Usciamo dal tunnel. L'Adriatico che non si piega.

Un contributo verso la manifestazione del 21 aprile a Sulmona

11 / 4 / 2018


La Terra è un insieme infinito di beni comuni. Nostri.

Di ieri l’altro è la notizia di donne e uomini feriti dalle forze dell'ordine davanti al cantiere di San Basilio, in Salento, dove si sta per realizzare il raccordo tra il gasdotto TAP e quello Snam (55 km di gasdotto da Melendugno a Mesagne).

Ancora una volta le manifestazioni, che in questi mesi si sono date per cercare di rallentare i lavori nel cantiere di Eurogarden sulla provinciale Melendugno-San Foca, si sono tradotte nell'attacco da parte delle forze dell'ordine su attivisti pacifici e determinati. Ancora una volta il governo mette in campo le sue forze per reprimere il dissenso nei confronti della strategica e mastodontica opera TAP -Snam.

Dell'8 marzo è la delibera del ministero che autorizza la costruzione della gigantesca centrale di compressione e stoccaggio del gas a Sulmona. Ancora una volta un governo a fine mandato, miope e arrogante, dà il via libera a una grande opera senza neppure darne la giusta informazione ai cittadini.

Di questi giorni sono le iniziative che in tutta la costa adriatica e nell'entroterra, dal Salento all'Emilia Romagna, provano a fermare i lavori e a sensibilizzare l'opinione pubblica sulle cause ed effetti che questo gigantesco condotto, e i suoi relativi pozzi e centri di stoccaggio, produrranno sull'ambiente.

Il lungo percorso del gasdotto TAP-Snam, che parte da Kipoi in Grecia ma che arriva dall'Azerbaigian e porterà gas combustibile fossile nelle regioni del Nord Europa, è una devastante opera, inutile e affaristica, che in questi giorni avanza nel silenzio delle istituzioni e nell'arroganza sfacciata delle super-potenze multinazionali di gas e petrolio[1].

La società in questione è la Snam, una delle più grosse società per la gestione e la distribuzione di gas in Italia ed in Europa. La volontà, del governo e della società, è di far diventare l'Italia un grande hub di gas, con devastazioni territoriali e pericolosità sismiche senza precedenti.

Il gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline) si incontrerà a Mesagne (Brindisi) con il suo fratello italiano Snam (un gasdotto già esistente che già distribuisce gas per gli utenti del nostro Paese e che, secondo i progetti del colosso energetico, dovrebbe essere "potenziato") e percorrerà tutto il litorale  adriatico, per più di 700 chilometri, fino a Minerbio, in Emilia Romagna. All'interno di questo percorso, che di fatto condanna l'Europa e l'Italia ad un futuro di totale dipendenza nei confronti del gas e del combustibile fossile - fornito da Paesi come l'Azerbaigian dove i diritti umani sono schiacciati da un regime dispotico -, ci saranno collegamenti a centri di stoccaggio e a pozzi di estrazione lungo tutto il territorio dell'Adriatico.

Una opera che non va a favore di energie rinnovabili, che non porta lavoro ed economia nei nostri territori, che non porterà nuovo gas nelle nostre case e che continuerà nella direzione già presa dalle nostre aziende e dal governo di creare sui nostri territori pericolosi centri di stoccaggio e di estrazione. Un'opera che porta alti rischi di incidenti in tutti i territori interessati e in particolare dove è previsto un centro di stoccaggio (a Sulmona, nella valle Peligna, e al Sinarca, nel basso Molise). Un'opera che renderà necessari espropri di alberi e devastazioni paesaggistiche dannose per chi, come i territori adriatici, solo ora sta cercando di avanzare dal punto di vista turistico, paesaggistico e archeologico. Un’opera che è stata tenuta il più possibilmente all'oscuro; un'opera che costerà 130 miliardi di euro e che assicurerà all'Europa una doppia chance nell'approvvigionamento di gas e che condannerà l'Italia a diventare un gigantesco centro di stoccaggio e di distribuzione.

Un’opera che necessiterà di ulteriori collegamenti tra centri di stoccaggio e pozzi e che porterà altra devastazione del territorio marino e appenninico del versante adriatico delle nostra penisola. Un'opera che necessitava e necessita di essere approvata nel massimo silenzio, ma che sul suo cammino trova istituzioni e società civile pronti a fare battaglia, come nel caso del Salento o Sulmona, ma che trova anche poca informazione e facili lascia-passare da regioni e comuni.

E' il caso della “silenziosa” regione Molise. Qui infatti sono in progetto - alcuni già approvati, altri in via di approvazione - centri di stoccaggio, come quello che dovrebbe sorgere in zona Sinarca, al confine con quattro comuni (Montecilfone, Palata, Guglionesi e Montenero) e che collegherà il centro già esistente di Cupello (Treste) ai pozzi di Scerni e Casalbordino, attraverso i 114 km del gasdotto Larino-Chieti, opera costruita strategicamente solo per collegare centri di stoccaggio e i pozzi al gasdotto Snam.

I dati tecnici, la circolazione di capitali, la pericolosità sismica e l'imposizione silenziosa e meschina di pubblico e privato nei confronti dei cittadini e dei territori fa riemergere con forza la questione ambientale e riapre la strada a una profonda riflessione che sempre più comunità stanno affrontando: i beni comuni.

I beni comuni sono essenziali e insostituibili. Essi non sono né oggetto (merce) e né soggetto (persone giuridiche o fisiche), ma anzi categoria autenticamente relazionale, fatta di rapporti tra individui, comunità, territorio ed ambiente. Ciò che è comune è fondamentale per tutti.

L'acqua è un bene comune, l'aria è un bene comune, il mare è un bene comune e così l'ambiente (sia esso un quartiere, un territorio agricolo, una scuola ecc).

Così come le lingue, l'arte e la scienza, essi non sono "di proprietà" di nessuno ma al contrario sono condivisi e condivisibili da tutti e tutte.

Il sistema economico, invece, naturalizza e categorizza ogni cosa come pubblica o privata, eliminando completamente la terza via, quella "del comune". In questa assolutizzazione il tutto viene ridotto a responsabilità dello Stato (delle istituzioni in generale) e/o dell'individuo (persone fisiche, giuridiche, aziende, multinazionali), secondo i rapporti che regolano la "proprietà privata" di un determinato bene.

Ma come si cataloga, come si impacchetta, come si detiene un potere, una proprietà, nei confronti di beni impossibili da privatizzare? Come si può avere proprietà sul mare? O sull'aria? O sulla terra?

Solamente la logica del profitto può imporre il possesso, da parte dello Stato o di multinazionali, di un bene così grande e interconnesso con altri beni da risultare infinito.

Solo l'imposizione con la forza del possesso e del profitto di beni altrimenti di tutti possono dettare le regole della società.

Ecco che noi, in un meccanismo di continua delega, abbiamo consegnato in mano di pochi non solo dei beni materiali, ma dei veri e propri diritti.

Lasciando privatizzare l'acqua pubblica ad aziende private come Hera consegniamo il nostro diritto all'accesso all'acqua a un individuo che può privarcene a suo piacimento.

Lasciando ad un colosso come Snam il diritto di gestire il gas consegniamo a quest'azienda il nostro diritto a vivere in un luogo caldo e a poter scaldare e cucinare quello che mangiamo.

Lasciando trivellare il mare Adriatico alle grandi aziende petrolifere consegniamo in mano di pochi sia il nostro diritto a muoverci liberamente, sia quello di mangiare pesce sano e di poter beneficiare come chiunque di un mare pulito.

Lasciando costruire giganteschi serbatoi di gas ad altissima pressione consegniamo in mano di Snam il nostro diritto a vivere senza il timore continuo di possibili terremoti, esplosioni e smottamenti.

Insomma, ogni volta che questa logica si manifesta diventa chiara la necessità di ricominciare a considerare determinati beni come beni di tutti, da "gestire" in maniera totalmente diversa e distaccata dalla logica del profitto.

Contro le trivelle in adriatico e contro l'hub di gas si stanno muovendo in tutte le regioni migliaia di persone, decine e decine di comitati e associazioni e un primo luogo di partenza per far dialogare tutte queste realtà sarà la manifestazione del 21 aprile a Sulmona.

C'è un bisogno imminente di riprende una riflessione seria e determinata su ciò che non può e non deve essere privato. C'è necessità di cambiare interi paradigmi di vita. C'è la voglia di rialzarsi e contrastare questi colossi. C'è la spinta a superare istituzioni incompetenti e corrotte. C'è la voglia di camminare su territori stupendi, vivi e liberati dai poteri forti.

Un sogno, un utopia, ma in fondo l'utopia serve a questo, a continuare a camminare.

«No Snam, no TAP, no Triv; né quì né altrove».



[1] La società svizzera TAP è un consorzio di aziende composto da SOCAR, SNAM, BP, FLUXYS, ENAGAS e AXPO che fa affari con grandi petrolieri russi e inglesi (BP), norvegesi (Statoil) e belgi; Il gas, di proprietà del consorzio azerbaigiano Shan Deniz II, viene portato da Baku, nel mar Caspio, al confine turco dal SCP, dal confine turco a Kipoi dal TANAP e da Kipoi fino a Lecce dal TAP. 870 km di cui 88 in mare e 8 in suolo italiano per un totale di più di quattromila chilometri.

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