Qui, in Siria, la Primavera araba ha perso, più che mai, l’alone sociale e romantico del riscatto sociale, di lotta per le libertà, ed è stata trasfigurata in guerra per il potere interno e sull’intero quadrante medio orientale.

In Siria soffiano venti di guerra

Le elezioni negli USA e il conflitto sociale in Europa possono essere discriminanti.

di Bz
30 / 10 / 2012

Le elezioni negli USA e il conflitto sociale in Europa possono essere discriminanti.

La Siria, già da un anno, compare quotidianamente nei notiziari con un elenco di vittime, civili e militari, con distruzioni a catena, in questa o quella città. Le informazioni sulla carneficina che ci giungono sono viziate dalla propaganda delle parti in conflitto: oltre 25.000 vittime e 100.000 profughi in Turchia, Libano e Giordania secondo i ribelli; 7.000 morti e 20.000 sfollati a detta dei governativi. Aldilà dell’aspetto quantitativo sconcertante, in Siria è in corso una guerra civile su cui tutti gli Stati di peso glissano e tengono un profilo basso, all’ONU e nelle sedi istituzionali deputate gli schieramenti politici internazionali sono formali e altalenanti; in Siria gli Stati chiave dell’area medio orientale si sfidano per interposte fazioni di combattenti, dove, non è difficile immaginare, sono all’opera i top gun  dei servizi di intelligence di mezzo mondo.

Per districarci nel ginepraio siriano, dobbiamo, quantomeno, fare una carrellata su quanto è avvenuto nell’area mediterranea e medio orientale, in questi ultimi tempi. La Primavera Araba ha determinato un ricambio nella gestione delle Istituzioni dall’Egitto al Marocco, in alcuni Stati in maniera significativa e sostanziale [Libia], altrove superficialmente [Tunisia], in altri solo di facciata [Marocco]. Questo a livello istituzionale, nella gestione del potere economico-politico, se si esclude – per alcuni versi – la Libia, tutto è rimasto nelle mani delle lobby locali e internazionali consolidate. Un cambiamento, profondo invece, è  avvenuto a livello sociale, in particolare negli strati urbani, acculturati, giovanili, femminili della popolazione, dove l’aspetto insurrezionale, di piazza, comunicativo - con o senza social network -, del vogliamo tutto e subito, ha connotato i comportamenti politici dei moti in tutto il bacino mediterraneo e non solo. Una mutazione sociale antropologica, nel dna di quelle popolazioni urbane, che non ha avuto – per ora – sbocco, ne politico ne istituzionale ma che cova sotto la cenere e il sale che i vincitori stanno spargendo su quelle società, che è capace di riemergere quando il Potere prova – spudoratamente - a mettere il burka alle conquiste sociali [diritti civili] date per acquisite.

Quello che è mancato alle giovani generazioni ribelli arabe, non è tanto diverso da quello che si fa sentire anche nei movimenti occidentali, è un orizzonte ideale chiaro e condiviso. Una spinta alla rivolta che non ha uno skyline definito, a cui tendere, a cui ispirarsi, se non la sperimentazione, qui e ora, di una modello di vita, spesso, ha la durata effimera di una rivolta, è destinata ad afflosciarsi su se stessa.

Di fronte a questo buco nero e disperato ecco che riemergono tutti i dogmatismi, che, in quanto tali, per definizione, non abbisognano di concretezza quotidiana e sociale: la grande presa del fondamentalismo coranico nei paesi della Primavera araba trova qui la sua ripartenza, così come le varie sfaccettature religiose, mistiche o settarie, la trovano in Occidente.

In Siria la Primavera araba ha fatto capolino in ritardo e si ha la netta impressione che vi sia stata importata e/o sospinta da forze, da orientamenti esterni che hanno fatto leva su quelle latenti problematiche etnico-religiose, sempre controllate o soffocate, dal potere familistico, tribale, religioso degli Assad. A chi dava e da fastidio un solido e stabile Regime bahatista [di ispirazione socialista e panarabo, simile a quello realizzato nell’IRAQ di Saddam] siriano, che esercita, da sempre una sorta di protettorato sul Libano e, di conseguenza, anche una forte influenza nelle vicende palestinesi? Certamente ad Israele, agli Emirati Arabi, ma anche alla Turchia per una questione di acque e di Kurdi: dietro a questi attori di prima linea, ritroviamo tutto lo schieramento occidentale, implicato più o meno intensamente. A sostegno del Regime degli Assad apertamente si sono schierati l’IRAN, la Russia e, in maniera un po’ defilata, la stessa Cina. Nella geopolitica internazionale, tanto più in Medio Oriente, ciascuno fa il suo sporco gioco di interessi palesi e nascosti, diretti o incrociati, senza badare a spese e, soprattutto, incurante del numero delle vittime civili [sicuramente oltre 20 mila] e militari. Qui, in Siria, la Primavera araba ha perso, più che mai, l’alone sociale e romantico del riscatto sociale, di lotta per le libertà, ed è stata trasfigurata in guerra per il potere interno e sull’intero quadrante medio orientale.

Lo possiamo  evincere da episodi riportati marginalmente dalle cronache: un drone iraniano intercettato ed abbattuto, forniture militari russe bloccate, responsabili dei servizi di sicurezza siriani e libanesi saltati per aria, attentati ed uccisioni nei quartieri wahabiti, cristiani e drusi nelle città siriane e, ora, anche in Libano, cannoneggiamenti oltre confine in Libano e, ripetutamente, in Turchia: sono tutti episodi - quest’ultimo di gran lunga quello più significativo - che ci segnalano la possibilità, dietro l’angolo, di una internazionalizzazione del conflitto siriano, nato come appendice della Primavera Araba.

Erdogan, infatti, subitamente, ha fatto votare, dal suo Parlamento, il via libera per una risposta anche offensiva agli sconfinamenti e ai bombardamenti dell’esercito siriano, ma soprattutto ha invocato l’art. 4 dello Statuto della NATO, di cui la Turchia è parte integrante, quale bastione orientale nei confronti della Russia e dei nemici asiatici; articolo 4 che implica una solidarietà attiva per tutti gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica, a cui è connesso il 5, che obbliga gli Alleati, in solido, alla partecipazione diretta alla difesa/offesa del Paese soggetto ad un attacco[quello usato per la missione in Afghanistan, tanto per capirci]. È di questi giorni il giro di ricognizione per le capitali arabo-mediterranee della Clinton che si concluderà nei Balkani.

Purtroppo le premesse per un allargamento del conflitto ci sono tutte; probabilmente, sono solo questioni di opportunità politiche ed economiche, che frenano o rallentano il precipitare della guerra civile siriana in una resa dei conti medio orientale.

La prossima rielezione di Obama o quella di Romney, in questo contesto, non è indifferente:  Obama ha sempre dichiarato di aver subito, mai di aver condiviso, l’impegno bellico USA, deciso da Bush, ma che ne avrebbe e ne ha onorato gli impegni; altra cosa è l’esposizione muscolare di Romney, espressione, anche, dell’apparato militare e del gotha degli armamenti. Così come non è indifferente il dipanarsi  della crisi economico-finanziaria e del conflitto sociale che attanagliano gli Stati europei: l’essere, attraverso la Nato, impegnanti in un nuovo conflitto, con il corollario di dispendio economico, con una lotta sociale montante, può essere un ulteriore motivo di instabilità politica e di perdita potere contrattuale tra Istituzioni internazionali.


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