LIMES: Secondo un rapporto
dell'Onu l'Autorità Nazionale Palestinese è pronta per diventare uno
Stato. Lei è d'accordo? Quali sono le misure più urgenti da compiere a
tal fine?
KHALIL: Non spetta a me essere d'accordo o meno
con un rapporto dell'Onu. Ho però dei dubbi sui criteri che chi ha
scritto il rapporto sembra aver adottato. La Banca Mondiale e altre
organizzazioni internazionali si confrontano con l'Anp in Cisgiordania
ma evitano la Striscia di Gaza, sotto il controllo di Hamas dal 2007.
Ciò porta a formulare giudizi equivoci, soprattutto se per “Stato”
intendiamo tutti i territori occupati da Israele nel 1967. Inoltre esse
guardano all'Anp come se fosse un'azienda o un'enorme Ong: valutano i
miglioramenti solo in base alla trasparenza e alle qualità
amministrative. Un processo di State-building così
depoliticizzato può portare a tanti risultati, ma non a uno Stato inteso
come organizzazione politica di una comunità su un dato territorio.
Lo State-building
è giudicato in base ai risultati finanziari e di sicurezza: ciò che
viene considerato progresso sta in realtà favorendo la creazione
dell'ennesimo regime autoritario nell'area, addirittura col consenso
internazionale! Il fatto che questi tentativi di consolidamento siano
portati avanti sotto l'occupazione israeliana rende il quadro più
confuso: l'Anp si sta configurando come una debole entità para-statale:
non era nemmeno in grado di pagare gli stipendi del proprio personale
perché Israele le aveva ritardato il trasferimento dei proventi della
riscossione dei dazi doganali.
In conclusione, non credo che sia
possibile creare uno Stato sotto occupazione. Secondo me il processo
dovrebbe verificarsi dopo la fine della stessa.
LIMES: Cosa pensa dell'accordo tra Hamas e Fatah? Reggerà, anche dopo le elezioni politiche?
KHALIL: Parlerei
di un patto, più che di un vero accordo di riconciliazione fra fazioni
palestinesi. Non pensavo che questo patto potesse essere firmato al
Cairo, ma mi sbagliavo: forse applicavo i vecchi paradigmi (l'Egitto di
Mubarak completamente dalla parte di Fatah, la Siria che ospita la
leadership militare di Hamas) a una realtà nuova. Questa intesa va bene a
tutti, anche se per motivi diversi: l'Anp continuerà ad amministrare la
Cisgiordania e Hamas la Striscia di Gaza. Per il resto, non c'è accordo
su nulla se non sul rinviare tutte le questioni in ballo. Non credo ci
saranno elezioni, ma se ci fossero, non si può escludere che si
riproponga lo scenario del 2006 (quando Hamas si impose come primo
partito alle elezioni legislative e formò un governo che incorse nelle
sanzioni economiche di Israele e del Quartetto, ndr).
LIMES: Qualora venisse dichiarato, come sarebbe questo Stato
palestinese? L'accento sarebbe sulla componente nazionale o su quella
religiosa, in opposizione allo Stato ebraico?
KHALIL: Sarà
uno Stato-nazione per i palestinesi, nel quale ogni palestinese potrà
trovare rifugio. Certo che sotto questo punto di vista (la Palestina
come patria per i rifugiati) questo nuovo Stato-nazione territoriale non
può essere abbastanza. I rifugiati continueranno a rivendicare il loro
diritto al ritorno, questa volta non allo Stato di Palestina ma alla
Palestina in generale, intesa come loro patria.
LIMES: Che ruolo politico avrà l'islamismo?
KHALIL: Dipende
da cosa si intende per islamismo. Se la domanda è: i partiti islamici
parteciperanno al processo decisionale?, la risposta è sì,
inevitabilmente. Se si intende che l'islam sarà l'unico fattore di
appartenenza allo Stato, la risposta è ovviamente no. La Palestina sarà
sia uno Stato nazionale sia uno stato islamico: a priori, non è una
contraddizione in termini: l'Islam è senza dubbio parte integrante
dell'identità nazionale palestinese, come di ogni altro paese arabo, ma
non è l'unica. Al riguardo, anche i palestinesi cristiani sono parte di
questa identità. L'uguaglianza dei diritti sarà determinante nel
conciliare l'elemento nazionale e quello islamico in un unico popolo
palestinese.
LIMES: Ultimamente giovani palestinesi sono scesi in piazza
contro Hamas e Fatah. Quanto sono forti e organizzati? Possono davvero
mettere in difficoltà i due partiti alle elezioni?
KHALIL: I
palestinesi, com'è ovvio, sono ossessionati dall'idea della Palestina;
ma sono anche esausti. Non si fidano dei loro leader né dei partiti
esistenti. Come disse un mio amico, Fatah (ma il discorso vale anche per
Hamas) è come un cavallo che in gioventù ha corso tanto e bene: oggi è
vecchio e stanco e non serve più, ma non abbiamo il coraggio di
liberarcene.
Non penso pertanto che i giovani siano in grado di
organizzarsi a breve come successo nei vicini paesi arabi, né che
possano sfidare Hamas e Fatah, sempre che le elezioni si tengano
davvero. Non mi sembra che possano formare una specie di terzo partito.
Quello cui stiamo assistendo è piuttosto una sorta di depoliticizzazione della politica, dei partiti, dello State-building
e del governo. In questo processo i partiti servono per fare le
elezioni e per altre formalità, ma il governo è composto da tecnocrati
in grado di amministrare il paese, tecnocrati che rappresentano i
palestinesi del Ventunesimo secolo, quelli che sanno fare le cose per
bene senza per questo essere rappresentativi di nessuno o avere il
supporto o l'attenzione della popolazione. Stanno lì per servire la
causa della creazione dello Stato, per attrarre il consenso
internazionale (politico e finanziario), e per mantenere la stabilità
senza intromettersi nei problemi più profondi, cui non offrono
soluzioni.
LIMES: I salafiti rappresentano una minaccia per Hamas o Fatah?
KHALIL: Se presi da soli, non credo. La tradizione salafita è aliena alla Palestina, e non credo che le cose cambieranno a breve.
LIMES: E al Qaida? Perché è sempre stata irrilevante in Palestina? Le cose potrebbero cambiare?
KHALIL:
Vale quanto detto per i salafiti: l'ideologia, gli obiettivi e gli
strumenti di al Qaida non hanno nulla a che fare con i palestinesi.
Questi sono un popolo in lotta per l'autodeterminazione; a volte
esprimono questo diritto in maniera sbagliata, ma non hanno alcun
interesse ad attaccare civili solo in nome dell'odio e della vendetta.
La dichiarazione di Ismail Haniyeh sulla fine di bin Laden (il capo di
Hamas ha condannato il raid Usa e definito Osama “un martire”, ndr)
non è stata presa sul serio da nessuno, perché la posizione di Hamas su
al Qaida è chiara da tempo. Quella frase era diretta solamente alla
popolazione locale, che potrebbe provare empatia per bin Laden date le
circostanze in cui è stato ucciso - a casa, disarmato - e per come gli
Usa hanno trattato il corpo - gettandolo a mare. Per questi motivi
Washington è stata criticata, non solo dai palestinesi, dagli arabi o
dai musulmani fra l'altro.
LIMES: La “primavera araba” ha avuto un ruolo nella questione e nella politica interna palestinese fino ad ora?
KHALIL:
Per molti, l'accordo tra Hamas e Fatah è il frutto dei cambiamenti in
atto nel mondo arabo. Io non sono d'accordo perché per ora non è
cambiato nulla: a entrambi fa comodo continuare così. Ma la pressione è
tangibile, per lo meno qui in Cisgiordania. Sappiamo che non si può
andare avanti così a lungo, e che la situazione potrebbe esplodere da un
momento all'altro. La cosa peggiore per i palestinesi in questo momento
è questo status di non guerra/non pace, in cui non ci sono prospettive
per il futuro e non ci sono cambiamenti in vista all'orizzonte. Un'altra
cosa negativa è il tempo che passa, perché Israele continua a costruire
colonie e ad allargare quelle esistenti, rendendo la prospettiva di uno
Stato palestinese sempre più irrealizzabile.
LIMES: Le dimostrazioni del giorno della Nakba sono il
preludio ad altre manifestazioni da qui a settembre, quando lo Stato
palestinese dovrebbe essere dichiarato?
KHALIL: Quello che è successo il giorno della Nakba
ha un valore simbolico, non è espressione di un nuovo fenomeno o di una
nuova strategia di resistenza. Ha avuto origine più all'esterno che
all'interno della Palestina, e ciò è molto indicativo; in qualche modo è
il risultato dell'attuale strategia dei regimi arabi in pericolo.
Permettendo queste manifestazioni, tali regimi hanno implicitamente
mandato un segnale a Israele e al resto del mondo sull'importanza della
stabilità regionale, e quindi sul mantenimento al potere di questi
governi dittatoriali. Penso al caso della Siria:
normalmente al-Asad non avrebbe mai permesso quel tipo di
manifestazioni contro Israele. Per il suo regime qualsiasi
manifestazione - comprese quelle dei rifugiati e dei loro sostenitori -
indicherebbe la presenza di gruppi politici organizzati pericolosi per
la stabilità.
LIMES: Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu la
pace può essere raggiunta solo attraverso il negoziato, ma lui non
vuole negoziare con Hamas. D'altra parte, Hamas non riconosce Israele.
Come uscire dall'impasse?
KHALIL: Quando si negozia non si
sceglie la controparte. Il primo passo nelle trattative è sempre il
riconoscimento della controparte, ma Israele chiaramente non ragiona in
questo modo. Israele e gli Usa non hanno voluto trattare con l'Olp fino a
quando questa non ha rinunciato al terrorismo. L'Olp vi ha rinunciato e
ci sono stati gli accordi di Oslo. Hamas non è nell'Olp, ma potrebbe
entrarci un giorno; come gruppo politico non deve per forza riconoscere
Israele, così come il Likud non deve riconoscere la Palestina. La
situazione può essere risolta solo con l'ingresso di Hamas nell'Olp, che
basterebbe a Israele e implicherebbe l'accettazione di Hamas delle
conquiste dell'Olp.
LIMES: Che impatto avrebbe la nascita di uno Stato
palestinese sulla regione? I regimi hanno sempre usato la questione
palestinese per nascondere i loro problemi interni, e c'è il problema
dei rifugiati...
KHALIL: Questa è una falsità usata dai
sionisti per confondere la comunità internazionale sulla vera questione
in ballo, e suggerire che i regimi arabi usano i palestinesi per
conservarsi al potere. È vero, in parte, ma il problema fondamentale è
l'occupazione israeliana del territorio palestinese dal 1967, per non
parlare delle sue origini più remote (Piano di partizione della
Palestina e risoluzione Onu 181). La creazione di uno Stato avrà in ogni
caso l'effetto di migliorare la vita dei palestinesi rifugiati negli
altri paesi: anche se i rifugiati non torneranno mai a casa, la
condizione di apolidi di milioni di loro verrà se non risolta quantomeno
migliorata.
LIMES: Come vede i rapporti tra Italia e Palestina dopo
l'assassinio dell'attivista Vittorio Arrigoni e l'elevamento al rango di
ambasciatore del rappresentante palestinese in Italia annunciato dal
presidente Napolitano?
KHALIL: L'assassinio di Arrigoni è un
delitto imperdonabile. Sappiamo che la solidarietà al popolo
palestinese non ne verrà intaccata, perché la gente ha capito che atti
come quello non rappresentano i palestinesi. Quanto alla decisione del
presidente Napolitano, penso che abbia un valore più che altro
simbolico: rappresenta in un certo senso il sostegno della comunità
internazionale all'idea di uno Stato palestinese, non necessariamente
quello che verrà dichiarato a settembre. Ma la questione è un'altra: che
ruolo possono avere l'Italia e l'Europa (considerata come entità unica)
nel conflitto mediorientale? Il rapporto tra Roma e la Palestina è
ovviamente importante, quello a livello europeo è fondamentale.
Tratto da Limes del 31/05/2011

