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SherwoodFestival. Dibattito elezioni

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Verso le elezioni politiche 2013 tra crisi europea e necessità dell'alternativa

3 / 7 / 2012

 Centinaia di persone hanno affollato lo spazio dibattiti di Sherwood lunedì sera. La ragione c’era.

Gli ospiti, innanzitutto, che scegliendo di venirsi a confrontare pubblicamente sul palco dello Sherwood Festival, hanno implicitamente accettato di misurarsi su un terreno più diretto e meno retorico del solito. La presenza poi del compagno Panos Lamprou della Segreteria nazionale di Syriza e di Anghiris Panagopolus, invitati espressamente per raccontare l’esperienza innovativa della coalizione elettorale che alle ultime elezioni ha sbaragliato il Pasok fedele ai memorandum della troika europea, non dava adito a dubbi sulla volontà di costruire un dibattito serio, senza troppe mediazioni, attorno al tema delle prossime elezioni politiche del 2013.

Poteva essere interessante dunque, anche in un momento come questo, spesso dominato a sinistra dall’impotenza nei confronti del pensiero mainstream del partito Repubblica-PD-Napolitano, alfieri della reiterazione del Montismo nazional popolare, oppure dall’autosufficenza minoritaria, buona per attendere in santa pace, chissà quando, tempi migliori per la riscossa comunista. Ma una speranza che il tempo da passare ad ascoltare non fosse buttato, la dava anche il contesto.

Come bene ha ricordato Vilma Mazza a nome di Sherwood, che ha organizzato l'incontro, è bene chiarire una questione: si può essere interessati, e molti lo sono, a ciò che accade sul terreno della governance che passa dunque sul piano elettorale, scegliendo di non esserne implicati, di essere esterni a quei processi. E perché dunque? Per una scelta di campo innanzitutto.

L’alternativa alla crisi e alla sua gestione in termini di politiche economiche e di comando, è soprattutto un terreno di conflitto. E’ un processo, e non un’ora X o un evento, che va messo in moto a partire dalla società e dalle forme di vita e di azione politica di movimento che sono immediatamente anche forme di critica radicale ai meccanismi della politica dei partiti, delle istituzioni e del voto.

Se parliamo di crisi sistemica e al suo interno scorgiamo tutte le avvisaglie di una postdemocrazia istituzionale, non possiamo dunque eludere il nodo che esistono dei campi, appunto, anche contrapposti quando parliamo di movimenti e sistema della governance.

Non vi è un’unicuum, e soprattutto non vi sono scorciatoie: senza la movimentazione sociale di una radicale critica all’esistente, compreso il parlamentarismo e il sistema delega/partiti, nessuna alternativa può determinarsi.

Allo stesso tempo nessuna alternativa può formarsi nelle pieghe di un infantilismo politico che non veda come un grandissimo nodo da affrontare qui ed ora, la mancanza di grandi movimenti di contestazione, di conflitto e di progetto, che sappiano percorrere la società italiana ed europea portando con sé il vento di un cambiamento radicale. A tutto questo va affiancata la capacità di stimolare un dibattito pubblico italiano capace finalmente di affrancarsi dagli inganni: le elezioni o diventano un processo nel quale anche le diverse ipotesi di governance si scontrano, alternative una all’altra, e allora la discussione e gli esiti, come in Grecia, possono essere di una qualche utilità per costruire l’alternativa, oppure sono la stessa identica robaccia di sempre, e ancora peggio visti i tempi. Ma, ritornando all’introduzione del dibattito, tutto questo può diventare un contributo serio, se si è chiari: la scelta di campo di stare in movimento, segnalando non tanto e non solo un’appartenenza radicata nella storia di questi decenni di azione politica autonoma, ma quanto una centralità nel ruolo dei movimenti sociali, del conflitto radicale, della rottura e dell’incompatibilità nella proposizione costituente di qualsiasi alternativa, significa ad esempio non proporsi né come candidati alle elezioni né come liste.

E proprio per questo, ascoltare cosa ha da dire chi, come Nichi Vendola o Luigi De Magistris, si propone all’interno della dinamica elettorale e istituzionale, come “anomalia”, ragionando attorno alla possibilità di alternativa di governance, può essere interessante.

Può, ma non deve per forza. Se è interessante lo è anche per chi è esterno al processo elettorale. Se non lo è, semplicemente, non avrà aggiunto o tolto nulla alla storia vecchia della sinistra italiana.

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