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Con la finanziaria e la non-legge sullo Ius Soli si chiude il governo Gentiloni e la legislatura

28 / 12 / 2017

Con l’approvazione della manovra 2018 e la “fuga dal Senato”, che ha definitivamente affossato la proposta di legge sullo ius soli, si conclude il tempo politico della diciassettesima legislatura. L’imminente scioglimento delle Camere da parte del Presidente Mattarella traghetterà il Paese verso le elezioni legislative del 4 marzo 2018, in un quadro politico tra i più incerti della storia repubblicana.

Si conclude anche l’esperienza del governo Gentiloni, spesso considerato - a torto - controfigura del suo predecessore, che porta a casa il tratto compiuto di una costituente dall’alto affermatasi ben oltre e nonostante l’esito referendario del dicembre 2016. L’ultimo governo della legislatura ha infatti inciso più di altri sulla definitiva modifica della costituzione materiale, soprattutto per quanto riguarda la configurazione dei poteri negli assetti istituzionali[1].

Se da un lato il superamento dello Stato di diritto è processo di medio-lungo periodo affermatosi a livello globale, dall’altro le specificità di questo governo attengono soprattutto all’istituzionalizzazione di una prassi legislativa che impianta nel potere esecutivo la produzione di norme o la mera assunzione di disposizioni varate dalla governance europea. L’utilizzo della questione di fiducia nell’iter legislativo, che porta il governo Gentiloni ai livelli dell’esecutivo tecno-finanziario di Monti, è senza dubbio uno degli elementi in cui maggiormente si esplicano queste trasformazioni. Ma sono soprattutto due i provvedimenti destinati a lasciare un segno indelebile nel Paese, entrambi prodotti attraverso lo strumento decretizio. Il primo, riguardante i cosiddetti “decreti gemelli” – poi trasformati in leggi – che portano il nome del ministro dell’Interno Minniti[2], afferma una nuova sfera giuridica individuale e collettiva basata sul diritto differenziale[3]. Il secondo riguarda i tre decreti attuativi della cosiddetta “Legge Madia di Riforma della Pubblica Amministrazione”. Questa, tra le tante cose previste all’interno delle deleghe concesse al governo rispetto alla riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, alcune delle quali dichiarate incostituzionali, amplia, rispetto al testo originario del 2015, il potere di nomina dei manager di aziende pubbliche o partecipate da parte del Primo Ministro. Si tratta di un emendamento, apparentemente pro-forma, che ricalibra in maniera sostanziale il peso decisionale e clientelare dell’esecutivo nei settori più strategici della governance nazionale.

È in questo contesto che va letta la funzione politica assunta dalla principale forza dell’attuale compagine governativa in questi anni, soprattutto in chiave internazionale. È divenuto ormai un triste esercizio di retorica ribadire che il Partito Democratico abbia completamente modellato il proprio modo di essere e agire rispetto agli interessi di quel blocco di potere neoliberale continentale che, negli anni della crisi, ha vissuto la propria fase di maturazione e declino. Il fallimento delle politiche di austerità da un lato, sia in termini contabili che produttivi, l’incapacità di gestire i flussi migratori dall’altro, hanno decretato la perdita di egemonia politica da parte di questo blocco e, con essa, la fine del trend espansivo legato al processo di integrazione europea.

L’azione politica e governativa del Partito Democratico si è trovata ad essere menomata e privata della sua progettualità funzionale prioritaria. Dalla millantata nascita del “partito della nazione”, ormai memoria del renzismo d’assalto, si è passati ad una delle più grandi e rapide perdite di consensi registrate da una forza politica nell’era post-tangentopoli. Questo non si è tradotto, però, in una gestione governativa basata sul piccolo cabotaggio, bensì in una penetrazione capillare e scientifica all’interno dei principali apparati, dal settore bancario a quello energetico, su cui si regge l’ossatura economica di questo Paese. Un’operazione, questa, che consentirà al partito, e alle sue clientele, di continuare ad avere un ruolo di primo piano nelle architetture di potere che emergeranno nella fase di instabilità politica che, con ogni probabilità, si aprirà la prossima primavera.

Senza avere la velleità di tracciare un bilancio politico della legislatura, è lecito sintetizzare che la triade di governi del Partito Democratico succedutisi in questi quasi cinque anni segni l’avvio di una nuova epoca sia nella struttura giuridica del comando, sia nel rapporto tra ceto politico e gruppi d’interessi.

L’ultimo atto del governo Gentiloni più che un Canto del Cigno sembra una tragicommedia di quarta serie, con un copione che ha riprodotto un modus operandi che abbiamo visto in tutta la legislatura. L’uso strumentale e strategico della fiducia, a distanza di un paio di giorni, ha segnato l’opposto destino per gli ultimi due provvedimenti in cantiere per il Parlamento italiano, prima del suo scioglimento pre-elettorale.

Nel caso della proposta di legge sullo ius soli, era apparso chiaro fin dai mesi scorsi che questa non rientrasse più tra le priorità politiche del Pd, nonostante la sua versione ultra-calmierata. Il vergognoso epilogo, consumatosi lo scorso 23 dicembre in Senato con l’assenza di ben 29 senatori dello stesso partito che aveva ideato la legge, appare scontato quanto maldestro. Una vergogna che ha assunto i caratteri della farsa, con lo stucchevole mea culpa recitato dallo stesso Gentiloni e i cuperliani ad implorare a Mattarella di prolungare la legislatura, proprio allo scopo di approvare la legge. Di certo lo ius soli non salverebbe la faccia ad un partito le cui politiche si collocano all’interno di una visione securitaria e razzializzata della società.

Ancora più scontata la fiducia al Senato posta sulla manovra, ormai prassi consolidata dell’era Porcellum, anche in virtù delle risicate maggioranze a Palazzo Madama. Una manovra passata senza troppi clamori, ma che contiene al suo interno alcune cose meritevoli di qualche riflessione. In primo luogo, l’estensione della platea di lavoratori che possono usufruire dell’Ape sociale. Sul provvedimento in materia pensionistica, ideato da Renzi e Poletti, scrivevamo già più di un anno fa, pochi giorni dopo il varo della riforma, sottolineando come l’Ape introducesse meccanismi diretti di finanziarizzazione all’interno degli ordinamenti legislativi, creando le premesse per una nuova spirale di indebitamento pubblico e privato[4]. L’estensione delle fasce di lavoratori che possono accedervi corrobora un dispositivo finanziario pericoloso e socialmente iniquo, che rappresenta una forma di ricatto per le 15 categorie che svolgono «mansioni gravose» e che sono esentate dall’aumento dell’età pensionabile, che sempre la manovra ha portato fino a 67 anni.

Il profilo “di classe” della finanziaria prosegue con un finanziamento senza precedenti per la cosiddetta Industria 4.0, ossia il meta-settore all’interno del quale emerge come tendenza produttiva l’automazione dei processi lavorativi e della catena di comando. Tra iperammortamenti, superammortamenti, rifinanziamento per risorse in beni strumentali (la “Nuova Sabatini”) e formazione del personali si tratta di un’erogazione pubblica che ammonta, per il triennio 2018-2020, ad oltre dieci miliardi di euro. Uno stanziamento di cui potranno beneficiare solamente le grandi imprese e che, in un periodo non troppo lungo, si accompagnerà ad una considerevole riduzione di personale impiegato in tutti i comparti aziendali.

Nella manovra troviamo anche alcuni provvedimenti di carattere “sociale”, per utilizzare una terminologia mainstream.  Tra quelli che hanno avuto maggiore divulgazione mediatica c’è il cosiddetto fondo di ristoro, una cassa di circa 25 milioni di euro annui per risarcire, tra il 2018 e il 2021, i risparmiatori coinvolti negli ultimi crack bancari. A parte la vaghezza sulle modalità di accesso al fondo e sui soggetti che realmente potranno usufruirne, è inevitabile il confronto tra la cifra stanziata per il risparmiatori - circa 100 milioni di euro – e i quasi 20 miliardi contenuti nel Piano Salva Banche, che poco più di un anno fa ha suggellato l’inizio della mini-era Gentiloni. Un confronto aritmetico impietoso, che mostra ancora una volta come i grandi interessi economico-finanziari abbiano determinato la vera mappa delle priorità politiche.

Infine, la misura che più di tutte ha suscitato l’interessa mediatico è stato lo sblocco economico del contratto dei dipendenti statali. Erano 8 anni che gli stipendi pubblici erano fermi e il rifinanziamento complessivo ammonta a 2,8 miliardi di euro, anche se sono ancora in corso le trattative per definire i criteri degli aumenti in base alle soglie Irpef. Lo stile con cui è stato concepito questo provvedimento è degno del peggior populismo in salsa democristiana. Ed è proprio il “regalo” agli statali la principale dote che l’ultimo governo della legislatura targata “Pd” consegna al partito di maggioranza, in vista dell’ultimo sprint di una campagna elettorale che ha già fatto pregustare tutto il suo squallore. Tra accordi “sotto-banco” e annunci di improbabili alleanze, sta emergendo con forza il tema della futura governabilità che, tra alcuni mesi, potrebbe aprire un quadro politico inedito e, per molti versi, interessante per i movimenti sociali.



[1] G. Giovannelli, Alle urne, alle urne!, Effimera.org, 21 dicembre 2017

[2] Si tratta del decreto legge 17 febbraio 2017, n. 13, recante “Disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché' per il contrasto dell'immigrazione illegale”, convertito in legge il 13 aprile 2017, e del decreto legge 20 febbraio 2017, n. 14 recante "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città", la cui conversione in legge è avvenuta il 18 aprile 2017.

[3] Vedi P. Cognini, Crisi dello Stato di diritto e nevrosi elettorale, Globalproject.info, 29 novembre 2017

[4] A. P. Lancellotti, Ape – La previdenza per banche ed assicurazioni, Globalproject.info, 15 ottobre 2016

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