Aggiornamento sulle mobilitazioni in Tunisia: Tataouine, Kef, Kairouan

13 / 4 / 2017

Nelle ultime settimane ha avuto luogo un altro episodio del ciclo di lotte tunisine per il lavoro stabile e lo sviluppo locale, sullo sfondo della visita del Fmi per sincerarsi del “progresso” delle riforme strutturali. Al centro dell’attenzione è la regione più meridionale e desertica del paese, Tataouine, di circa 150.000 abitanti. Tataouine si distingue per la presenza di diverse multinazionali energetiche dedite all’estrazione di petrolio, in particolare Eni, Winstar e Omv [1]. In alcuni siti d’estrazione di petrolio o gas i profitti sono divisi in parti simili tra la multinazionale e lo stato tunisino, mentre in altri essi sono al momento appropriati al 100% dalla multinazionale. Particolarmente controverso e predatorio è il sito Miskar nel Golfo di Gabes, il più grande fornitore di gas per l’economia tunisina, interamente sfruttato dalla British Gas [2], comprata nel 2015 dalla Shell. La scarsa trasparenza nella gestione dei contratti energetici aveva dato vita nel 2015 alla campagna “Winou el pétrole” (Dov’è il petrolio), che accusava i dirigenti tunisini di collusione e corruzione nella gestione delle risorse del paese[3].

Inutile ricordare che l’estrazione energetica è un settore altamente capital intensive, in grado di funzionare con un impiego irrisorio di manodopera. Il settore “minerario ed energetico” impiega il 4,7% della forza lavoro della regione di Tataouine [4] – e questo dopo numerose proteste che hanno costretto le compagnie ad assumere manodopera locale oltre i loro reali bisogni – e non è quindi una soluzione agli alti tassi di disoccupazione che si registrano nella regione.  Da tempo – e in particolare a partire dall’apertura del 2011 – gli abitanti di Tataouine rivendicano che una percentuale significativa dei profitti dell’economia estrattiva vengano utilizzati per l’impiego e lo sviluppo locali, ma le proteste delle ultime settimane si distinguono per le notevoli dimensioni.

Le mobilitazioni sono cominciate nella seconda metà di marzo. Una delle leve principali del repertorio di contestazione tunisino è  il blocco stradale [5], che è stato ampiamente utilizzato anche in questo caso. Il movimento è organizzato tramite meccanismi in gran parte informali, ma è stato sostenuto dal sindacato UGTT e da un buon numero di partiti politici, tra cui gli islamisti di Ennahda che fanno parte dell’attuale governo. Non bisogna dimenticare, infatti, che nel dicembre 2017 si terranno le prime elezioni locali in tutto il paese. Di fronte al perdurare delle proteste, una delegazione governativa guidata dal ministro degli affari sociali Mohamed Trabelsi ha tenuto un round di negoziazioni a Tataouine, senza però riuscire a fermare le mobilitazioni. Il 7 aprile 2017 il governo ha tenuto delle negoziazioni con i rappresentanti delle compagnie energetiche. Il 10 aprile 2017 il primo ministro Youssef Chahed ha annunciato una serie di concessioni: 500 nuove assunzioni nella “società ambientale” utilizzata per dare lavoro a una parte dei disoccupati locali, almeno il 70% delle nuove assunzioni nelle società energetiche saranno tra gli abitanti della regione, allocazione di un budget al sociale e altre misure minori in tal direzione [6].

Le concessioni sono state giudicate insufficienti dal movimento di Tataouine, che ha mantenuto lo sciopero generale regionale dichiarato per l’11 aprile 2017. Le immagini dello sciopero mostrano una grande folla di migliaia di persone sfilare per le strade del capoluogo. Le rivendicazioni dello sciopero regionale erano: 2000 nuove assunzioni nella “società ambientale”, 1000 nuove assunzioni nelle compagnie petrolifere e soprattutto l’utilizzo del 5% dei proventi dell’estrazione petrolifera per progetti di sviluppo locale. Le proteste al momento continuano, in particolare con l’invito alla popolazione a ritirare i propri risparmi dalle banche.

Le mobilitazioni di Tataouine si inseriscono in una più generale (e ciclica) recrudescenza delle proteste. Il 5 aprile 2017 si è tenuta al Kef una grande manifestazione contro la delocalizzazione di una fabbrica tedesca di cavi elettrici, contro la disoccupazione e per lo sviluppo [7]. Le negoziazioni sono al momento in corso e l’UGTT ha dichiarato uno sciopero generale regionale per il 20 aprile in caso di fallimento delle trattative. Hanno inoltre avuto luogo grandi manifestazioni e blocchi a Kairouan, un blocco stradale a Jebeniana e scontri tra gli studenti e la polizia nella capitale [8]. Intanto, da dicembre 2016, continua il nuovo blocco dei camion Petrofac nelle isole Kerkennah, che ha paralizzato l’estrazione di gas nell’arcipelago in attesa di ulteriori concessioni.

La vitalità delle rivendicazioni sociali in Tunisia non può che impressionare, soprattutto alla luce del fatto che esse continuano a riprodursi nonostante si scontrino continuamente contro l’impossibilità di una rifondazione del patto sociale post-indipendenza, impossibilità dovuta a tendenze dell’economia globale per lo più al di fuori della portata di un paese demograficamente ed economicamente esiguo. Se c’era una possibilità di rinegoziare il debito sovrano esterno, questa è stata mancata nel 2011 con i nuovi accordi con Fmi e Banca Mondiale da parte del governo transitorio guidato dall’attuale presidente. 

Si intravvedono però alcuni spiragli anche per la breve durata. Di recente è stato fondato un Coordinamento dei Movimenti Sociali [9], che si propone di rimediare alla principale criticità del ciclo di lotte: lo scarso livello di organizzazione, e quindi di direzione, visione globale e continuità spazio temporale. Sarebbe facile elencare le difficoltà che assediano questo progetto, ma si tratta dell’unico tentativo serio esistente e merita quindi attenzione e sostegno. Ci sono inoltre due esperienze recenti che hanno dato alcuni risultati provvisori positivi. Da un lato, il movimento di Kerkennah ha strappato a Petrofac un importante accordo per l’utilizzo di una parte dei proventi del gas per l’impiego e lo sviluppo locali. Resta ovviamente da vedere quanto dell’accordo sarà applicato, anche alla luce delle tentazioni di una gestione militarizzata dell’arcipelago da parte dello stato. Dall’altro lato, l’associazione di gestione dell’oasi di Jemna ha ottenuto un accordo dallo stato che dà statuto legale all’occupazione della terra e quindi permetterà la continuazione dell’esperienza [10]. Il “modello Kerkennah” punta quindi alla tattica di prendere i soldi dove ci sono e dove – grazie alla presenza fisica del capitale fisso sul terreno e all’ovvia impossibilità di delocalizzazione delle risorse energetiche – è possibile prenderli, imponendo alle multinazionali energetiche di abbandonare una fetta sempre più ampia dei loro profitti. Il “modello Jemna” vede invece l’abbandono dell’attesa di concessioni dalla controparte e l’occupazione diretta, dove possibile, delle risorse produttive. Queste due tattiche hanno il vantaggio di aggirare la crisi fiscale dello stato tunisino e la sua stretta dipendenza dagli istituti internazionali di credito. Resta quindi da vedere quanto un’organizzazione che superi il livello locale potrà diffondere queste pratiche e coordinarle su più regioni. 

** Lorenzo “Fe” Feltrin, di Treviso, è dottorando in scienze politiche alla University of Warwick, dove si occupa di sindacati e movimenti sociali in Marocco e Tunisia. Ha precedentemente collaborato con la casa editrice milanese Agenzia X, per la quale ha pubblicato il libro Londra Zero Zero sulle subculture anni zero della capitale inglese.

[1] http://www.etap.com.tn/index.php?id=1160

[2] http://www.leconomistemaghrebin.com/2014/04/04/amilcar-permis-british-gas-fache/

[3] http://nawaat.org/portail/2015/06/16/wheres-our-oil-the-continued-confusion-of-politics-and-resource-management-in-tunisia/; http://nawaat.org/portail/2015/06/08/revolte-du-petrole-lineluctable-escalade/

[4] http://www.ins.tn/fr/publication/tataouine-travers-le-recensement-général-de-la-population-et-de-l’habitat-2014

[5] http://effimera.org/tunisia-le-mobilitazioni-del-gennaio-2017-nei-cicli-lotta-storici-lorenzo-fe/

[6] https://www.tunisienumerique.com/tunisie-tataouine-mesures-annoncees-youssef-chahed/

[7] https://nawaat.org/portail/2017/04/10/reportage-au-kef-dun-sit-in-ouvrier-a-lunion-contre-la-discrimination-regionale/

[8] http://nawaat.org/portail/2017/04/12/printemps-de-la-colere-etat-des-lieux-de-la-contestation/

[9] http://www.globalproject.info/it/mondi/un-coordinamento-nazionale-dei-movimenti-tunisini-complessita-speranze-e-rischi/20724

[10] http://www.globalproject.info/it/mondi/tunisia-la-societa-civile-in-difesa-delloccupazione-di-jemna/20359

Photo Credit: Abdallah Chebli, Place du Peuple a Tataouine

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