Francia - Resistere alle violenze di Stato

L'équipe in divisa che ha brutalizzato Théo è l'ultimo anello della catena insanguinata che soffoca i quartieri e le cités nelle regioni metropolitane di Francia

13 / 2 / 2017

Agli angoli delle strade, ai piedi del proprio immobile, nel metrò e nelle aree di transito dei trasporti urbani, nei parcheggi dei centri commerciali, nei giardini sotto casa o nei parchi pubblici, tornando o andando a scuola, al lavoro, a fare la spesa o semplicemente giocando a pallone o a basket, o chiaccherando con gli amici, si rischia un banale controllo d'identità. Anche più di uno nello stesso giorno, a volte quattro o cinque. 

Di solito significa aggressione fisica e verbale da parte di un gruppo di agenti della polizia o della BAC (Brigade anti-criminalité in civile), o della BST (Brigade spécilisée de terrain), nuova formula per un vecchio metodo, quello dell'intrusione armata nei quartieri cosiddetti "difficili" o "sensibili". 

Ogni volta volano pugni e calci, schiaffi, insulti razzisti e omofobi, i vestiti vengono strappati, gli oggetti calpestati, distrutti o confiscati. Si dice che «la situazione degenera», come se il contatto dall'inizio si svolgesse in condizioni dignitose, nell'umano rispetto dei diritti per le persone che subiscono un controllo d'identità. Il controllo d'identità invece si verifica sistematicamente in condizioni abusive, ma protette da una legge che garantisce l’impunità alle forze dell'ordine. 

Le minacce e le umiliazioni, i colpi, gli spray lacrimogeni, le armi puntate addosso, questa è la norma. Ai controlli seguono quasi sempre i fermi, poi altre botte durante il trasporto e sevizie durante la permanenza in commissariato, poi piovono le denunce per oltraggio e ribellione contro i rappresentati della forza pubblica (70% delle condanne, raddoppiate nel 2016), e le accuse penali che vanno dall'infrazione al codice stradale a fatti minori che riguardano beni privati o pubblici.

Le recidive a seguito dei controlli d'identità sono all'ordine del giorno, alle condanne segue il carcere o il centro di 'rieducazione' per i minorenni. E' molto difficile dimostrare la propria estraneità ai fatti davanti ad un "depositario dell'autorità pubblica" che si presenta come vittima e un verbale redatto dalla vittima stessa. Le denunce delle vittime della polizia invece vengono archiviate quasi tutte dall'IGPN (la Polizia delle polizie) e le condanne superano il 95% dei casi.

Dopo la violenza sessuale e i maltrattamenti subìti da Théo le reazioni mediatiche e politiche sono state unanimi nella condanna dell'operato della polizia. Allo stesso tempo, i ragazzi arrestati a Aulnay durante la notte del 6 e 7 febbraio, oltre la metà minorenni, sono stati accalappiati come dei cani, presi a caso. 

I maggiorenni sono stati condannati per "imboscata organizzata", reato sconosciuto fino all'altro ieri, che presume l'intenzione di voler aggredire la polizia. Le prove si basano sulle immagini di uno smartphone in cui si vede una carriola piena di sassi a decine di metri dal posto in cui sono stati effettuati gli arresti. Nelle stesse ore, gli agenti presenti a Aulnay hanno utilizzato armi da fuoco in mezzo alla folla a scopo "preventivo", tiri di sommazione, motivati, sostengono, dal fatto di «essere stati circondati». Verosimilmente si tratta degli abitanti scesi in strada e rimasti sotto casa perché gli si è imposto il coprifuoco. Chi non sarebbe preoccupato, non uscirebbe o cercherebbe di vedere che succede con un elicottero che volteggia a bassa quota sfiorando i tetti di interi isolati al buio? Forse per non lasciare traccia degli interventi polizieschi visibili dalla video-sorveglianza. 

La video-sorveglianza destinata a contrastare la delinquenza testimonia anche dell'operato poliziesco, ma gli agenti si proteggono sempre da questa tecnologia di supporto come da ogni traccia che possa restituire la sequenza degli interventi di ordine pubblico.

Queste operazioni sono all’ordine del giorno nella relazione conflittuale degli abitanti dei quartieri periferici con lo Stato, una relazione in cui l'esercizio della forza si dà come unica prospettiva. 

Mentre i media si stracciano le vesti sulla banlieue, al singolare, ma dimostrano la loro complicità con chi arma e legittima le forze dell'ordine, diventando, con i tribunali, la chiave di volta di una scelta politica assassina. Chi parla di "risentimento" intende banalizzare la cultura repressiva, gli atti e i discorsi xenofobi, razzisti, omofobi, islamofobi e antisemiti, giustificando le aggressioni e le provocazioni delle forze dell'ordine come se si trattasse di una guerra tra bande rivali.

Una nuova legge sulla "sicurezza pubblica" è stata chiesta dai poliziotti dopo la lunga stagione di repressione, estremamente violenta, delle mobilitazioni contro la Loi Travail e la serie di operazioni militarizzate contro i migranti. Gli agenti esigono la parità con le forze dell'esercito e della gendarmeria nazionale sull'uso delle armi. 

Dal 7 febbraio la legge, approvata dal senato il 24 gennaio, è in discussione in Parlamento con procedura accelerata. Questa  legge, il cui progetto è stato presentato da un deputato del Partito Socialista, è confusa e complessa; alcuni esponenti delle stesse forze dell'ordine l'hanno definita «pericolosa per gli agenti e per i cittadini». In pratica amplia il quadro legislativo liberalizzando l'uso di armi per poliziotti e agenti comunali ben al di là del quadro attuale che definisce la "legittima difesa".  Un quadro talmente permissivo che la giurisprudenza europea e francese sono già intervenute per modificarlo. In ogni caso dove non applicabile la legge "di sicurezza pubblica", c'è sempre quella dell' "emergenza" che compensa, quindi ogni abuso può essere giustificato in un' aula di tribunale perché la legge in discussione elimina gli elementi di possibile arbitrio per il giudice.

Di fatto già funziona così, le forze dell'ordine agiscono come un esercito, la militarizzazione è un modello collaudato di controllo delle cités con l' incremento di armi e dispositivi tecnologici sempre più sofisticati. Una storica continuità tra l'occupazione coloniale e quella urbana sul territorio nazionale che si declina dal Commissariato al Tribunale, passando per la scuola.  

Quelle che vengono definite bavures non sono atti occasionali. In particolare quando l'apparenza della persona controllata denota, o tradisce, l'origine non-autoctona, una categoria "razziale" determinata dai connotati fisici o anagrafici, cittadini francesi o 'naturalizzati' che hanno acquisito la cittadinanza francese nel corso della loro permanenza sul suolo nazionale. Famiglie che sono arrivate o si sono ricongiunte nella seconda metà del XX secolo, la maggior parte provenienti dalle attuali o ex-colonie. 

Si cresce imparando a proteggersi dalla polizia e si vive difendendosi dalla BAC. Non è quindi la sorte, "il momento sbagliato nel posto sbagliato", che determina il rischio di morire oppure di finire in ospedale e uscirne con lesioni a vita o patologie permanenti.

Fare differenze, pur nel rispetto della singolarità di ogni storia personale e familiare, è una preoccupazione mediatica a sostegno della polizia. Il dispositivo si sposta dal crimine compiuto dalla polizia alla vittima, si concentra l'attenzione sull'individuo, sui suoi presupposti comportamenti con l'intenzione di insinuare il dubbio, si costruisce il sospetto e si vende un mostro oppure un santo, come nel caso di Théo: un ragazzo affabile e tranquillo in una famiglia "perfettamente integrata", che scherza sempre, gioca a pallone e aiuta i vicini a portare la spesa su per le scale (perché negli HLM, case popolari, gli ascensori rotti non vengono riparati). Un profilo che corrisponde al "figlio" della banlieue, quello che ce la fa perché se lo merita. Perciò «non è giusto che sia finito nelle mani di poliziotti cattivi», anzi il poliziotto "buono" che in commissariato ha finalmente deciso di mandarlo in ospedale piuttosto di tenerselo due giorni in cella, «l'ha salvato». Mentre i 4 agenti sono a piede libero e il delitto di violenza sessuale di gruppo non è stato riconosciuto.

Una narrazione mediatico-politica che falsifica la realtà e persino la storia di Théo che - per sua testimonianza - è un giovane ordinario con una famiglia che tenta di non essere sommersa, come le altre, sia dalla eventi che dalla quotidianità di Aulnay. Non esistono i "Caino e Abele" delle periferie. Storie simili a quella di Théo, Adama, Hocine, Amine, Abdulaye, lamine, Zyed, Bouna, ma anche di Rémy. Tutte quelle che restano nell'ombra, lontano dall'agitarsi politico parigino. 

Il primo ostacolo, per chi resiste nei quartieri, è la necessità di demolire le idee e l'informazione che hanno prodotto un qualcosa di «altro, diverso da noi», un oggetto e non un soggetto, un qualcosa di esotico, il "post-coloniale" che alimenta la produzione culturale, artistica e sportiva. 

Questa popolazione 'parallela', la cui identità viene presentata come omogenea, è stata costruita nel secolo scorso. Oggi conserva la forma di un ectoplasma incontrollato, e dunque da controllare, corpo sociale insondabile per il politico, istituzionalizzato e no, che nel corso del tempo ha usato e abusato, anche simbolicamente, di queste terre di frontiera in permanente mutazione per veicolare un immaginario estraneo alla realtà dei fatti e alle persone.  

Lo sguardo che vuole andare oltre il periferico ( l'anello stradale che cinge gli arrondissements storici della capitale) partendo da un "centro" di riferimento non è cambiato: da quelle parti c'è un agglomerato urbanistico, un terrain vague, abbandonato a sé stesso, e una società indistinta composta da milioni di persone, les banlieues, a turno oggetto di ansie e paure, sinonimo di violenza gratuita, di inadeguatezza 'culturale', incapace di adattamento alla norma, prima fra tutte quella scolastica, impermeabile alla laicità di Stato, accusata di passività di fronte alla micro-criminalità diffusa, dello spaccio di droga in particolare, e di premeditato allontanamento dai valori della République.    

Perché morire oppure essere ricoverati in pronto soccorso dopo un controllo d'identità diventa un dettaglio marginale della realtà quotidiana di decine di milioni di cittadini francesi?

Senza risposte politiche all'orizzonte è più facile ricollocarsi in uno scontato ciclo di reazioni. Le scenografia delle "violenze urbane" (come vengono qualificati il conteggio delle auto incendiate, le barriere di bidoni della spazzatura in fumo, le fermate di autobus bruciate e le barricate nei crocevia che attirano la polizia e magnetizzano i giornalisti) impone all'amministrazione locale, di qualsiasi colore politico, di dichiararsi "impotente" e scaricare verso l’alto le proprie responsabilità. Questa catena di eventi designa e caratterizza l'innesco delle "rivolte", o meglio sommosse. Le sommosse sono una risposta alle vessazioni e alle provocazioni della BAC, permettono di liberare almeno per un po' di ore, o di giorni, l'esasperazione e la rabbia collettiva. Cercare un segno di pacificazione attraverso mobilitazioni organizzate secondo schemi e protocolli di piazza, che evacuano il problema del contatto con le forze dell'ordine, è un esercizio tanto virtuoso quanto inefficace. Gli incidenti durante il presidio partecipato (circa 3000 persone) dell'11 febbraio davanti al Tribunale di Bobigny, fabbrica di condanne per 2 generazioni di banlieusards interrogano a questo proposito.    

Les émeutes, sommosse, attirano l'attenzione, non sono sinonimo di "disperazione" e di "impotenza", di "esclusione " o espressione di una qualche forma di "marginalità sociale", tutt'altro. La sommossa è denuncia e rivendicazione di verità, di rispetto e di dignità, ha i connotati della solidarietà, ma soprattutto produce un proprio spazio pubblico e un'appartenenza al quartiere, alla cité, al territorio. Smentendo proprio quel concetto di comunitarismo reso astratto e ansiogeno da giornalisti e analisti politici, o accademici-commentatori, per imporre delle identità etnico-religiose separate. Questa appartenenza non è identitaria, ma è una comune e imprescindibile risorsa, prima di tutto linguistica, con tutto quello che impregna l'uso vivo della lingua. Da trent'anni nelle cités si afferma una presenza non assimilabile dal discorso politico e per questo viene combattuta. O illusoriamente investita di poteri capaci di trascendere lo spontaneismo dei movimenti. 

Le "rivolte", che esplodano una notte o si protraggano nel tempo, non si ripetono mai identiche a sé stesse. Cambiano, come la soggettività molteplice che le esprime. Generazioni rappresentate da nonni e genitori, figli e nipoti dove uomini e donne (con e senza velo) giocano un ruolo essenziale nella gestione e nella trasmissione attiva di riferimenti indispensabili ai più giovani per costruirsi e realizzare la propria autonomia sia a livello personale che professionale.

Le famiglie, i giovani delle banlieues, gli studenti dei collèges o dei licei hanno vissuto gli stessi cambiamenti che si possono osservare anche nel più sperduto villaggio della France profonde. Eppure sui media e sui social media - falene notturne attirate dal fuoco dei riots - conservano gli stessi ruoli nella stessa coreografia. 

Caricaturale anche il governo: il principale responsabile politico delle violenze, il presidente Hollande, che corre al capezzale di un corpo martoriato dalla sua polizia senza aver mai messo piede in una delle tante periferie abitate dai Théo e dagli Adama.

È vissuta come ennesima provocazione la denuncia del singolo poliziotto, l'eccezione che farebbe erroneamente pensare ad un intero corpo composto da CRS (corpo anti-sommossa della Géndarmerie nationale), Polizia, BAC e BST, indenne e dedito alla protezione del/la cittadino/a. 

La realtà è un'altra, l'insieme delle forze dell'ordine è normalmente impegnato in abusi di ogni genere, in un paese che ha fatto dello stato d'emergenza e del 49-3 un modello di governo. Tutte le testimonianze registrate o verbalizzate mostrano e provano il comportamento discriminatorio di picchiatori e provocatori a mano armata. Sono formati e attrezzati per ferire e infierire, umiliare, uccidere sapendo che possono continuare a farlo e, impuniti, a fare la loro vita. Sono liberi e conservano lo stipendio, integrano posti di maggiore responsabilità, un distaccamento favorevole, ottenendo di fatto una promozione.

Sono passati anni, prima due, poi tre generazioni. Aulnay, Clichy, Mantes la Jolie, Saint-Denis, Sevran, Sarcelles, Bondy, Stains, Minguettes. Se si osserva una carta geografica della Francia, la mappa dei 'casi' è disseminata, concentrata nelle banlieues, ma anche nei quartieri popolari delle città. La lista dei morti assassinati, feriti, mutilati dalle forze dell'ordine è sempre più lunga.

La denuncia delle violenze poliziesche, l'impegno quotidiano per contrastare l'impunità degli agenti, insieme all'ideologia della "sicurezza", sono cardini di una lotta che non può fermarsi né limitarsi al perimetro sempre più frammentato delle periferie.  

All'ingiustizia, alla stigmatizzazione, alla doppia, tripla discriminazione, se si tiene conto delle leggi sulla laicité républicaine si resiste a partire dalla scuola, nei collèges e nei i licei, riabilitando nel percorso educativo l'insieme di pratiche e di attività che animano i quartieri, e nelle cités con la riconquista di quegli spazi pubblici e di parola da cui famiglie e adolescenti, uomini e donne sono espropriati con la forza.

Leggi: APPELLO ALLA MARCIA  DEL 19 MARZO PER LA DIGNITÀ E LA GIUSTIZIA

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