La lotta per la giustizia climatica e ambientale nel Maghreb

Di Hamza Hamouchene

15 / 11 / 2017

Pubblichiamo la traduzione di questo articolo – originalmente pubblicato da Open Democracy (1) – scritto da Hamza Hamouchene, attivista e autore algerino residente a Londra. Hamza è anche il produttore del nuovo documentario Paradises of the Earth (2), diretto dal regista marocchino Nadir Bouhmouch. L’articolo e il documentario offrono un prezioso quadro per capire, da una prospettiva radicale, le lotte sociali contemporanee nella regione. Lotte che fanno fronte a un fitto intreccio di ingiustizie di classe, ambientali, imperialiste e di genere e che vanno dunque comprese in un’ottica di critica sistemica. Qui il link per visionare il documentario.

Non credo all’esistenza di analisi neutrali. La mia non è la prospettiva di quegli accademici che scelgono di essere neutrali di fronte all’ingiustizia e all’oppressione, e che usano l’oggettività per legittimarsi rispetto alle narrazioni dominanti e altre strutture del potere. La mia è una perspettiva militante, che aspira a essere progressista, radicale e decoloniale. È una prospettiva anti-sistemica e di solidarietà attiva con gli oppressi, con “i dannati della terra” e le loro lotte per la giustizia sociale.

In questo articolo esplorerò tre temi. In primo luogo presenterò le crisi ecologiche e climatiche che attraversano il Maghreb (Algeria, Marocco e Tunisia). Poi illustrerò i meccanismi di governance neoliberale dell’ambiente che le caratterizza. Infine, criticherò alcuni concetti di “giustizia” spesso usati per parlare del degrado ambientale e del riscaldamento globale antropogenico.

Crisi antropologiche e climatiche nel Maghreb

Il cambiamento climatico antropogenico è attualmente in corso nel Maghreb e sta minando le fondamenta socioeconomiche ed ecologiche della vita stessa nella regione. Negli ultimi anni, la Tunisia, l’Algeria e il Marocco hanno visto gravi ondate di calore e siccità, con conseguenze catastrofiche per l’agricoltura (soprattutto per i piccoli contadini del Marocco). Il deserto si sta espandendo, divorando le terre che lo circondano ed erodendo drasticamente le già scarse riserve idriche. La penetrazione dell’acqua marina nelle falde acquifere e l’uso eccessivo delle acque freatiche relegherà questi paesi alla povertà idrica assoluta.

Gli effetti del cambiamento climatico e della crisi ambientale sono aggravati dal degrado ambientale e dall’esaurimento delle risorse naturali, provocati da un modello di sviluppo produttivista e basato sulle industrie estrattive: il petrolio e il gas in Algeria (e in misura minore in Tunisia), il fosfato, e un modello di agribusiness e turismo a uso intensivo di acqua (in Tunisia e in Marocco). L’inquinamento, la devastazione ambientale e la prevalenza di alcune malattie si accompagnano a ciò che David Harvey chiama “accumulazione per espropriazione” e Samir Amin descrive come “sviluppo del sottosviluppo”. La povertà di queste zone è infatti legata all’abbondanza di risorse naturali che le caratterizza. Si tratta del paradosso dell’estrattivismo, che vede la creazione di “zone sacrificate” al fine di riprodurre l’accumulazione del capitale.

Dico “zone sacrificate” nel senso letterale dell’espressione. Per esempio, Ain Salah in Algeria è una delle città più ricche di gas nel continente africano ma è cadente e priva di buone infrastrutture. Gli abitanti hanno soprannominato il loro unico ospedale “ospedale della morte”. La città tunisina di Gabes racchiude l’unica oasi costiera del Mediterraneo ed era un tempo nota come “il paradiso sulla terra”. Ma poi è stato costruito un polo chimico sulla spiaggia per processare il fosfato che arriva dalle miniere delle regioni interne. Queste fabbriche hanno provocato un vero e proprio ecocidio nell’oasi, contaminando l’acqua, inquinando l’aria e il mare e distruggendo parte della fauna e della flora [e innalzando il tasso di malattie mortali tra cui il cancro nella popolazione locale]. Alcuni descrivono questa situazione in termini di “terrorismo ambientale”, sullo sfondo della retorica anti-terrorista del momento.

Estrattivismo

Che cos’è l’estrattivismo? L’espressione si riferisce a quelle attività economiche che rimuovono grandi quantità di risorse naturali non lavorate (o alle prime fasi della lavorazione), soprattutto per l’export. L’estrattivismo non riguarda solo i minerali e il petrolio. Esiste anche nell’agricoltura, l’allevamento, la silvicoltura, la pesca e addirittura il turismo. La costruzione di campi da golf nelle zone aride e semi-aride del Marocco mi ha lasciato sgomento. La critica del turismo di Fanon era già all’epoca corretta. Fanon vedeva nel turismo il business post-coloniale per eccellenza, in cui le élite locali si trasformano in “organizzatori di banchetti” per i loro equivalenti occidentali, in un contesto di povertà soverchiante.

Il modello di sviluppo estrattivista è stato in pratica un meccanismo di saccheggio coloniale e neocoloniale e di dipendenza della periferia dalla metropoli. In tutti e tre i paesi, molti dei miei interlocutori hanno paragonato le devastazioni delle industrie contemporanee a quelle dell’epoca coloniale, e in alcuni casi hanno addirittura detto che i coloni francesi erano stati più clementi. Credo che queste comparazioni pongano la questione di un colonialismo interno, che sta collaborando all’espropriazione del popolo.

Gli abitanti di queste zone hanno rivendicazioni di lunga data, che di tanto in tanto esplodono in rivolte e movimenti. Tra gli esempi c’è il caso di Ain Salah, dove gli abitanti sono insorti in massa nel 2015 contro i piani di usare il fracking sulle loro terre e inquinare la loro acqua. C’è anche il movimento dei disoccupati di Ouragla nel 2013, vicino alla città petrolifera di Hassi Messaoud. Nel 2008 ha avuto luogo la storica Rivolta del bacino minerario di Gafsa in Tunisia. A Imider, in Marocco, la comunità è in lotta contro la holding reale che, per estrarre argento dalle miniere del posto, si sta accaparrando le risorse naturali [in particolare l’acqua] e impoverendo la popolazione.

La governance neoliberale dell’ambiente nel Maghreb

Di fronte a tutte queste ingiustizie e devastazioni, chi sta articolando la narrazione e le risposte al cambiamento climatico nel Maghreb?  Istituzioni come la Banca Mondiale, le agenzie dell’Unione Europea o la tedesca GIZ [Società tedesca per la cooperazione internazionale] sono onnipresenti e visibili in tutti e tre i paesi. Organizzano eventi, pubblicano analisi, mettono in luce alcuni dei pericoli di un mondo più caldo, chiedono azioni urgenti, più energia rinnovabile e piani di riforma. A causa della scarsità di alternative, le loro posizioni sembrano relativamente radicali rispetto a quelle dei governi locali.

Tuttavia, queste istituzioni si collocano nel campo politico del potere. Nelle loro analisi del cambiamento climatico e della crisi ambientale non figurano le classi sociali, la giustizia, il potere e le eredità coloniali. Non c’è traccia della responsabilità storica dell’Occidente industrializzato nel cambiamento climatico, dei crimini di compagnie petrolifere come BP e Shell, o del debito climatico del Nord verso il Sud globale. La visione del futuro che queste istituzioni promuovono è subordinata alla logica del profitto e all’addizionale privatizzazione di acqua, terra, e persino dell’atmosfera. La tappa più recente di questa spedizione sono i Partenariati Pubblico-Privati (PPP) che vengono promossi in ogni settore, compreso il programma marocchino per le energie rinnovabili. Tali privatizzazioni in nome del “green capitalism” influenzano anche il modello agricolo di questi paesi, in particolare il Marocco dove prevale l’agribusiness per l’export ad alto consumo di acqua.

Le istituzioni egemoniche hanno risorse finanziarie e umane che gli permettono di plasmare e co-optare i tessuti associativi delle società civili locali, finanziando e aiutando a fondare molte associazioni ambientaliste. Sono rimasto sbalordito dall’enorme quantità di associazioni di questo tipo operanti in Tunisia e in Marocco. Che io sappia, sono in gran parte apolitiche e si basano sulla ricerca attiva e a volte meramente opportunista di finanziamenti europei. Questo fenomeno, altrimenti noto come “ONGizzazione del mondo”, dovrebbe teoricamente portare all’ “empowerment della società civile”. Ma il risultato reale è la creazione di una società civile artificiale e dipendente, che si presta alle mire di chi vuole mercificare e privatizzare il sociale. Un esempio da citare riguarda la campagna per la chiusura dello stabilimento chimico di Sfax, in Tunisia. In questo contesto, sono emerse alcune associazioni teoricamente verdi ma di fatto collegate a “mafie ambientali” che vogliono usare il terreno dello stabilimento chimico a fini di speculazione edilizia.

Decolonizzare i concetti di giustizia

Nella parte decoloniale del mio lavoro, tento di decostruire alcuni concetti chiave che io stesso ho usato. A giudicare dalle mie conversazioni con abitanti della regione, il concetto di “giustizia climatica” è visto come alieno e difficilmente comprensibile. Non si tratta di una colpa degli “orientali”. Il fatto è che questo concetto straniero non è radicato (o perlomeno non ancora) nella regione. La traduzione araba suona assai strana e non suscita grandi reazioni tra gli abitanti. Anche il concetto di “giustizia ambientale” è poco usato.

Le ONG occidentali usano questi concetti e altri ancora come giustizia o democrazia energetica, giustizia alimentare, giustizia commerciale. Ho anche sentito parlare di giustizia cognitiva, cosa alquanto intrigante. È comprensibile che queste ONG usino tali espressioni per parlare di certe questioni attraverso un’ottica di giustizia e democrazia, in modo da attirare la attenzione di audience specifiche. Ma credo che ci siano anche alcuni rischi. La tendenza a frammentare nozioni come giustizia e democrazia può creare l’illusione che sia possibile avere giustizia (o democrazia) in un settore senza che ciò accada negli altri e senza problematizzare il sistema capitalista nella sua integralità, sistema che genera queste ingiustizie interconnesse. È sempre utile interagire con e imparare da movimenti altrove, ma è anche necessario contestualizzare i concetti e le narrazioni e prendere in considerazione la loro storia.

I militanti, gli intellettuali e le organizzazioni del Maghreb che lavorano sul cambiamento climatico e il degrado ambientale di solito non usano questi concetti. Se lo fanno, è più l’eccezione che la regola. In alcuni casi, queste espressioni vengono importate dall’Europa senza una riflessione critica e senza definizioni adeguate. Insomma, dobbiamo usare espressioni come “giustizia climatica” per parlare dell’ingiustizia politica del riscaldamento globale o dobbiamo ripensare i concetti per dargli una base locale e concentrarci su questioni specifiche che condizionano direttamente le vite delle popolazioni del Maghreb, come la scarsità d’acqua, la siccità, l’inquinamento e l’autogestione delle risorse? Io preferisco la seconda opzione.

Nelle lotte che ho seguito c’è sempre una dimensione ambientale, ma quest’ultima è secondaria rispetto a questioni socioeconomiche vissute come più urgenti: il lavoro, lo sviluppo delle infrastrutture, la distribuzione delle ricchezze e una maggiore inclusione nei processi decisionali. Proprio per questo, i problemi ambientali devono essere analizzati in una forma sistemica e in relazione alla giustizia sociale, i diritti e la redistribuzione del reddito.

Conclusione

Come possiamo noi, abitanti del Maghreb, pianificare una giusta transizione verso le energie rinnovabili e verso modalità sostenibili di produrre cibo e beni, mentre le nostre risorse vengono saccheggiate dalle multinazionali e la nostra terra e la nostra acqua cadono sotto il controllo dell’agribusiness e di industrie distruttive?

Dobbiamo lottare per la sovranità e per il controllo democratico delle risorse naturali, dell’energia e dei sistemi alimentari. Dobbiamo lottare contro gli espropri di terra e acqua, chiedere trasparenza e porre fine alla corruzione nelle industrie estrattive. Per progettare e realizzare questa transizione, dobbiamo riprenderci la natura, strappandola dalla stretta del mercato. Dobbiamo mettere il dibattito sulla giustizia, la democrazia e il bene comune al di fuori della logica del profitto che divide, mercifica e privatizza le nostre vite e la nostra natura.

Traduzione di Lorenzo Fe

(1) https://www.opendemocracy.net/north-africa-west-asia/hamza-hamouchene/fighting-for-climateenvironmental-justice-in-maghreb

(2) http://www.paradisesoftheearth.com

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