Catalogna - Chi ha vinto le elezioni del 21d?

Il giorno del voto catalano rivela chi ha incluso l'indipendentismo, l'azione della repressione di Madrid e del terrorismo economico, nel contesto di una campagna elettorale circondata da prigionieri politici e esuli

22 / 12 / 2017

Come per tutte le cose, non esistono interpretazioni uniche e assolute, essendo ogni lettura che si dà ad un fenomeno una presa di posizione e un’analisi che rispecchia un certo punto di vista. Questo non significa travisare i fatti o la realtà, ma che il senso del loro accadere e delle loro connessioni non è mai un dato incontrovertibile. Se questa massima può valere sempre, figuriamoci quando parliamo delle elezioni catalane più discusse e politicizzate degli ultimi anni. L’affluenza alle urne, vista nella generale tendenza di abbassamento della partecipazione alle elezioni, è un dato che rispecchia questa estrema convergenza (una vera e propria polarizzazione come hanno detto in molti in Catalogna) di temi e questioni politiche. Dopotutto, è anche la prima volta in cui i catalani sono chiamati a votare nel bel mezzo di un clima tesissimo di repressione, basti ricordare che Jordi Sánchez e Jordi Cuixart sono ancora imprigionati e che tra i candidati ci sono persone che  ugualmente detenute oppure che sono fuggite in Belgio per evitare i mandati di cattura. 

Il 21D è appena passato, tutti i commentatori e le forze politiche si apprestano a tirare le loro somme per consolidare quanto detto durante la campagna elettorale. Leader e segretari si apprestano a confermare che il consenso loro dato con il voto comprova la giustezza dei loro programmi politici e argomenti perché ne escono in un certo modo vincitori. Ovviamente, non stiamo parlando di tutti i partiti e le liste candidate, ma soltanto di alcuni. Da parte loro, sarebbe molto difficile che il Partido Popular (PP), il Partido Socialista de Catalunya (PSC) e finanche CatComú-Podem possano affermare una vittoria. Soprattutto il partito del premier Mariano Rajoy, con la sua conquista di tre seggi, è così sceso nelle percentuali da distaccare di poche centinaia di voti la prima lista rimasta fuori dal Parlament catalano, ossia il partito animalista.

La maggioranza relativa dei voti (37 su 135) è andata all’articolazione catalana di Ciudadanos (C’s), la formazione partitica di Rivera nata con l’obiettivo esplicito di drenare lo “spazio populista” di Podemos e di volgerlo verso destra, riprendendo la lotta alla corruzione ma dandole una soluzione liberale a colpi di competizione, efficientismo e meritocrazia imprenditoriale. La sua candidata catalana Inés Arrimada, dal volto pulito e giovane come vuole il brand nazionale, è stata una delle più feroci oppositrici al processo di indipendenza. Ha sostenuto fin dal primo momento l’operato del PP – di cui, del resto, il suo partito è alleato al governo nonostante tutte le parole contro la corruzione – e l’ostinato appoggio al 155. I suoi attacchi personali e politici ai prigionieri della ragion di Stato, ai movimenti sociali indipendentisti e alla CUP (Candidatura d’Unitat Popular) l’hanno resa il vero avamposto catalano dell’unità nazionale e della governance europea. Andalusa di origini, figlia di un poliziotto che ha fatto politica tra le forze considerate moderate, si è trasferita a Barcellona per lavoro, ovviamente nell’amministrazione aziendale come vuole la linea politica di C’s. Non sono dettagli di carattere secondario, in particolare se li leggiamo assieme alla distribuzione geografica del voto: in lei si è catalizzata la preferenza di una composizione sociale che, nel bene e nel male, non è stata mai inclusa dal procès e dal movimento indipendentista.

Provando ad analizzare i dati a disposizione, emerge un quadro piuttosto decisivo per capire le preferenze di voto. Nelle grandi città, ad eccezione di Girona, e nelle città delle prime cinte urbane (Badalona, Llobregat, ecc…) C’s ha ottenuto la maggiorazione relativa, conquistando sorprendentemente anche la zona di Aran. I luoghi conquistati dall’indipendentismo sono invece le zone rurali e urbane dell’entroterra, nonché i piccoli paesi della Catalogna profonda. La densità della popolazione delle città apporta un bacino elettorale molto ampio e sostanzioso, ma soprattutto diversificato. Barcellona, in gran misura, ma anche Girona, Lleida e Tarragona, racchiude al suo interno diverse fasce di popolazione corrispondenti a migranti andalusi, spagnoli in generale, europei e extraeuropei, soprattutto del Nord Africa e del Sudamerica; senza contare le seconde e terze generazioni di migranti, ovviamente catalane, che ciononostante continuano a conservare le proprie radici non autoctone non sentendosi parte di una nazione locale. Ecco, questo tipo di composizione, laddove avente cittadinanza, abita maggiormente i centri urbani per opportunità di vita, formazione e lavoro. In particolare, inoltre, una buona fetta di migranti o non-autoctoni vive nei quartieri più periferici e nelle prime zone extra-urbane, come possono essere Casteldefells o Hospitalet nel barcellonese. Qui, generalmente, non si sente parlare catalano, non si vedono bandiere della Repubblica e l’intero procès non sembra aver toccato da vicino le loro vite. Tantomeno se gli abitanti delle città non hanno neanche un passato storico di repressione e di ideologia a cui attaccarsi visto che non condividono un’ascendenza catalana. Il riconoscimento in una figura come quella di Arrimadas, migrante a sua volta e schierata per l’unità nazionale, è dunque facile da compiersi. Quale compartecipazione al processo catalano hanno avuto tutti gli appartenenti a questa composizione sociale? Cosa vedevano nel significante vuoto della repubblica, se non meno garanzie e una conquista di cui loro non si sentivano partecipi? L’assenza del discorso sui contenuti e sul programma repubblicano ha chiesto, infine, il suo conto.

Il fronte indipendentista, d’altro canto, è riuscito ad accumulare tutti i voti necessari per ottenere la maggioranza assoluta e l’incarico di formare il Govern, la cui presidenza dovrebbe spettare all’esule in Belgio Carles Puigdemont dato che Junts per Catalunya ha raccolto la maggioranza dei seggi. Di due seggi lo distacca il partito di Esquerra Rèpublicana (ERC) di Oriol Junqueras, ancora incarcerato a Madrid e in attesa del processo che dovrà sentenziare sull’accusa di ribellione e sedizione. Nonostante fosse attestato come il primo partito indipendentista nelle scorse settimane, sia per l’accanimento nei confronti del suo leader che per gli errori attribuibili anche da questo fronte a Puigdemont, nelle zone dell’entroterra continua a rivelarsi egemonico l’erede della vecchia Convergència. La CUP, che ha animato assieme ai collettivi libertari e ai movimenti l’iniziativa indipendentista dal basso all’interno della rete dei Comité de defensa del referèndum (CDR), ha invece dimezzato i suoi seggi, rimanendo tuttavia determinante per la garanzia della maggioranza assoluta nel Parlament. La corsa separata per la competizione elettorale di ERC e JuntsxCAT sembra aver beneficiato in termini di seggi, difatti la loro somma è superiore a quella ricevuta nel 2015 dalla vecchia coalizione JuntsxSI. Indubbiamente, l’opzione indipendentista continua ad essere maggioritaria se presa nella sua interezza, senza cioè considerare le varianti a favore o meno del referendum pactado oppure della DUI (Declaració Unilateral d’Independència). Ma è innegabile che sia stata messa a dura prova dalle campagne di terrorismo politico tra manganellate e toni da imminente guerra civile, così come da quello economico-finanziario delle imprese e delle banche in fuga dalla Catalogna. Per quanto Puigdemont gioisca di fronte ai risultati, dalla sua posizione di esule politico in Belgio, da cui l’incertezza circa la sua nomina e l’attesa per la sentenza di un giudice, e dai rapporti numerici istituzionali il suo rapporto di forza è fortemente compromesso – e già lo era prima con il decrescere e il contenimento dei movimenti. Il governo centrale di Rajoy non aprirà mai alla possibilità di un referendum, l’Europa ha già riconfermato il suo sostegno all’unità nazionale, la fotografia dei voti illustra una Catalogna non proprio così protendente verso l’indipendenza in seguito ai mesi di repressione subiti. La CUP, volendo rimanere fedele al suo programma ed essendo conscia della relazione di potere, mette come condizione di possibilità per la sua partecipazione all’esecutivo la DUI; eppure, colpevoli l’intervento della Spagna e l’incertezza, alla maggioranza dei votanti non sembra essere l’alternativa migliore.

La colazione tra i comunes e Podemos rimane ferita, perdendo non troppi voti ma comunque restando marginale e isolata dai giochi delle alleanze. La posizione intermedia che nega sia la DUI che il 155 assunta da Ada Colau, Xavier Domènech e Pablo Iglesias non ha pagato, sebbene la sua ragionevolezza teorica, per mancanza di prospettiva. La proposta di un referendum pactado una volta caduta la tattica di portare i socialisti dalla propria parte facendo cadere il governo Rajoy, pecca di inconsistenza e di realismo politico. Peraltro, nell’economia della campagna elettorale così polarizzata chiamare all’unità del popolo catalano e all’armonia rende difficile arrivare fino a dei destinatari che hanno vissuto, fino in fondo, la questione dell’indipendenza in termini di conflitto (al di là delle forme che ha assunto). Inoltre, la maggiore vicinanza ai movimenti indipendentisti rispetto alle forze nazionaliste dimostrata con la difesa del diritto all’autodeterminazione, si è sfumata a seguito del commissariamento da parte di Iglesias e del Podemos madrileno nei confronti dell’ex segretario di Podem, Albano Dante Fachin, per la sua posizione apertamente a favore della rottura con la Costituzione del ’78 e la linea indipendentista.

In ogni caso, almeno sul terreno catalano, il vero sconfitto è il premier Mariano Rajoy, completamente annichilito dalla reazione di vendetta all’attacco protratto ai danni dei catalani e delle catalane. La gestione repressiva del referendum e l’inasprimento della ritorsione verso i politici coinvolti hanno escluso di fatto il PP come attore degno e compatibile nel campo delle elezioni. L’odio verso questa gestione è stato incarnato da Rajoy, tant’è che Arrimada ha concentrato su di sé tutti i voti non essendo stata identificata come la diretta responsabile (anche se ha sostenuto in tutto l’operato del PP). L’estrema centralizzazione dello Stato è stata una risposta che i cittadini e le cittadine catalani hanno criminalizzato, perché ha espresso la volontà di rimuovere nuovamente il tema dell’indipendentismo senza risolverlo, così come ha soffocato una riflessione e un dibatto pubblico sui governi locali e sulle istituzioni di prossimità, un tema che sta (ri)sorgendo sempre più frequentemente. Checché ne dicano l’Unione Europea e lo Stato-nazione, un’altra idea di gestione del potere politico e della decisionalità non solo esiste, ma è sentito in molti angoli del Vecchio continente una necessità.

I prossimi passi nella formazione del prossimo Govern saranno decisivi, adesso più che mai dopo che Rajoy, forse in un tentativo di guadagnarsi il ruolo del democratico che mette da parte la faccia dura dello Stato, ha dichiarato di essere disposto ad aprire un dialogo con il prossimo Presidente. Il movimento dell’indipendentismo radicale, se vuole diffondersi socialmente e costruire il suo programma a partire dalle lotte e dal conflitto, sapendo riconoscere i suoi nemici in Spagna e in Catalogna, ha bisogno di trovare nuova energia. Una nuova energia che nel progetto deve porre la centro una nuova comunità di diritto e di istituzioni che possa coinvolgere tutti e tutte, magari costruendo un’altra pagina di quella terra dove il repubblicanesimo vive nel presente e fa parte della collettività, non solo nel passato degli avi catalani.

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