La fine di un ciclo. L'ETA si racconta.

10 / 5 / 2018

Abbiamo tradotto e ripubblicato l'ultima intervista a ETA, realizzata dal quotidiano GARA. Non è una semplice intervista, e non solo per il motivo storico, ma anche perché i e le rappresentanti dell'organizzazione hanno risposto a svariate domande – circa 400 – senza escluderne nessuna, fatta eccezione di alcune a cui, anche per il lungo lasso di tempo trascorso, non si sentivano in grado di rispondere. Il documento che segue, indispensabile per fare luce su questi ultimi 60 anni e per chiarire la fine di questo ciclo, verrà pubblicato sotto forma di libro il prossimo giugno in Euskara (lingua basca). GARA ha tradotto in castigliano una buona parte del primo capitolo, dove si approfondiscono le motivazioni principali sulla chiusura di questo percorso. L’ETA fornisce anche alcune risposte sulle conseguenze delle controversie irrisolte e sui danni causati dalla loro azione armata. Traduzione di Ottavia Clemente e Camilla Camilli.

«In Euskal Herria c'è abbastanza forza, coraggio e intelligenza; ecco perché abbiamo sciolto l'organizzazione»

«Non abbiamo conseguito i nostri obiettivi, ma il cammino non è chiuso». Questa è una delle principali riflessioni del documento approvato dalla maggioranza e sostiene la decisione di porre fine al ciclo e alla funzione dell'ETA. Sembra sincero e realistico, senza trionfalismo, ma forse ci vuole dire che l'organizzazione si è fermata a metàdel percorso?

Questo percorso continua. Il processo che ha come obiettivo l'indipendenza del popolo basco continua. L'ETA è stato l'attore fondamentale nell'iniziare e dare sostanza al processo di liberazione, non c'è dubbio al riguardo, ma non possiamo equiparare la fine del ciclo storico dell'ETA e la fine del processo di liberazione. Quello che vogliamo dire con la frase riprodotta nella domanda è che gli obiettivi intermedi previsti dall'ETA (per capirci, il riconoscimento nazionale e il diritto all'autodeterminazione) non sono stati ancora raggiunti, ma esiste la possibilità di farlo.

Da un punto di vista storico, confrontando la situazione in cui l'ETA ha iniziato il suo percorso e la situazione in cui si chiude il ciclo, si può trarre questa conclusione: prima c'era un popolo destinato a morire, oggi c'è un popolo che vuole essere padrone di se stesso.

Quando e perché è emersa la necessità di chiudere questo ciclo?

La domanda è a che cosa si unisce la fine di questo ciclo. Tra di noi era abbastanza chiaro il criterio per cui la fine dell’ETA sarebbe arrivata con il conseguimento di alcuni obiettivi politici concreti. Differenziamo inoltre la fine della lotta armata e la fine dell'ETA. Per noi, ETA è sempre stata un'organizzazione politica, che da un preciso momento a un altro preciso momento ha praticato la lotta armata. Non è mai stata un'organizzazione militare che fa politica. Una curiosità: quando il governo del PNV-PSE (Partito Nazionalista Basco e Partito Socialista Europeo) disse, per censurare l’annuncio del disarmo in un libro, che l'espressione "organizzazione militare" non era appropriata, pensammo: "Beh, se sapessero che nemmeno a noi piace questa definizione...”. Per dirlo in maniera più semplice, abbiamo preferito essere ETA piuttosto che ETA-militar (una denominazione successiva alla divisione degli anni '70 ed emersa come conseguenza del dibattito dell’epoca).

Tornando a noi, la fine della lotta armata e la fine dell'organizzazione non erano la stessa cosa. E così affrontammo, per esempio, i processi di negoziazione. Era la lotta armata quella che si "negoziava". Quest'ultima decisione invece va intesa come un cambio di strategia. La fine della lotta armata non era prevista come un cambio nel processo di negoziazione, ma come un cambio di strategia, e ciò ha inevitabilmente innescato il dibattito sulla fine di un ciclo per l’ETA. Questo dibattito e questa decisione vanno inseriti nel cambio di strategia e nel tentativo di cambiamento di fase.

In merito alla vostra domanda non possiamo dare una data esatta, ma possiamo dire che la riflessione che si apre sulla Izquierda Abertzale (sinistra indipendentista basca) dal 2008 segna una svolta, che sarà più chiara nel 2010 e ancor più nel 2011. Ciò ha provocato un percorso lungo, fatto di alti e bassi, di contraddizioni, imponendo però una logica precisa. La questione della fine dell'ETA è emersa in modo esplicito e concreto nella primavera del 2015 (…). Sfortunatamente, la notizia ha scatenato un'offensiva della polizia – vedi gli arresti di Ortzaize e pochi mesi dopo quelli a Baigorri –. Simili circostanze hanno fatto in modo che il processo rallentasse, nonostante il dato emerso nel Gudari Eguna (giornata commemorativa sulla fucilazione di 42 gudaris da parte del regime franchista) del 2015: la maggior parte del percorso dell'organizzazione era già stato completato. Il che non ne presupponeva la fine, ma suggeriva che nel dibattito da affrontare l'ETA non sarebbe più stata attore principale e che la strategia a favore dell'indipendenza avrebbe avuto bisogno di altri pilastri. Paradossalmente, l'azione delle forze di polizia ha posticipato l'inizio di questo confronto, sebbene rimanesse chiara la necessità di continuare con la nostra scommessa. Se così non fosse stato, saremmo politicamente affondati nel precedente schema repressivo, in attesa di una trattativa che non sarebbe mai arrivata.

Alla fine abbiamo concordato una soluzione i cui elementi più evidenti erano il disarmo e lo scioglimento dell'organizzazione, mentre la sinistra nazionalista avanzava lungo il percorso del processo di Abian. La situazione del 2015 e quella di oggi sono davvero diverse.

Fu l'organizzazione stessa a raggiungere la consapevolezza di questa necessità, o fu interiorizzata da influenze esterne? Spesso l’ETA è stata accusata di non ascoltare le richieste esterne...

Spesso sono state dette cose che non hanno nulla a che fare con la realtà dell’ETA. Abbiamo preso questa decisione per conto nostro, analizzando la situazione politica e i suoi potenziali sviluppi. Il nostro obiettivo principale è stato quello di favorire il processo di liberazione, all'interno dell'analisi della sinistra nazionalista, per costruire un movimento di indipendenza forte, in grado di sostenere qualsiasi confronto e di organizzare le giuste strategie.

(…) La riflessione, in ogni caso, non riguardava il come porre fine a un'organizzazione armata, ma rimaneva incentrata sul come proseguire il processo di liberazione. La nostra riflessione è iniziata lì e in nello stesso contesto abbiamo raggiunto questa conclusione. Sarà l'evoluzione del percorso che ci dirà se questa decisione sia stata adeguata. Di per sé, nemmeno un accordo negoziato avrebbe garantito qualcosa.

 

Ci furono pressioni affinché l’epilogo fosse univoco e definitivo?

 Ad essere sinceri, non abbiamo notato alcuna pressione particolare. Probabilmente per due ragioni principali: da un lato, coloro che sono entrati in contatto con noi – sia di Euskal Herria che internazionali – erano già consapevoli delle nostre intenzioni; dall'altra parte, l'annuncio di questo dibattito prima di intraprendere il disarmo ha chiarito molte cose.

Dopodiché, c'è sempre chi “recita”, anche se non c'è bisogno di pressioni o interrogatori. Ci sono alcuni politici che appena sentono qualcosa si precipitano a rilasciare dichiarazioni, a volte per apparire come dei leader, a volte per creare confusione. Ad ogni modo, l’ETA aveva già annunciato nella nota pubblicata nel settembre 2017 i dettagli del dibattito, e facciamo notare che al di sopra di operazioni e dichiarazioni fuori luogo (e tempo), la militanza aveva la parola e la decisione in mano. Avremmo voluto che questi progressi fossero stati recepiti da altri, anche se riconoscerli esplicitamente sarebbe potuto essere troppo per alcuni. In questi anni abbiamo guardato con preoccupazione all'ossessione di infangare qualsiasi nostra intenzione (soprattutto da parte di PNV e Urkullu). Sembra quasi che abbiano preferito stravolgere la situazione per le opportunità potrebbero avere negli anni a venire. Sembra quasi che temano la nuova situazione, poiché rivelerà le loro mancanze e la loro spregiudicatezza nell’esercitare il potere come in un regime.

 

Prendendo spunto dalla terminologia internazionale, alcuni soggetti come il Foro Social hanno usato negli ultimi mesi il termine «smobilitazione». Altri hanno scelto «scioglimento». L’ETA ha optato per «fine». Sono scelte equivalenti? Perché esattamente quella parola?

Quando i media utilizzavano il termine «smobilitazione», ci guardavamo tra di noi con preoccupazione. Date le caratteristiche dell'organizzazione e del processo basco, non ci sembra che questa parola rifletta bene ciò che doveva essere fatto. Inoltre – dobbiamo ammetterlo – abbiamo ricevuto un curioso messaggio. I rappresentanti del governo di Parigi hanno affermato che «smobilitazione» non era un termine univoco, dal momento che ciò che è stato smobilitato può essere mobilitato di nuovo. Ci sembrava assurdo, perché seguendo quella logica, anche quello che è stato disfatto può essere fatto di nuovo. Abbiamo trovato la discussione molto bizzarra e ci ha dimostrato che ogni scusa poteva essere valida per evitare di raggiungere una soluzione, persino il significato supposto di una parola. Qualsiasi cavillo può essere sfruttato per insinuare ancora una volta che "non è abbastanza".

Per quanto riguarda «scioglimento», è stato un termine piuttosto inviso tra di noi, perché gli Stati, i funzionari di polizia, alcuni leader politici e i media l’hanno associato concettualmente alla «sconfitta»: le parole vengono caricate troppo. È pur vero, in ogni caso, che nel dibattito interno molti compagni hanno usato quel termine in modo spontaneo, senza ricollegarlo al senso di sconfitta, ma per esprimere ciò che stava per succedere, semplicemente guardando il dizionario.

Ad ogni modo, desegitea è la parola chiave per noi, quella che usiamo. Va detto, inoltre, che l'ETA pensa principalmente in basco e che in Euskara quel termine sorge in modo naturale: abbiamo creato l'ETA e ora lo “disfiamo”. Volevamo riflettere su questo, seguendo l'idea principale usata nel disarmo: l'ETA è stata creata dal popolo e ora verrà sciolta nel popolo.

 

Per molte persone, questa decisione comporta la perdita delle sigle che sono state il loro riferimento per decenni. È così?

Come riferimento storico, le sigle rimarranno. Continueranno a testimoniare una lunga fase del movimento e del processo di liberazione. Ma l'ETA scomparirà come organizzazione e pertanto, come conseguenza della sua decisione, le sue sigle non verranno più utilizzate nell'azione politica. Dal 2010, non è stata condotta alcuna azione armata rivendicata dall’ETA. D’ora in poi non ci sarà neppure alcuna azione politica in suo nome: nessuno verrà interpellato, non ci saranno proposte politiche...

Ad eccezione di LAB, tutti i grandi collettivi storici della sinistra nazionalista sono scomparsi in questo processo. Cosa se ne può dedurre?

Una risposta politicamente corretta li definirebbe come “strumenti”, ma sostenendolo non saremmo onesti. Per la sua militanza, l'ETA è più di una mera organizzazione: è un riflesso dell'impegno per la lotta per l'Euskal Herria, è lo scrigno che conserva valori profondi, condivisi con il resto dei nostri compagni e delle compagne. Noi militanti dell'ETA manterremo questi valori fino alla nostra morte. Continueremo anche ad assumerci la responsabilità di contribuire – anche se in modo diverso – allo sviluppo del movimento indipendentista di sinistra, ci concentreremo con il dovuto impegno sul processo di liberazione, ciascuno secondo le sue possibilità. Saremo ex-militanti dell'ETA, ma la nostra appartenenza all’ETA ci accompagnerà fino alla fine. Dal punto di vista emotivo, saremo sempre l’ETA. Facendoci carico di tutto ciò che è stato fatto, compresi gli errori, e assumendocene gli oneri (...).

L'organizzazione sarebbe stata un ostacolo insormontabile per le forze richieste da un processo di indipendenza?

Come comprenderete, non siamo felici di sentire che saremmo potuti essere un ostacolo al processo indipendentista. Riteniamo che non sia un’osservazione adeguata. L'abbiamo sentito altre volte. Nel corso degli anni è capitato molto spesso di accorgersi che chiedere conto ad altri altro non era che un tentativo di mascherare le proprie mancanze. Non stiamo puntando il dito contro nessuno in particolare, è una riflessione generale e non intendiamo far scattare alcuna polemica. Ma vogliamo ricordare tutte le occasioni in cui si è lasciato intendere che se l’ETA avesse abbandonato la lotta armata il processo di indipendenza sarebbe stato più semplice: occasioni che si sono puntualmente dimostrate fallaci. Ci rendiamo conto che è necessario cambiare le pratiche dell'azione politica, e prima di pretendere un cambiamento dagli altri, occorre ripensare a se stessi. Questo è ciò che l'ETA ha fatto negli ultimi anni.

 

Indubbiamente c’è chi vede questa decisione come il frutto di un fallimento. Come si spiega una simile affermazione? O si tratta di una battaglia persa a priori?

È chiaro che saremo soggetti a un bombardamento mediatico, sappiamo già come funziona e la prassi non è di certo cambiata nell'ultimo periodo. Un approccio del genere però impoverisce il dibattito e in un certo senso lo svilisce: è questo che maggiormente preoccupa l’ETA. Non tanto che lo scioglimento venga descritto come il fallimento della nostra organizzazione, quanto che si manchi di capire che la nostra battaglia principale era volta a superare il conflitto – quello politico – e le sue conseguenze. La battaglia principale è raggiungere un’altra fase che si possa dire realmente democratica. 

In qualche modo si può formulare la domanda anche in un altro senso: è lo stato di diritto spagnolo quello che ha vinto in Euskal Herria, quello che ha ottenuto una vittoria incredibile? In questo momento la distanza rispetto al progetto spagnolo è più ampia che mai e coloro che difendono questo progetto hanno meno sostegno che mai. 

 

Nulla è scritto. Proviamo a immaginare che da qui a 10-20 anni il processo indipendentista continui senza però concretizzarsi mai, supponiamo invece che si faccia strada una sorta di “colonizzazione” e che il socialismo rimanga pura utopia. Di chi sarebbe la colpa? Dell’ETA? Della sinistra indipendentista basca? Della somma delle forze? Della cittadinanza?

Crediamo che in Euskal Herria ci sia forza, coraggio e intelligenza a sufficienza per ottenere un’altra realtà politica e sociale. Per questo abbiamo fatto le cose che abbiamo fatto: abbiamo deciso di sciogliere l’organizzazione. È certo che il futuro non è scritto e che il processo politico può retrocedere se non saremo capaci di metterci d’accordo sui prossimi passaggi. Gli Stati cercheranno comunque di preservare il loro dominio e già sappiamo cosa sono disposti a fare per ottenerlo. Davanti a noi abbiamo una nuova opportunità: lottare, e questo popolo deve giocarsela al meglio. Crediamo che ci siano dati obbiettivi al riguardo: c’è bisogno di un po’ di prospettiva e anche di una tranquillità strategica. Si è creata, negli anni, una base sufficiente affinché l’Euskal Herria non venga assimilato; questo ha permesso la creazione un progetto indipendentista, il che è in grado di darci una certa tranquillità come popolo. Inoltre, addossarsi preventivamente le colpe non è particolarmente utile, né scaricarla su un popolo intero risulterebbe legittimo.

 

Consideriamo ora lo scenario opposta. Immaginiamo che, per esempio, nel medio periodo le condizioni vengono sfruttate favorevolmente e nasca lo Stato Basco Indipendente. Coloro che hanno militato nell’ETA considererebbero l’organizzazione come la chiave che ha permesso di arrivare a quel risultato?

Sappiamo che rispondere a questa domanda con orgoglio potrebbe generare scalpore ed essere manipolata. Alcuni personaggi politici e diversi media mantengono sempre l’abitudine di rigirare a loro favore dichiarazioni simili presentandole come espressioni di prepotenza e disprezzo da parte nostra. Il progetto di creare lo Stato Basco esige uno sforzo collettivo impressionante. È questo il messaggio che va sottolineato, e coloro che sono stati membri dell’ETA si impegneranno affinché sia così, ognuno dal posto da cui decida di farlo. Siamo arrivati fin qui grazie al lavoro e agli sforzi di molti, perché in molti abbiamo fronteggiato il franchismo, immaginandoci un progetto popolare e lottando con determinazione. A prescindere da tutto, questo è un lascito per il futuro, nonostante le crisi e gli errori.

 

Nei comunicati si menziona Zuzendaritza Batzordea, ma anche Zuzendaritza Zabala. È chiaro che i soggetti che hanno preso parte al dibattito sono stati tanti, non necessariamente ex-membri dell’ETA. Perché si è deciso di aprire questa porta?

Sì, sono stati inclusi nel dibattito anche coloro che non sono stati membri dell’organizzazione, ma che hanno avuto relazioni e legami con l’ETA. In totale si sono aggiunte tra le 2500 e le 3000 persone. In ogni caso, al dibattito hanno preso attivamente parte e hanno votato solo i militanti. C’è stato uno sforzo enorme per completare un censimento di tutti i compagni e di tutte le compagne. Come si può dedurre, per ragioni di sicurezza, questo lavoro non è stato facile, perché alcuni militanti hanno capito l’effettiva portata della questione, mentre per altri è stato più difficile.

 

C’è stato un alto livello di consenso. Che conseguenze pensate ci possano essere?

 Significa che ci abbiamo azzeccato nella sostanza e nella forma. Una risposta collettiva di questo genere fa capire che avremmo dovuto farlo prima. Ma se lo avessimo fatto male, frettolosamente, la base sarebbe rimasta più debole e i rischi maggiori. Anche per questo motivo abbiamo impiegato parecchi mesi per maturare questo processo di discussione. La proposta è stata chiara, con l’obiettivo di giungere a un “sì” o un “no” altrettanto definito. Per questo, una delle conseguenze principali nel rimarcarlo è la portata che ha questa decisione.

Il processo di discussione è servito soprattutto per rendere limpido ogni passaggio, ogni implicazione. Molti e molte militanti hanno apprezzato lo sforzo. Vogliamo credere che molti settori popolari che in questi decenni sono stati a fianco dell’ETA – inclusi coloro che hanno perso i contatti con noi – abbiano visto di buon occhio quello che si è fatto.

 

Se la proposta della direzione avesse ricevuto un “no” maggioritario, in che situazione ci troveremmo oggi?

A seconda delle argomentazioni si sarebbe avanzata una nuova proposta politica, una responsabilità che però si sarebbe dovuto assumere in toto chi appunto era contrario. In ogni caso, oggigiorno tutto questo è mera speculazione, perché l’appoggio è stato quasi totale.

 

L’organizzazione è cosciente del danno che ha causato? Nella sua totalità e in ogni caso?

Sì, l’ETA riconosce tutto il danno causato e ora ha voluto riconoscere anche la profonda sofferenza che ne è derivata, con la volontà di affrontare il futuro in maniera costruttiva. Abbiamo detto che ci dispiace veramente. Crediamo che questo sia una buona base per il futuro, anche se coloro che continuano ad ostacolarci hanno voluto leggere malizia dietro le nostre dichiarazioni.

 

Tutti i morti e i feriti per causa dell’ETA sono vittime?

 Il fratello di un comandante di polizia morto come conseguenza di un’azione dell’ETA, anch’egli poliziotto, dichiarò di fronte ai mezzi di comunicazione: «Mio fratello non è una vittima, è un gudari, gudari nagusia» (soldato basco). È chiaro che questa persona non voleva ridurre il danno causato, né alleviare le responsabilità dell’ETA.

L’ETA ha detto qualcosa, d’altra parte, che qualsiasi persona sa: che c’è chi è stato al centro del conflitto, di proposito e per sue responsabilità, e chi no. Questa premessa è stata definita una «categorizzazione». Ma la categorizzazione la fanno gli altri, secondo le loro leggi e dichiarazioni, perché, per esempio, le vittime provocate dall’ETA e quelle provocate dalla Guerra Sporca non sono uguali. E diciamo di più, per loro nemmeno tutti coloro che sono stati colpiti dall’ETA sono uguali.

Non è intenzione dell’ETA sminuire il danno né disprezzare nessuno. Questo è il punto di vista dell’ETA, ma secondo l’ETA ne esistono altri. Tra i cittadini baschi esiste il principio secondo il quale occorre riconoscere tutte le vittime, e su questo si può lavorare, al di sopra di contraddizioni e punti di vista, dato che non ci sarà più l’ETA a concentrare i consensi e che i cittadini baschi dovranno destinare il proprio supporto a nuovi soggetti pur mantenendo l’obiettivo di una convivenza pacifica. Abbiamo voluto porre una base con la nostra dichiarazione per favorire questi consensi, non per porre linee rosse. 

 

E i volontari dell’organizzazione sono vittime?

 Nella misura in cui abbiamo sofferto per il conflitto possiamo dire così, ma in verità l’ETA non considera “vittime” i caduti nella lotta perché, come abbiamo detto, sono stati al centro del conflitto volontariamente e prendendosi le loro responsabilità. Sono stati attivisti. Questo è il punto di vista dell’ETA, il suo pensiero politico, niente di più. Altra questione sono i danni, tra cui anche la morte, che i membri dell’ETA hanno sofferto come conseguenza di pratiche che lo Stato non ammette, ma che ha praticato (tortura, guerra sporca o violazioni dei diritti umani nelle carceri). Però sì, Joxe Arregi, benché fosse un attivista dell’ETA, è una vittima perché lo torturarono fino alla morte, perché fu sottoposto a un trattamento che solo la guerra più violenta di tutti i tempi potrebbe concepire.

 

La principale conseguenza del conflitto da risolvere oggi è quella di riportare a casa le persone catturate, esiliate e deportate (…). Nel momento di prendere questa decisione, che cosa direte a chi si trova in questa situazione?

 Prima di tutto che, come sapete meglio di noi, sono militanti politici (…). Secondo, che questa decisione è frutto di un’analisi politica profonda, di una riflessione secondo la quale questo è il miglior contributo che l’organizzazione può portare al processo di liberazione in questo momento, nel XXI secolo. Ovviamente sappiamo che questa decisione non scioglie tutti i nodi e nello specifico le conseguenze del conflitto, soprattutto per quanto riguarda i prigionieri e gli esiliati, rimangono irrisolte. Perciò bisognerà continuare a lavorarci, come nel resto degli ambiti. D’ora in poi, i membri dell’ETA imprigionati verranno considerati unicamente come membri dell’EPPK (Euskal Preso Politikoen Kolektiboaren, i prigionieri politici del movimento di liberazione nazionale basco) e continueranno così a dare il loro contributo. (…) Crediamo che i presos siano coloro che meglio comprendono tutta questa situazione. Come disse un compagno catturato: «Non entriamo nella lotta per liberare i presos, ma per raggiungere obiettivi politici». E questo stiamo facendo. 

 

Avete fiducia nel fatto che la decisione dell’organizzazione aiuti in questo percorso? Siete convinti di questo?

 La decisione non è stata presa con questo obiettivo, ma come conseguenza logica del cambio di strategia e delle decisioni prese dalla sinistra indipendentista dal 2009. L’apertura di una nuova fase porta alla chiusura di quella precedente (…). In un’ottica di risoluzione del conflitto, questo dovrebbe avere delle conseguenze anche sulla questione dei prigionieri e degli esiliati, ed è ciò che vediamo negli esempi e nella pratica internazionale. Ma che nessuno ci chieda di entrare nella logica spagnola, perché la sua unica logica è la vendetta. In qualche misura, anche se questa non è stata la ragione principale, speriamo che questa decisione aiuti a cercare e ottenere consensi in Euskal Herria. (Secondo la nostra lettura, questo è un passaggio fondamentale. Seguendo un filo logico, ci si aspetterebbe che, con la fine di ETA, ci fossero dei passi avanti anche da parte dei tribunali spagnoli in merito ad eventuali scarcerazioni dei presos. Eppure non è così. Il sentore comune è quello che la Spagna non cerchi il dialogo, ma cerchi di rimarcare chi sono i vinti e chi sono i vincitori. Che è merito della repressione spagnola se tutto si è concluso “per il meglio” ndt).

 

Supponiamo che si ponesse rimedio alle conseguenze di questo ciclo di lotta armata ma che la direzione politica rimanesse, di contro, bloccata allo stato attuale.È legittimo immaginare che il conflitto tornerà al punto di partenza?

Il conflitto non è al punto di partenza. Da una prospettiva storica, il progetto politico di uno Stato Basco è più forte che mai e la questione da considerare rimane questa: se oggi siamo più di ieri e se con la nostra strategia domani riusciremo a essere più di oggi. Si tratta di un progetto che esige lavoro, pensare in grande, dare valore a ciò che ci unisce e lasciare da parte quello che ci separa per il bene dell’obiettivo principale. Il giorno magico non esiste. Il dirigente dell’IRA e grande amico dell’Euskal Herria, Brian Keenan, diceva così: «Le liste dei desideri sono per Natale». Noi diremmo che sono per Olentzero (popolare portatore di doni nel folklore Basco). I rivoluzionari non possono fermarsi, quello che dobbiamo fare è creare strategie adeguate affinché si realizzino i sogni. Questa è la chiave, questa è la grande sfida della sinistra abertzale oggi: disegnare una strategia reale ed efficace, con i piedi per terra, considerando il popolo e la realtà esistente. Facendo un passo alla volta, come il bue. Quando abbiamo sentito la parola «smobilitazione», abbiamo immaginato lunghe file di guerriglieri che scendevano dalla montagna. Secondo gli standard internazionali, politicamente potrebbe essere un termine appropriato, ma non l'abbiamo usato.

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