La Turchia dà il via a un violento attacco contro i curdi in Rojava

L’invasione militare di Afrin è basata su false premesse e funge da crudo promemoria della forte avversione dello Stato turco nei confronti dei curdi autonomi

27 / 1 / 2018

Riprendiamo da Roarmag.org un articolo di approfondimento sull’attacco sferrato in questi giorni dalla Turchia al cantone curdo di Afrin, nella Siria del Nord.

Considerando le informazioni dei media turchi e giudicando dalla copertura che i canali tv e i giornali filo-governativi stanno facendo, si potrebbe essere scusati nel fraintendere che con l’attacco ad Afrin la nazione stia puntando a eliminare quella che può essere considerata una minaccia all’esistenza e alla longevità della repubblica turca. L’invasione del cantone curdo e di quello autogovernato di Afrin, nel nordovest della Siria, è presentata dalla propaganda diretta dallo stato turco come un atto eroico di autodifesa e una storica missione di ristabilimento della sfera di influenza della nazione nel territorio.

La verità è che l’attacco turco ad Afrin non è nient’altro se non un gratuito atto di aggressione, un’illegale invasione del territorio vicino sostenuta da una strategia militare basata sui crimini di guerra; un piano pericoloso che rischia di destabilizzare ancor di più la sicurezza della regione e l’ennesima manifestazione del profondamente radicato e secolare disprezzo turco per il popolo curdo. 

Mentre la Turchia ha rivendicato la sua come un’operazione di protezione dei confini per combattere il terrorismo, i cosiddetti “terroristi” in questa storia sono niente meno che i combattenti delle internazionalmente applaudite Forze Democratiche Siriane (SDF) – guidate dalle donne curde e dalle Forze Difensive del Popolo (YPG e YPJ) – che hanno avuto un ruolo fondamentale nella lotta ai militanti jihadisti del cosiddetto Stato Islamico (ISIS) in Siria.

Per molti anni, quando l’ISIS controllava gran parte del territorio della Siria settentrionale, inclusi lunghi tratti al confine con la Turchia, Ankara non sembrava eccessivamente preoccupata che il movimento fascista stesse aprendo un business alle proprie porte. Il presidente Erdogan anzi sembrava gongolare per l’eventualità che la città curda di Kobânê cadesse nelle mani dell’ISIS nel 2014  - un potenziale disastro che è stato evitato grazie alla storica resistenza delle donne e degli uomini coraggiosi della città. 

Per lo stato turco, i tentativi curdi di un autogoverno democratico, che sia in casa che all’estero, rappresentano una minaccia alla repubblica e un insulto alla nazione turca e devono essere trattati in modo inflessibile e spietato. Gli sviluppi sociopolitici interni e quelli geopolitici nella regione hanno offerto un’opportunità alla Turchia di attaccare i curdi in Siria. La domanda è se la Turchia trionferà o barcollerà di fronte alla resistenza dei curdi e degli alleati che difendono le città, i paesi e i villaggi, culla di quella rivoluzione democratica che la Turchia teme così tanto.

L’AGGRESSIONE TURCA

L’operazione “Olive Branch” - difficilmente si potrebbe pensare a un riferimento più appropriato - è stata lanciata lo scorso sabato 20 gennaio quando, dopo mesi di bombardamenti dal confine, gli interventi militari turchi sono aumentati con attacchi aerei dei jet turchi e operazioni da terra di diverse migliaia di militari turchi addestrati e ben equipaggiati dell’Esercito Siriano Libero (FSA). Molto prima, i carri armati turchi attraversavano i confini della Siria da nord e da occidente. 

Nonostante il presidente Erdogan abbia garantito di «completare l’operazione in un tempo molto breve», da lunedì l’esercito turco e gli alleati dell’Esercito Siriano Libero - i cui membri sono stati riconosciuti, nei video condivisi sui social media, lodare il presidente turco promettendo di uccidere ogni singolo curdo ad Afrin - sono riusciti a penetrare nel cantone solo per pochi chilometri. Nel frattempo, l’utilizzo indiscriminato di attacchi aerei che hanno colpito bersagli civili per tutta la regione ha ucciso venti persone, lasciandone ferite molte di più. Un solo attacco aereo ha ucciso otto membri di una singola famiglia di allevatori di polli, di cui sette bambini, fuori dalla città di Afrin. 

Le forze di YPG e YPJ di Afrin si preparavano a un’aggressione di questo tipo da parte della Turchia da molto tempo. Già tre anni fa, dopo la vittoria di Kobane, Abdullah Őcalan, il leader imprigionato del movimento curdo, aveva avvisato che Afrin sarebbe tornata ad essere un bersaglio e che «oggi non è il giorno dei lavori tessili, è tempo di lavorare alle armi e alle munizioni, per creare il comunismo di guerra e radicarlo nella società». 

Fino ad ora, Afrin era stata risparmiata da gran parte della violenza che ha colpito il resto della Siria negli ultimi sei anni. Il regime siriano ha perso il controllo su Afrin nel 2012, dopodiché il distretto è diventato uno dei tre cantoni fondanti del Rojava, insieme a Kobânê e Jazira. Anche se i curdi rappresentano la maggioranza, la regione è casa di molti gruppi etnici come arabi, turkmeni, assiri, yazidiani, armeni, aramaici e ceceni. Negli ultimi anni, centinaia di espulsi dalla Siria di ogni tipo di provenienza hanno trovato rifugio nelle aree relativamente pacifiche di Afrin.

Sin dall’adozione della Costituzione del Rojava del 2014, Afrin è stata ufficialmente governata da un’autogoverno autonomo, organizzato in ogni aspetto da membri di un consiglio di ogni livello sociale. Questo modello di democrazia autonoma è fondata sui principi di uguaglianza di genere, democrazia orizzontale ed ecologia sostenibile. È questo il paradiso pacifico e sicuro, dove i locali hanno preso l’iniziativa di applicare un sistema radicalmente democratico di autogoverno, ora accusato dalla Turchia di essere una «fortezza del terrorismo». 

MOVIMENTO PACIFICO SOTTO ATTACCO

Per giustificare l’attacco illegale e gratuito su Afrin, la Turchia ha rivendicato di avere diritto, come qualsiasi altro Paese, all’autodifesa, ma come giustificazione alla guerra contro i curdi siriani questa spiegazione semplicemente non regge. Il Partito dell’Unione Democratica (PYD), principale forza curda nella Siria settentrionale, ha mantenuto per anni una posizione di apertura al dialogo nei confronti della Turchia con il desiderio di mantenere rapporti pacifici con Ankara.

Nessun attacco era mai stato lanciato contro la Turchia da nessuno dei cantoni a prevalenza curda del Rojava e gli unici scontri armati erano stati in risposta alle provocazioni dell’esercito turco o dei gruppi jihadisti appoggiati dalla Turchia che in passato hanno ripetutamente scagliato offensive contro il Rojava attraverso il confine turco. Le SFD (Forze democratiche siriane, ndt) hanno chiarito in una dichiarazione di essere un «movimento pacifico impegnato a sconfiggere l’ISIS e a portare la stabilità in Siria», nonché di non «covare alcun intento ostile nei confronti della Turchia e di volere solamente prendere misure per la propria difesa nel caso di operazioni contro la popolazione».

Un’ulteriore excusatio fornita dalla Turchia per dare il via all’attacco su Afrin è stato l'allusione al fatto che l’operazione sarebbe stata in parte diretta contro l’ISIS - e pertanto legittimata all’interno della struttura operativa della coalizione internazionale in Siria. In una dichiarazione ufficiale che segnava l’avvio dell’Operazione Ramoscello d’Ulivo di sabato, le forze armate turche hanno asserito di aver lanciato l’offensiva contro Afrin «per eliminare gruppi terroristici come il PKK…e Daesh» usando il nome arabo dell’ISIS in riferimento all’organizzazione estremista.

Se nessuno biasimerebbe mai la Turchia per aver preso di mira l’ISIS - in effetti, non in pochi sarebbero piacevolmente soddisfatti nel vedere la Turchia considerare infine l’ISIS come un nemico - il problema di questa giustificazione è che l’ISIS non risulta essere presente ad Afrin. Quando l’Associated Press ha pedissequamentedivulgato questa versione, in linea con la propaganda dell’esercito turco, si è presto dovuta correggere e ha ammesso di aver «cancellato due tweet riferiti ad attacchi aerei turchi contro lo Stato Islamico ad Afrin, in Siria. Il primo ministro turco ha dichiarato che l’attacco avrebbe avuto come bersaglio l’IS insieme alle forze curde, ma non risulta  nessuna cellula ISIS in città».

TRADIMENTO, TRADIMENTO, TRADIMENTO

Senza l’approvazione, esplicita o tacita, dei suoi alleati internazionali, la Turchia non avrebbe mai osato lanciare la sua operazione contro Afrin. Il fatto che i jet turchi siano stati in grado di prendere parte all’azione significa che la Russia - che ufficialmente controlla lo spazio aereo sopra la Siria nordoccidentale - ha quando meno implicitamente dato il via libera all’attacco, nonostante le minacce da parte del regime di Assad di abbattere qualsiasi aereo turco avesse violato lo spazio aereo siriano. In una recente intervista, il membro del comitato esecutivo del PKK Murat Karayilan ha spiegato come questa presa di posizione russa sarebbe stata recepita dai curdi: «se gli aerei turchi volassero sopra Afrin, eventualmente addirittura con le bandiere turche, questo significherebbe che la Russia li ha lasciati passare. I curdi ne trarrebbero questa conclusione».

Con uno spudorato - se pure non completamente inaspettato - voltafaccia nei confronti delle forze curde in Siria, gli Stati Uniti hanno sollecitato la Turchia a «usare moderazione» durante le operazioni militari ad Afrin, ma hanno mancato di fornire qualsivoglia provvedimento risolutivo in grado di aiutare o proteggere i loro più importanti alleati nella lotta all’ISIS. Gli USA hanno una limitata influenza su Afrin, dal momento che la regione fa parte della sfera d’influenza russa in Siria, ma se si rifiutano di produrre uno sforzo più concreto per proteggere  i loro alleati dalle aggressioni turche, le conseguenze sui rapporti tra SDF e USA già avviati nel resto della Siria saranno significative.

I piani della Turchia su Afrin hanno preso lo slancio dopo che gli Stati Uniti avevano recentemente annunciato l’obbiettivo di creare un corpo di sicurezza dei confini di 30 000 uomini, con una consistente percentuale di combattenti reclutati tra le SDF filo-curde. Per tutta risposta, la Turchia ha condannato questi piani e ha accusato gli USA di assoldare un «esercito di terroristi» all’interno dei suoi confini, annunciando subito il lancio dell’operazione contro Afrin prevista «nei giorni a venire». La Turchia ha a lungo accusato gli Stati Uniti di favorire il terrorismo nei propri territori per il supporto e la fornitura di armi che questi ultimi hanno garantito alle SDF nella Siria nord-orientale.

L’INIZIO DELLA FINE?

A questo punto, è impossibile predire cosa succederà nei prossimi giorni, settimane e mesi. Le forze curde di Afrin saranno in grado di resistere all’esercito turco e ai suoi delegati jihadisti dell’FSA? Quanti soldi, forza-lavoro, equipaggiamento e tempo è disposta a sacrificare la Turchia nel suo tentativo di conquistare Afrin? La comunità internazionale eserciterà pressioni sulla Turchia per limitare l’operazione, o addirittura ritirare le truppe? Come reagiranno Russia, Stati Uniti e il regime siriano non appena le incursioni turche cominceranno a rappresentare una minaccia ai rispettivi interessi e punti strategici nella regione? Ora come ora ci sono troppi elementi oscuri per poter fornire una risposta a una qualsiasi tra queste domande.

Di contro, è chiaro che l’attacco della Turchia contro Afrin andrebbe letto nel solco della lunga tradizione della forte ostilità dello stato turco nei confronti di qualsiasi genere di auto-espressione, auto-regolamentazione o auto-organizzazione del popolo curdo. Il governo turco guidato dall’AKP (Partito per la giustizia e lo sviluppo, ndt) ha dichiarato guerra al movimento curdo in Turchia - radendo al suolo intere città nel mentre e costringendo centinaia di migliaia di curdi a fuggire dalle proprie case - nel momento in cui è apparso chiaramente che, a livello locale, l’iniziativa curda di stabilire l’autonomia democratica era divenuta una minaccia all’autorità del governo centrale.

Di conseguenza, lo stato d’emergenza promulgato dopo il tentativo fallito di golpe del Luglio 2016 ha fornito al governo dell’AKP la giustificazione necessaria per dare un giro di vite ai politici curdi  ai loro alleati, arrestando migliaia di funzionari di partito, sindaci e attivisti e sbattendo in galera la direzione del Partito democratico dei popoli (HDP) che affonda le proprie radici nel movimento di liberazione curdo.

A tal proposito, possiamo capire la reale motivazione alle spalle dell’offensiva di Afrin. La foga nazionalista orchestrata dallo Stato che è esplosa ovunque in Turchia dall’inizio delle operazioni militari lo scorso fine settimana segue di poco la notizia che lo stato d’emergenza, applicato dopo il fallito colpo di stato, sarebbe stato prorogato per la sesta volta. Quest’estensione fornisce al presidente Erdogan più tempo e poteri quasi illimitati per modellare l’economia, la società e le politiche turche in modo da perseguire l’obbiettivo della sua agenda di rimanere al potere a tempo indefinito.

L’inquadramento di PYD, YPG e YPJ come organizzazioni terroriste attive nella minaccia della sicurezza nazionale turca non solo distoglie l’attenzione dalla pesante repressione nei confronti di dissidenti e critici che continua in tutta la Turchia; garantisce anche legittimità al provvedimento di proroga dello stato d’emergenza e un’ottima scusa per spazzare via i sentimenti ultra-nazionalisti dall’elettorato dell’AKP in Turchia. L’oppressione - incredibilmente pesante - di tutte le questioni curde che ha seguito le elezioni nell’estate del 2015 ha lasciato nel caos il movimento. Ora l’AKP teme che una regione fiorente, a maggioranza curda e auto-governata a cavallo dei suoi confini meridionali possa fungere da pericoloso faro rivoluzionario per la popolazione curda nella stessa Turchia.

Commentando l'attacco curdo ad Afrin, il comandante YPJ del cantone, Sosin Berhat, ha affermato che «la Turchia e quanti applaudono le sue politiche si stanno scavando la propria fossa». Speriamo che quanti difendono Afrin vogliano seguire le orme dei loro eroici compagni di Kobane e trasformino la battaglia per la loro terra natia nell’inizio della fine per i loro invasori fascisti.

*** Traduzione a cura di Anna Clara Basilicò e Olga Malanga

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