Dibattito sulle presidenziali Usa

Ferrara: trenta giorni per un presidente

Tre opinionisti americani al festival di Internazionale

7 / 10 / 2012

Delusi di Obama, voterete o vi asterrete? Il dibattito elettorale statunitense ad un mese dalla chiamata alle urne, sta tutto qui dentro. “Più che il miglior presidente, gli americani sono bravi a decidere chi interpreta meglio la parte del candidato. E su questo punto, Obama, nonostante un evidente calo di immagine, è di gran lunga superiore a Romney” ironizza David Carr, opinionista di punta del New York Times. “Se Obama non ha attirato come nelle precedenti elezioni – gli fa eco Joann Wypijewski di Nation – ci ha pensato il suo avversario Romney a convincere gli indecisi a votare per l’attuale presidente con le sue sparate razziste alle convention. Il repubblicano è un candidato davvero imbarazzante”. “E’ destino della sinistra americana venire puntualmente delusa dai suoi eletti – sintetizza Philip Gourevitch del New Yorker -. Ma in questo Obama ha una grande fortuna. Ha sempre dovuto misurarsi con candidati deboli, che non sono alla sua altezza. E anche il deluso di sinistra alla fine va a votare se non ‘per’ Obama, perlomeno ‘contro’ chi lo attacca definendolo un musulmano nero”.

Siamo a Ferrara. Nel bel mezzo di un festival di Internazionale gratificato da una affluenza senza precedenti. Tra i tanti appuntamenti in corso, in contemporanea in tutta la città emiliana, abbiamo scelto “Trenta giorni per un presidente”. Dibattito sulle vicine elezioni stelleestrisce coordinato da Marino Sinibaldi di Rai Radio 3 con tre opinionisti americani di grido, i già citati Joann Wypijewski, David Carr e Philip Gourevitch. Il grande teatro comunale era riempito dalla platea alla “piccionaia”. E diciamo subito che se qualcuno si è recato all’incontro per disintossicarsi dalla pochezza dell’attuale dibattito politico made in Italy, è rimasto deluso. “Obama o Romney cambia qualcosa? - si è chiesta la Wypijewski - Obama doveva essere un presidente di rottura ed invece ha bombardato come e forse più degli altri. Il problema è che i due non sono poi così distanti come cercano di far credere agli elettori. Oppure, più semplicemente, un presidente più di così non può fare. In ogni caso il risultato è lo stesso”. Parere diverso quello di Carr che difende anche le scelte in politica estera di Obama “Ci fossimo ritirati dall’Afghanistan il mondo avrebbe pensato che abbiamo perso la guerra”. Nessuno gli fa notare che a casa nostra, la loro “guerra” viene contrabbandata come “missione di pace”. Evidentemente nel nuovo continente sono meno ipocriti di noi. O forse hanno una Costituzione che non vieta la guerra come risolutrice delle controversie internazionali.

Del tutto assente dal dibattito la vera novità apparsa in questi ultimi tempi dall’altra sponda dell’oceano. Mi riferisco al movimento Occupy Wall Street. Dei “fantasmi elettorali” per Gourevitch. Una “risposta dei giovani ad una politica alienante” per la Wypijewski ma comunque “totalmente irrilevanti per le prossime elezioni”. Stessa opinione di Carr che li descrive come un movimento per “sua stessa natura indefinibile” che ha cercato di ottenere l’attenzione dei grandi media ma “quando finalmente la stampa si è occupata di loro si sono sciolti come nebbia al sole”.

Alla domanda “quali sono le tre cose, in ordine di importanza, che contano di più negli Stati Uniti per vincere la campagna elettorale”, Gourevitch risponde senza esitazioni: “L’economia, l’economia e l’economia”. “Un autentico marxista vecchio stile come in Europa non se ne vedono più” scherza Sinibaldi che vuole sapere quanto conti la televisione nel grande gioco elettorale americano. Domanda, per sue stessa ammissione, un poco ingenua. “La televisione è importante ma nel nostro Paese – sostiene Carr (sottolineando la parola ‘nostro’) – è ugualmente usufruibile da entrambi i candidati. Conta piuttosto l’uso delle nuove tecnologie come Twitter o Facebook”. “O conta piuttosto il prodotto che vendono – continua la Wypijewski - e l’America che vende Romney è quella nostalgica che vorrebbe tornare sulla luna e non può più farlo”.

Un Obama deludente contro un Romney improponibile. Chi vincerà alla fine? I giochi sono già fatti, ha assicurato Carr, che evidentemente è più obamista di Obama, e regala un po’ di spettacolo (e ce n’era bisogno per tener sveglia una platea che si stava chiedendo se non fosse più interessante addirittura il dibattito sulle modalità delle primarie in casa Pd) rivolgendosi direttamente alla platea per chiedere, ad alzata di mano, quanti voterebbero per Obama e quanti si asterrebbero. Carr dà per scontato che nessuno metterebbe una croce su Romney e ci azzecca. La risposta infatti è un plebiscito per Obama. Il giornalista Usa è soddisfatto ma non convince Sinibaldi: “E che vuol dire? Anche se chiediamo chi non ha mai votato per Berlusconi qui tutti alzano entrambe le mani. Questo è il pubblico di Internazionale!”

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