La guerra in Mali, gli scenari algerini e l'"impegno"italiano

18 / 1 / 2013

Restano ancora molto confuse ( .. e resteranno così) le dinamiche ed il bilancio dei morti dell'operazione condotta dalle forze algerine per liberare gli ostaggi nel sito di In Amenas, da cui viene estratto un sesto della produzione di gas del paese e che è gestito dalla BP britannica con la Sanatrach,gruppo algerino degli idrocarburi e la norvegese Statoil.

Intorno alla operazione militare algerina  si coglie tutta la complessità geopolitica a livello internazionale della ridefinizione delle relazioni nell'area e degli interessi che gravitano intorno alla vicenda del Mali e dell'intera Africa (basta vedere le dichiarazioni di Obama sul fatto che avrebbe "preferito essere avvisato in anticipo" oppure le dichiarazioni di Camerun e del premier giapponese). Ancora una volta "la guerra al terrorismo" è ben altro dagli obiettivi sbandierati nei discorsi retorici. Intanto il governo italiano, continuando con le scelte già fatte in passato come quelle sull'Afghanistan dove rimagono ancora circa 3000 militari, proprio ieri ha confermato l'appoggio logistico alle operazioni in Mali.

Proponiamo continuando ad offrire dei contributi per approfondire quel che accade un articolo di Giulana Sgrena sulla relazione Algeria Francia, un contributo di Antonio Mazzeo sull'appoggio logistico italiano ed un'articolo da Osservatorio Iraq
a cura di Cecilia Dalla Negra

MEMORIE DIVISE UNICO FRONTE di Giulana Sgrega

La guerra la terrorismo ha scatenato la prima guerra postcoloniale in Africa. Una guerra che aprirà nuove ferite difficilmente rimarginabili, con i massacri che sta già producendo.

Per la prima volta la potenza colonizzatrice (Francia) e il paese colonizzato(l’Algeria) si trovano schieratisullo stesso fronte. È un fatto inedito:i due paesi non solo stanno dalla stessa parte ma l’Algeria ha garantito lo spazio aereo ai caccia francesi che vanno a bombardare gliislamisti (e i civili) nel nord del Mali.

La colonizzazione francese in Algeria è stata una delle più lunghe(132 anni) e atroci, così come drammaticamente sanguinosa (1 milione e mezzo di morti) è stata la guerra di liberazione algerina durata sette anni (1954-1962). Una colonizzazione che ha sempre pregiudicato i rapporti tra i due paesi. Finora.

Il presidente Hollande nella sua campagna elettorale e dopo la sua elezione aveva mostrato particolare interesse alle relazioni con l’Algeria,visitata alla fine di dicembre. Allora aveva parlato di «memorie diverse ma da rispettare» anche se non aveva fatto autocritica per massacri e torture. Ma evidentemente quella visita aveva posto le basi per la guerra in Mali. Nonostante l’Algeria si fosse sempre dichiarata contraria a una internazionalizzazione del conflitto e favorevole al dialogo sponsorizzato dal Burkina Faso.

Una guerra che ha esposto più l’Algeria della Francia, pur minacciata dagli islamisti di Ansar Eddine.

L’Algeria è un obiettivo più vulnerabile con i suoi 6.000 chilometri di confine desertico con il Mali e 982 con la Libia. Del resto l’attività dei jihadisti in Mali è stata il prolungamento della guerra libica che ha portato alla caduta di Gheddafi.

Non a caso l’attacco alle fonti energetiche algerine - base petrolifera di Tinguentourine e campi di gas di In Amenas - è avvenuto proprio ai confini con la Libia. Il gruppo Moulathamines (firmatari con il sangue, legati ad al Qaeda), che ha rivendicato l’attacco chiede la fine della guerra in Mali. E per raggiungerel’obiettivo ha colpito due dei sostenitori dei francesi: gli algerini e i britannici, attraverso le due compagnie petrolifere Sonatrach e British petroleum. Naturalmente l’effetto più dirompente è sull’Algeria che vede riproporsi lo spettro della minaccia islamista sui pozzi petroliferi, la principale risorsa del paese, dove sono impegnati anche molti stranieri.

A riavvicinare i nemici storici (Francia e Algeria) è stata proprio la lotta al terrorismo, che negli anni 90 aveva invece diviso l’Algeria dai difensori dell’islamismo politico europei. Dopo l’11 settembre la situazione è cambiata: l’occidente ha scoperto il terrorismo islamico
e tutti i musulmani sono diventati potenziali terroristi. Allora è cominciata la lotta al terrorismo con la quale si giustificano guerre (Afghanistan, Iraq, Mali) e violazioni di convenzioni internazionali
e dei diritti umani (Guantanamo, Baghram, etc.). Ma il terrorismo non si vince con le armi: in Algeria è stata la resistenza delle forze democratiche (soprattutto le donne) a sconfiggere psicologicamente i terroristi. Poi il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika con la legge del perdono (concordia nazionale) ha reintegrato i terroristi che hanno deposto le armi, gli altri sono andati a costituire Al Qaida nel Maghreb islamico, che ha le proprie basi nel Sahel e soprattutto in Mali.
Qui è stata prima strumentalizzata la lotta per l’indipendenza dei tuareg, finché il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad non ha sancito la rottura con gli islamisti che hanno preso il sopravvento nell’occupazione del nord del paese. Il nord del Mali è diventato il centro di smistamento di armi e droga, oltre che di riscatti degli ostaggi.
Il business degli ostaggi è la principale fonte di finanziamento del gruppo guidato da Mokhtar bel Mokhtar, nato a Ghardaia nel centro dell’Algeria, che grazie al suo impegno per il jihad ha reclutato
mujahidin afghani e vari jihadisti libici. L’«imprendibile » ha dato una legittimità alla propria attività criminale prendendo il nome dell’eroe della lotta anticoloniale libica.
La Francia e i suoi sostenitori, con il miraggio dell’uranio e altre materie prime, rischiano di impantanarsi in una nuova palude. E l’Algeria di vedere risorgere quel terrorismo che la «legge del perdono» aveva solo sopito permettendo ai terroristi di sfruttare il loro bottino di guerra. Gli irriducibili si sono rifugiati in Mali ma la guerra potrebbe costringerli ad attraversare nuovamente la frontiera

Tratto da Il Manifesto 18 gennaio 2013

MALI A DISPOSIZIONE LE BASI AEREE ITALIAN di Antonio Mazzeo
L’Italia è pronta a fornire il proprio appoggio alle operazioni di guerra francesi in Mali. Ad annunciarlo il ministro Giulio Terzi a conclusione di un consiglio straordinario dei ministri degli esteri dell’Unione europea a Bruxelles. “Non è previsto nessuno spiegamento di forze militari italiani nel teatro operativo ma forniremo le basi per un supporto logistico al trasferimento militare”. Sarà il consiglio dei ministri convocato per stamani a definire i particolari della nuova avventura italiana in terra d’Africa. “C’è un orientamento positivo all’interno del governo a sostegno dell’operazione militare avviata dalla Francia con un altro gruppo di paesi, in linea con la risoluzione 2085 del 20 dicembre scorso del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ma sarà comunque necessario il sostegno delle forze politiche in Parlamento”, ha aggiunto il ministro Terzi.Le forze armate italiane dovrebbero mettere a disposizione degli alleati d’oltralpe le principali basi aeree nazionali (Sigonella e Trapani Birgi in Sicilia, Gioia del Colle in Puglia, Decimomannu in Sardegna, ecc.), i velivoli da trasporto truppe e mezzi C-130J “Hercules” e C-27J della 46^ Brigata Aerea di Pisa e i velivoli cisterna KC-767 “Boeing” del 14° Stormo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare (Roma) per rifornire in volo i cacciabombardieri francesi.Come già avvenuto nel corso del conflitto in Libia nel 2011, le forze armate italiane potrebbero utilizzare i velivoli senza pilota MQ-1C “Predator” ed MQ-9 “Reaper” per svolgere missioni d’intelligence, sorveglianza e riconoscimento dei potenziali obiettivi “nemici” sui cieli del Mali e del nord Africa, mettendo poi a disposizione degli alleati tutte le informazioni necessarie per i raid aerei. Il comando dei droni italiani opera dallo scalo aereo di Amendola (Foggia) con il 28° Gruppo velivoli teleguidati del 32° Stormo, lo stesso reparto che ha già diretto centinaia di operazioni a supporto della Nato nel teatro di guerra afgano. I velivoli senza pilota dell’Aeronautica verranno presto armati con i missili aria-superficie AGM-114 Hellfire (fuoco infernale), acquistati negli Stati Uniti d’America al costo di 13,7 milioni di euro.Decollano invece ininterrottamente da Sigonella i grandi aerei-spia a pilotaggio remoto “Global Hawk” dell’US Air Force che assistono le forze d’attacco francesi nell’individuazione dei target “nemici” (campi d’addestramento, infrastrutture logistiche e depositi munizioni delle milizie anti-governative) nelle regioni settentrionali del Mali. Secondo quanto dichiarato dal ministro degli esteri Laurent Fabius, Washington sta progressivamente accrescendo il proprio sostegno operativo alle truppe francesi nei settori dell’intelligence e del trasporto aereo. La Sicilia sarà in prima linea anche grazie a Trapani-Birgi, la base aerea più utilizzata durante la guerra in Libia per i raid della forza multinazionale a guida Nato. A Trapani, dove sono divenuti pienamente operativi da meno di una paio di mesi i cacciabombardieri Eurofighter del 37° Stormo dell’Aeronautica militare italiana, l’Alleanza Atlantica potrà schierare per la “sorveglianza integrata” del Mediterraneo e del nord Africa uno o due aerei radar E-3A “Awacs”. Dalla seconda metà degli anni ‘80, lo scalo siciliano è una delle basi operative avanzate “Awacs” nell’ambito del programma multinazionale NATO Airborne Early Warning Force il cui comando generale è ospitato a Geilenkirchen (Germania). I velivoli, oltre a ricercare ed identificare gli obiettivi da colpire, hanno una rilevanza strategica nella conduzione delle operazioni di attacco aereo.Secondo quanto trapelato a Bruxelles, i comandi della Nato avrebbero espresso però “l’assoluto bisogno” di inviare a Bamako non meno di 250 uomini per contribuire alla formazione e all’addestramento delle forze armate del Mali. Nonostante il ministro Terzi abbia negato il diretto coinvolgimento di militari italiani in territorio maliano, perlomeno una ventina di consiglieri e addestratori dovrebbero essere inviati dal nostro paese. L’Italia non è nuova in queste missioni addestrative a favore di forze armate africane impegnate in operazioni belliche. Sponsor ancora una volta il ministro degli esteri, è stato avviato a Mogadiscio un corso dei carabinieri finalizzato ad addestrare un’unità somala “con un ampio mandato, dalle attività di contrasto al terrorismo a quelle anti-pirateria a terra”, come ha spiegato lo stesso Giulio Terzi a conclusione dei lavori del Gruppo internazionale di contatto sulla Somalia, tenutosi a Roma nel luglio 2012.  Con l’appoggio finanziario e logistico di U.S. Army Africa, il comando delle forze terrestri degli Stati Uniti d’America destinato agli interventi nel continente nero, l’Arma dei carabinieri ha attivato nella caserma “Chinotto” di Vicenza un centro d’eccellenza per la formazione dei quadri militari dei paesi africani e mediorientali partner (Coespu). Una scuola di guerra al “terrorismo” su cui potranno sicuramente contare in futuro i generali del Mali e del Sahel.

Tratto da antoniomazzeoblog.blogspot.it/ e pubblicato in Il Manifesto

MALI. L'ONU APPROVA LA LISSIONE POI SI PREOCCUPA a cura di Cecilia Dalla Negra

Doveva trattarsi di “truppe combattenti esclusivamente africane, e di una forte mobilitazione dell’Unione Europea sul piano finanziario e logistico”, per scrivere una nuova pagina di ‘guerra al terrorismo’. 

Ma dall’11 gennaio, data in cui è partita ufficialmente l’operazione Serval, è apparso subito chiaro che ad essere impiegate saranno principalmente forze francesi e non continentali, in appoggio all'esercito maliano (o a quel che ne resta dopo gli ammutinamenti nel nord e le purghe seguite al colpo di Stato della primavera scorsa), in un’operazione militare che dal 15 gennaio gode di una nuova approvazione formale – e unanime – del Consiglio di sicurezza. 

“Spero che questo intervento possa contribuire a ripristinare l’ordine costituzionale e l’integrità territoriale del paese”, aveva affermato il segretario generale Onu, Ban Ki-moon.

Ma per il momento, l’unica cosa cui l’intervento armato ha contribuito è all’aumento della crisi umanitaria: rifugiati, sfollati, flussi di migrazione interna e verso i confini degli Stati limitrofi, che non sembrano in grado di garantire l'assistenza necessaria. 

Un'emergenza che ha spinto l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr), l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) e persino il Programma alimentare mondiale (Pam) ad esprimere “preoccupazione” di fronte a una situazione in così rapido deterioramento.

Agenzie e programmi che, tuttavia, dipendono dalle Nazioni Unite: lo stesso organismo responsabile dell'aggravarsi della crisi umanitaria, tramite le risoluzioni adottate dalla sua istanza suprema. Mancanza di coordinamento o gioco delle parti?

Quella in Mali, infatti, sembra solo l’ultima di una lunga serie di operazioni che, nel solco di un interventismo dal sapore neocoloniale, muovono sotto l’occhio attento – e “preoccupato” – dell'Onu.

 Pubblichiamo di seguito la traduzione di un articolo tratto da SlateAfrique - “Mali, l’Onu teme una catastrofe umanitaria” - che fa il punto sui primi 'danni collaterali' della guerra nel Sahel. 

 Secondo le Nazioni Unite l’intervento in Mali aggrava la crisi dei rifugiati: solo nell’ultima settimana 1.230 persone hanno attraversato le frontiere con i paesi vicini, in un flusso che non si prevede possa cessare a breve.

L’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) sta tenendo un conto preciso del numero di persone fuggite dal Mali per cercare rifugio in uno dei paesi vicini: tra gli ultimi arrivi, il 90% è composto da donne e bambini

Secondo l’Agenzia, ad oggi ci sarebbero 144.500 rifugiati, di cui 54.100 in Mauritania, 50mila in Niger, 38.800 in Burkina Faso e 1.500 in Algeria.

E senza contare l’esodo interno al paese: 52mila persone arrivate dal nord che hanno trovato rifugio nella capitale, Bamako, ma costrette a vivere in condizioni precarie, occupando stabili malmessi senza acqua ne’ elettricità. Sfollati, che hanno difficoltà ad integrarsi, a trovare un lavoro e quindi a pagare per un’abitazione: una questione che rischia di creare seri problemi con la popolazione locale. 

Da parte sua, l’Ufficio Onu per il coordinamento degli Affari umanitari (OCHA) il 14 gennaio scorso ha parlato di 229mila sfollati. Gli scontri di questi ultimi giorni hanno provocato nuovi movimenti di popolazione, tali da costringere l’Unhcr ad attivare un piano di emergenza per prepararsi a nuovi arrivi.

Dopo l’11 gennaio, l’Ocha ha stimato in circa 30 mila il numero di persone sfollate all’interno dei confini del paese. 

L’Algeria – che ha annunciato il 14 gennaio la chiusura delle sue frontiere con il Mali, e promesso la sospensione delle misure di rimpatrio per i migranti maliani – stima che circa 30 mila persone abbiano trovato rifugio sul suo territorio, secondo quanto rende noto El Watan.

Il quotidiano di Algeri racconta quanto sia difficile venire in aiuto della popolazione rifugiata nelle zone aride e desertiche, già afflitte da fame e sete

E si dice preoccupato anche il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Wfp): incaricato di distribuire cibo alla popolazione in difficoltà con l’aiuto di 9 Ong, non ha più denaro a sufficienza per svolgere la sua missione.

Rispetto al budget previsto per il 2013, dalle casse mancano 97 milioni di euro necessari per rispondere alle esigenze di oltre un milione di persone. “La situazione di crescente insicurezza nel nord del Mali limita le capacità di azione del Pam nella regione”, ha dichiarato la portavoce dell’organizzazione, Elizabeth Byrs, precisando che dopo il colpo di stato che ha rovesciato il presidente Amadou Toumani Touré il 22 marzo 2010 e lo scoppio del conflitto nel nord del Mali, il Pam è già venuto in aiuto di 1,2 milioni di persone. 

Ma soprattutto non bisogna dimenticare che quelli di accoglienza sono paesi parte del Sahel che soffrono a loro volta - e sempre di più – a causa della siccità, e sono abitati da popolazioni denutrite che si confrontano regolarmente con il problema della fame.

Il Niger, il Burkina Faso, i paesi più poveri del mondo, ne sono un esempio lampante. Per quanto tempo ancora potranno resistere? 

Tratto da Osservatorio Iraq

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