Il maggiordomo e il proprietario

L’articolo conclusivo della rubrica Sin Bajar la Mirada

17 / 7 / 2018


Con il seguente testo si conclude la rubrica Sin bajar la mirada, curata dall’associazione Yabastaedibese, con cui abbiamo accompagnato il cammino della candidata indigena Marichuy verso le lezioni presidenziali messicane che si sono tenute lo scorso 1 luglio e che hanno visto la storica e schiacciante vittoria di Andres Manuel Lopez Obrador, divenuto il primo presidente di un partito di sinistra della storia messicana.

Come abbiamo già raccontato, il cammino ufficiale di Marichuy si è interrotto in febbraio quando l’Instituto Nacional Electoral ha decretato l’esclusione degli indigeni dalla competizione elettorale per il mancato raggiungimento delle 800 mila firme necessarie per apparire nella scheda elettorale. Poco importa che Marichuy fosse la candidata indipendente con il più alto numero di firme valide (oltre il 90%); come spesso ripetuto dagli stessi indigeni, il terreno della rappresentanza istituzionale esclude gli ultimi con le sue leggi, con le sue regole elettorali, con la costante esclusione sociale e con lo sfruttamento, il razzismo, la violenza. Lì in alto non c’è spazio per chi dal basso vuole cambiare il mondo.

Da febbraio EZLN e CNI hanno fatto calare il silenzio sulle elezioni. Un silenzio che si è interrotto pochi giorni fa, quando dalla Selva Lacandona è uscito un comunicato di lancio dell’incontro delle reti di appoggio al Consiglio Indigeno di Governo e del prossimo CompArte che culminerà con i festeggiamenti per i 15 anni dalla nascita dei Caracoles zapatisti, che si terranno i primi giorni di agosto nel Caracol di Morelia.

Con una mirabile metafora calcistica, i Subcomandante Moises e Galeano smorzano gli entusiasmi dei movimenti in festa e smontano l’idea che l’elezione di AMLO abbia aperto una nuova fase in Messico, una fase di cambiamento, rivoluzionaria. Il padrone (il sistema capitalista) è il proprietario delle squadre, dello stadio, della partita, del pallone, poco importa il risultato, perché il padrone vince sempre. Così si capisce perché la vittoria di AMLO è stata salutata da tutti favorevolmente: Trump, Trudeau, lo stesso PRI, il grande sconfitto, a risultati non ancora ufficiali, si sono apprestati a congratularsi col vincitore. Per loro, rappresentanti del neoliberismo, la vittoria dell’alfiere della sinistra messicana, è un’ottima notizia perché permette di far credere che è in atto un cambiamento senza che nulla cambi realmente.

Nella nostra recente cronaca della giornata elettorale questo passaggio lo avevamo già accennato. Per gli oltre 30 milioni di messicani che lo hanno votato, AMLO ha rappresentato la speranza di un cambiamento, della fine della guerra civile che in 12 anni ha prodotto 240 mila morti, 35 mila desaparecidos e 360 mila sfollati interni dovuti alla violenza e allo sfruttamento dei territori e delle risorse. Ma non solo, AMLO è anche la speranza dell’establishment di recuperare credibilità agli occhi del mondo. Continuare a nascondere ancora la testa sotto la sabbia dopo le decine di rapporti sull’attuale situazione del paese non è più possibile e il rischio è qualcosa di ben più radicale di un’alternanza elettorale.

D’altra parte è dalla stessa coalizione “Juntos haremos historia” che arrivano messaggi in tal senso. Primo fra tutti, la dichiarazione con la quale AMLO ha rassicurato grandi investitori e potenze straniere vicine: il NAFTA (il trattato di libero commercio delle Americhe) non si tocca. Fu proprio l’entrata in vigore del NAFTA il 1° gennaio 1994 a far entrare nella scena politica nazionale l’EZLN che, all’alba del nuovo anno, si sollevò in armi conquistando le principali città del Chiapas al grido di ¡ya basta! Altri indizi inequivocabili della linea politica di AMLO sono la presenza all’interno di MORENA di ex membri del PRI (tra i quali Esteban Moctezuma Barragán, accusato di aver promosso la controinsurgencia contro gli zapatisti durante il governo di Ernesto Zedillo) e l’alleanza col partito PES, il partito conservatore ultracattolico contrario ai diritti LGBT e all’aborto.

Se da una parte la virata conservatrice è palese, dall’altra arrivano messaggi di distensione e avvicinamento. In un recente messaggio su twitter, padre Solalinde (prete che ha costruito un’importante rete di ospitalità per i migranti in transito e che ha appoggiato il nuovo presidente), ha invitato l’EZLN a dialogare con il nuovo governo e a costruire insieme il nuovo Messico.

Secondo Padre Solalinde, il movimento zapatista è patrimonio comune di tutto il Paese ma 30 milioni di messicani (tanti sono i cittadini che hanno votato AMLO) non si possono essere sbagliati e ora non ha più senso continuare a isolarsi e continuare a chiedere o tutto o niente.

E ancora, diversi media messicani riportano la notizia secondo la quale il governo eletto sarebbe pronto a prendere in mano e ad approvare gli accordi di San Andrés Sakamch’en su diritti e cultura indigena, firmati nel 1996 dall’EZLN e dal governo di Ernesto Zedillo e poi mai approvati. Ma che senso ha approvare ora, a oltre 20 anni di distanza, una legge sui diritti e la cultura indigena se nel paese vige un regime di sfruttamento delle risorse del sottosuolo, dei territori e dei cittadini, protetto dalla Reforma Energetica che di fatto ha svenduto i territori alle multinazionali energetiche?

Come preventivato dunque l’elezione di Lopez Obrador ha aperto una nuova fase. In parte Padre Solalinde ha ragione: per molti, moltissimi messicani questa è un’occasione storica, un’occasione mai avuta in passato di poter cambiare il corso degli eventi in pace e democrazia. È bene però ricordare che questa fase non è solo un’opportunità, ma anche una grande fase di rischio per i movimenti: abbiamo ben chiaro qui in Europa, ma anche guardando il continente latinoamericano, i danni che possono provocare i governi “amici”: la gestione del sistema capitalista “da sinistra” non porta che pochi vantaggi nel campo dei diritti; in cambio però annienta da dentro il tessuto delle lotte e delle istanze sociali e coopta dirigenti e attivisti di fatto producendo una profonda crisi all’interno dei movimenti. Ribadiamo, però, che per l’attuale situazione del Messico, questo nuovo governo rappresenta la speranza che si concluda al più presto questa guerra, chiamata guerra ai narcos ma in realtà una vera e propria guerra verso i cittadini messicani. Per dirla con le parole di Raúl Zibechi, «di fronte alla brutale offensiva dei potenti […], l’arrivo di un governo “meno peggio” non risolve i nostri problemi, ma ci permette almeno di prendere ossigeno per continuare a guardare avanti».

Chi guarda avanti e, ne siamo certi continuerà a farlo, è senz’altro il movimento zapatista. E lo fa alla propria maniera, non solo con le parole dei comunicati ma con la pratica di oltre vent’anni di autogestione e autonomia in resistenza, costruendo dal basso quel nuovo mondo anticapitalista tanto ostile alla sinistra mondiale desde arriba. Lo fa rimanendo fedele alla propria storia, rifiutando la mano tesa dei potenti e tirandosi addosso le critiche e l’ira della sinistra ufficiale che con l’elezione di AMLO crede di poter realmente cambiare le cose. Lo fa chiamando a raccolta quanti continuano a credere che i cambiamenti veri si fanno dal basso e in collettivo, organizzandosi e sperimentando pratiche di democrazia, partendo da un idea semplice: il popolo comanda, il governo obbedisce.

Perché, come sottolineato alla fine del comunicato, «potranno cambiare i capoccia, i maggiordomi e i caporali, ma il proprietario continua a essere lo stesso».

Photo credit: @tryno Maldonado

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