    C. Schmitt, Teoria del Partigiano. 

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