Huellas de la memoria, le scarpe di chi non si stanca di cercare i suoi desaparecidos

La mostra è ora esposta nel giardino di Cà Bembo a Venezia e si concluderà domenica 28 maggio con un grande pranzo sociale a cura dell'Associazione Ya Basta Êdî Bese

24 / 5 / 2017

Ottantasei paia di scarpe appese ad un muro. Scarponi da contadino e stivali da uomo, ma anche mocassini e sandali da donna, “ballerine” da bambina. E sotto ciascun paio di scarpe una frase per ricordare.

Mi chiamo Letty Hidalgo e cerco mio figlio Roy. Fu fatto sparire l’11 Gennaio del 2011 in Monterrey.

Sono Teresa Vera. Cerco Minerva, mia sorella. Dove sta? La fecero sparire il 29 aprile del 2006, in Matías Romero, Oaxaca. Mi manca.

Milynali, la mia anima va seguendoti camminando fino ad incontrarti. Tua mamma Graciela Pérez. I miei piedi si stancheranno forse di camminare, però la mia anima ed il mio cuore mai smetteranno di cercare, Pepe. Tua mamma.

Questi passi cercano Tomás Pérez Francisco. Seguiremo l’orma di nostro padre che non se ne andò e neppure si perse. Ce lo portarono via vivo.

Sono le scarpe di chi non si stanca di cercare. Sono le scarpe di chi chiede verità, di chi vuole sapere che fine hanno fatto le loro madri, i loro padri, i loro fratelli, i loro figli e le loro figlie. Vittime innocenti, desaparecidos nel nulla, con l’omertà e l’indifferenza, meglio ancora, con la complicità del Governo messicano. L’idea di trasformare delle semplici scarpe in una denuncia del fenomeno delle sparizioni forzate in Messico è venuta allo scultore Alfredo Lopez Casanova. “Qualche tempo fa ho partecipato ad una grande marcia organizzata dalle associazioni di familiari delle vittime della sparizione forzata. Vedendo questo fiume di gente che camminava piangendo i loro cari senza speranza di una risposta da parte del governo, mi sono chiesto che cosa sarebbe rimasto di tutto questo dolore. Mi sono voltato dietro e ho visto le orme. Questa è gente che, sino a che avrà fiato, non si stancherà di camminare e di chiedere giustizia e verità. Così ho chiesto loro di darmi le scarpe che portavano ai piedi e di accompagnarle con una frase. Ne ho fatto un’esposizione artistica che ho chiamato Huellas de la Memoria (Orme della Memoria ndr) e che, prima di tutto, vuole essere una denuncia della guerra che i messicani stanno combattendo contro il narcogoverno”.

Una guerra che segue, come numero di vittime, solo a quella che si combatte in Siria. Secondo le stime tirate dalle associazioni per i diritti dell’uomo, dal 2006, anno in cui Usa e Messico hanno dichiarato la “guerra ai Narcos” – guerra che ha avuto come unico risultato quella di consegnare lo Stato centroamericano ai narcotrafficanti – sono circa 30mila i desaparecidos. E parliamo solo di scomparsi. I morti accertati invece superano quota 100 mila. Dati aggiornati al 2016. Quest’anno il trend è in aumento. Solo di giornalisti, ne sono stati assassinati 7. L’ultimo, Javier Valdez Cárdenas, accoppato a pistolettate a Culiacan davanti alla porta del giornale di cui era direttore, aveva appena scritto in un suo editoriale: “Siamo in tanti noi giornalisti a cercare le notizie con molta cautela perché abbiamo ben chiaro che un giorno una pallottola può arrivare prima di noi. Siamo in tanti noi giornalisti ad essere indignati per il silenzio che ci vogliono imporre, per le menzogne ufficiali, dal momento che quotidianamente vediamo persone a cui sono stati rubati i sogni, donne con il bacio ardente di una granata in bocca, giovani, quasi bambini, colmi di dolore e cocaina, vediamo nelle strade sicari e madri disperate, commando armati e padri di famiglia sepolti nel fango o chiusi in sacchi neri al bordo di una strada buia. Per questo devo scrivere, per dare voce alle tante persone immerse nella disperazione e nella vana speranza… Ho più paura del governo che dei Narcos”.

Una settimana prima, a morire crivellata di colpi nella sua casa di San Ferdinando, è stata Miriam Rodriguez. Aveva fondato un movimento di famiglie di desaparecidos e non si stancava di chiedere giustizia per sua figlia, rapita e uccisa nel 2012. Per uccidere Miriam, i suoi assassini hanno aspettato il giorno della festa della mamma. Assassini che, quando capita a loro di venir accoppati in uno scontro a fuoco con un cartello rivale, si scopre che per l’80% fanno parte della polizia o dell’esercito. Oppure provenivano dalle cosiddette Forze Speciali che l’esercito Usa arma e addestra per… combattere il narcotraffico!

Madre di un giovane scomparso è anche Ana Enamorado, portavoce del movimento Migrantes Mesoamericanos, che sta portando la mostra Huellas de la Memoria per il mondo. L’esposizione è arrivata anche nel veneziano grazie all’associazione “Ya Basta Êdî Bese”. In questi giorni, è esposta a Ca’ Bembo, fondamenta Toffetti, Venezia, nell’area occupata dagli studenti universitari del Lisc, Liberi Saperi Critici, e ci rimarrà fino al 28 maggio.
Apertura pomeridiana dalla 15 alle 20.

“Mi chiedono spesso chi siano i desaparecidos – racconta Ana -. Sono sindacalisti, ambientalisti, gente che ha provato di ribellarsi o semplicemente che ha cercato di vivere con dignità. A sparire sono anche molti migranti che cercano di raggiungere gli Stati Uniti d’America spinti dalla fame e dalla miseria. Carne da macello, uomini e donne senza documenti, che spesso le stesse autorità messicane deputate al controllo delle migrazioni incarcerano e vendono ai narcotrafficanti. Le ragazze vengono obbligate a prostituirsi, i ragazzi venduti ai latifondisti o fatti a pezzi per il ricco mercato di organi delle cliniche Usa… Spesso vengono usati come capri espiatori. Vengono obbligati a firmare un documento in cui si auto accusano di un crimine che non hanno commesso in modo da far cadere le accuse su qualche politico o su qualche narcotrafficante. Teniamo presente che molti di loro non sanno leggere e che spesso, essendo indigeni, parlano male anche lo spagnolo. E siamo in tanti noi, padri, madri, sorelle e figli, che continuiamo a cercarli. Abbiamo le loro fotografie e ripercorriamo le loro orme che portano alla frontiera. Visitiamo le carceri e i postriboli, cerchiamo di entrare nei latifondi e nelle fabbriche dove i lavoratori sono resi schiavi, ispezioniamo i corpi senza nome che vengono estratti dalle fosse comuni… A tutti coloro che incontriamo mostriamo le loro immagini e chiediamo se, per caso, li hanno visti. E qualche volta, capita anche a noi si sparire nel nulla. Perché nel Messico dove il narcotraffico è una multinazionale che compra i giudici, assume i poliziotti e finanzia i politici sia di governo che di opposizione, certe domande non si possono fare. Ma noi non possiamo fare a meno di percorrere le orme dei nostri figli, di voler sapere che fine hanno fatto, di chiedere giustizia e verità”.

*** Photo Credits Melissa Lòpez Valdez

*** Riccardo Bottazzo, giornalista professionista di Venezia. Si occupa principalmente di tematiche ambientali e sociali. Ha lavorato per i quotidiani del Gruppo Espresso, il settimanale Carta e il quotidiano Terra. Per questi editori, ha scritto alcuni libri tra i quali ”Caccia sporca“, “Il parco che verrà”, “Liberalaparola”, “Il porto dei destini sospesi”, “Cemento Arricchito”. Collabora a varie testate giornalistiche come Manifesto, Query, FrontiereNews, e con la campagna LasciateCiEntrare. Cura la rubrica “Voci dal sud” sul sito Meeting Pot ed è direttore di EcoMagazine.

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