Learning from Hambach

Diario di bordo di un attivista italiano a Ende Gelände

10 / 11 / 2017

La miniera di lignite che minaccia quanto ancora rimane della foresta di Hambach, nei pressi della città Bonn, è un paesaggio fantascientifico, una voragine sconfinata che si estende letteralmente a perdita d'occhio. Data l'estensione della cava, l'occhio fatica a percepirne immediatamente la profondità. Poi, con stupore crescente, lo sguardo sprofonda nella terra per centinaia di metri, di terrazzamento in terrazzamento. Ad ogni scalino sceso, ad ogni tonalità incontrata, ocra, marrone e bianco delle terre argillose, le nostre coordinate spaziali si aggiornano e prende corpo quel senso di estraniamento che la preliminare visita su Google maps aveva lasciato intuire, ma certo non aveva saputo restituire.

La voragine è popolata di macchine, minuscole in lontananza, impressionanti in primo piano. Leggo in rete che la miniera può vantare il primato di quello che è stato (o forse è ancora) il "veicolo terrestre più grande mai costruito". Si chiama Bagger 293, una escavatrice cingolata "alta 96 metri e pesante 14.000 tonnellate. Il braccio, lungo 225 metri, è sormontato da una ruota di 21 metri di diametro, con 20 tazze capaci di caricare 7 tonnellate di materiale ciascuna.". 

Al cospetto di Bagger mi sento come al cospetto di una grande nave da crociera, quelle che attraversano Venezia, dove vivo. L'epifania mentale non è certo frutto di una similitudine cosciente, quanto piuttosto di una comune sensazione di distopia che emana dalle due macchine. 

Sullo sfondo, ad una distanza imprecisata in questa pianura renana, le centrali termiche bruciano il carbone fossile estratto in loco, dipingendo il cielo di spessi fumi bianchi, solidi e immobili, campiture che non cedono nemmeno al rabbuiarsi del cielo, al vento che si alza e alla pioggia gelida che ricomincia a nutrire il fango in cui da ore siamo immersi.

Il senso di estraniamento che si prova non è quello tipico dei non luoghi, per di qua non si passa distrattamente, qui l'uomo sta, ci è arrivato decine di anni fa e le previsioni dicono che vi rimarrà per i prossimi venticinque; in una cava l'estrazione richiede verticalità, non si scava per consentire un transito verso un altro punto, come nel caso di una stazione della metropolitana, qui ci si dirige testardamente dove tutto ha origine e fine, al centro della terra. 

Contraddico quanto scritto poco sopra, non è tecnicamente possibile leggere in questo luogo l'incarnazione di una realtà distopica. È invece, questo sì lo confermo, uno spazio del tutto familiare perché lo abbiamo ripetutamente abitato grazie al cinema di fantascienza. Siamo sul pianeta desertico di Guerre Stellari, campo di battaglia pattugliato dalle gigantesche macchine da guerra dell'Impero, siamo (almeno un poco) nel deserto di Dune, mentre il cielo, carico com'è di fumi, ricorda l'oppressiva resa atmosferica di Blade Runner. 

Sì, l'immaginario è molto vintage, non c'è da stupirsi, parliamo di carbone fossile, una fonte energetica altrettanto vintage. Ed è con i piedi sprofondati nel fango di Hambach che tutta la retorica sulla “Germania-primatista-europea-dell'-energia-rinnovabile" va in frantumi e ci si chiede come sia stato possibile, magari anche solo per un secondo, averci creduto.

Non è per indugiare in una posa letteraria che ho chiamato in causa la fantascienza, ma piuttosto perché questa qualità dello spazio, questo suo rispondere ad una geografia dell'immaginario più che ad una geografia reale con le sue specifiche implicazioni ecologiche, sociali, politiche ed economiche, rispecchia una qualità del movimento di Ende Gelände.

Le migliaia di persone, giovani in grande maggioranza, che lo scorso 5 novembre hanno occupato la miniera di Hambach per una giornata, hanno chiara una cosa. L'obbiettivo principale della loro campagna non è la chiusura di quel sito, o meglio, questa richiesta è implicita. Ciò che Ende Gelände chiede senza giri di parole è la fine del capitalismo nella sua forma attuale. That simple. Quello che mi ha stupito, ma che forse non stupirà chi frequenta assiduamente i movimenti teutonici, è la "naturalezza" con cui i vari fingers (gli spezzoni che hanno abbandonato il corteo autorizzato per dirigersi verso la cava) esprimevano questo claim. Non c'è nulla di vintage in questa soggettività che mi pare compiutamente "intersezionale" (metto il termine tra virgolette): ecologista, anticapitalista e queer. Sì, anche queer, ma voglio precisare. Non è che alla manifestazione partecipassero anche attiviste femministe o lgbtq sensibili alla questione ambientale e non era nemmeno un fatto di adesione all'estetica del pink block. Ende Gelände è queer nella misura in cui l'Antropocene è maschilista e patriarcale, nella misura in cui il modello di sviluppo capitalistico basato sulla combustione fossile ha significato colonizzazione, stupro sistematico, sessismo, marginalizzazione della riproduzione sociale, mancato riconoscimento del lavoro di cura e così via.

Impariamo da Hambach dunque, dove abbiamo visto all'opera un movimento ambientalista oltre l'ambientalismo. Ende Gelände ci dice che è possibile ripensare una nuova fase dei movimenti autonomi a partire dalla sfida principe, quella che ci presenta l'epoca geologica in cui viviamo e che è possibile farlo davvero fuori da ogni tentazione NIMBY. 

Sono anni che andiamo scrivendo (e agendo di conseguenza per quanto possibile) che "capitale VS vita" is the new "capitale VS lavoro", bene. Inoltre, sono anni che sosteniamo che la scala minima per agire questo piano di lotta sia quella continentale. Ende Gelände non risolve certo le cose, ma ci mostra uno spiraglio, una possibilità. Un modello che funziona anche sullo sfondo di una situazione politica nazionale ed europea non semplice, segnata dal prepotente ritorno di forze reazionarie e dell’ultra-destra. 

Sappiamo che l'Italia si caratterizza per un'enorme ricchezza di vertenze contro le grandi opere, la distruzione del paesaggio, la cementificazione. Da quasi trent'anni il movimento NO TAV ispira lotte nazionali ed internazionali, facendo spesso da catalizzatore per i movimenti, anche per quelli che "a casa loro" non si battono sul terreno del modello di sviluppo e delle sue implicazioni ecologiche. 

Eppure questa diffusione di lotte è limitata nelle sue potenzialità dal modello organizzativo che la caratterizza, quello della forma comitato o comitato popolare. È chiaro che è ancora necessario formare, partecipare e lottare assieme ai comitati, ma è altrettanto chiaro che sarà necessaria una doppia trasformazione. Da una parte la forma comitato, con la sua eredità culturale debitrice dell'ambientalismo istituzionale, dovrà essere superata. Parliamo di una forma organizzativa caratterizzata dalle retoriche della trasversalità che certamente la rendono inclusiva, ma che troppo spesso ne limitano l'orizzonte politico, prima ancora che quello delle pratiche. Un modello che insistendo sulla spazialità locale, dà vita a importanti fucine di contro-informazione, di conoscenza di parte, di resistenze locali, ma che ha in sé i limiti di una frammentazione spaziale ed identitaria della propria geografia politica. Dall'altra servirà una parallela trasformazione dei movimenti autonomi che dovranno affrontare direttamente, senza delegarla ai comitati, la sfida della giustizia climatica come principale battaglia dell'anticapitalismo nel presente. Una sfida, tra l'altro che lega nuovamente l'oggi al futuro, che rimette in gioco una prospettiva costituente, tenendo assieme la necessità di una trasformazione urgente dell'attuale modello di vita/produzione imposto dal capitale con l'immaginazione di un mondo dopo l'Antropocene (che non a caso qualcuno chiama Capitalocene).

Sul terreno Ende Gelände ha anche mostrato il dispiegarsi di una pratica inclusiva, in cui, grazie alla strutturazione tipicamente nordeuropea dei "fingers", ognuno poteva trovare una modalità affine alla propria sensibilità e poteva approssimativamente scegliere il livello di rischio da affrontare. Non abbiamo visto all'opera eroiche avanguardie del corteo e non abbiamo assistito all'imposizione di insopportabili vincoli legalitari in nome della trasversalità, nessuna classica divisione tra buoni e cattivi. Migliaia di giovani si sono invece impegnat* in una pratica di illegalità di massa che prevedeva un'occupazione ad oltranza, il contatto con la polizia, il possibile arresto e la decisione condivisa del rifiuto di declinare le proprie generalità. Una volta si sarebbe detto "disobbedienza civile", ma qui l'abbiamo vista all'opera fino in fondo e riempita di contenuti inediti.

Durante l'occupazione, durata approssimativamente cinque ore, sono state organizzate diverse assemblee per decidere collettivamente i passaggi della manifestazione. Non sono i dettagli metodologici ad interessarci, del resto la prima reazione dello stagionato attivista italiano (poco incline alla partecipazione quando sta con i piedi nel fango, con la faccia sferzata dalla pioggia gelida e urticata dallo spray della polizei) è quella di inorridire di fronte alla burocratizzazione del corteo e di biasimare una certa stereotipica propensione germanica alla formalità. Nonostante ciò, con il passare delle ore, la sensazione è che questo esercizio di prefigurazione, oltre ai limiti e alle potenzialità implicite nella prefigurazione stessa, stesse funzionando su un piano più immediato. Un piano in cui si tengono insieme maggioranza e consenso, si performa l'orizzontalità e contemporaneamente ci si affida all'autorevolezza di quegli attivisti e di quelle attiviste che fanno da punto di riferimento per tutti gli altri. Insomma, alla fine la si "sfanga", è proprio il caso di dirlo. 

Ed è nelle ore successive all'azione, sul treno che mi porta da Colonia a  Dusseldorf, dove passerò la notte prima di rientrare in Italia che faccio questi pensieri e li fisso così, un po' confusi e ipotetici, ma corroborati dalla prossimità dell'esperienza. 

Certo, non è possibile "fare come" in Germania o in Spagna o in Grecia. Non si trasportano le esperienze di soggettivazione da un luogo all'altro come pacchetti postali o pacchetti di dati, nemmeno nell'epoca delle reti e dell'internet delle cose. È però nella circolazione delle lotte, nel cambio di prospettiva, nella costruzione del comune come lotta in comune che, di tanto in tanto, teoria e prassi si incontrano illuminandosi vicendevolmente, aprendo una breccia all'evento. Ende Gelände e (sebbene diversamente) l'insurrezione metropolitana contro il G20 ad Amburgo, ci dicono, ad esempio, che è necessario guardare con attenzione a quello che accade dalle parti di Berlino. Per noi che abbiamo attraversato le lotte europee degli anni scorsi, l'ultima edizione di Blockupy ha sancito una sorta di conclusione di un ciclo europeo contro l'austerity. Al contrario, in Germania, i blocchi e gli scontri di Francoforte hanno forse innescato un processo di soggettivazione che ha permesso ai movimenti di superare una postura di prevalente solidarietà nei confronti del Sud Europa, per dotarli invece di strumenti utili a entrare direttamente nelle contraddizioni del modello tedesco.

Ancora torno con la mente alla grande cava di Hambach, questa volta ne immagino le protesi logistiche globali, immagino la complessità dell'algoritmo che governa l'estrazione del carbon fossile, il suo movimento, la combustione. È forse una summa della cifra della nostra era? Questa commistione di regime d'energia e regime di informazione, insieme di macchina meccanica e computazionale. E sì, mi sento di nuovo un po' giù mentre poso finalmente le labbra sull'agoniato boccale di birra che, data la stanchezza, mi produce un effetto tipo pinta di laudano. Mi sento un po' giù perché sono piccolo ai piedi di Bagger 293 e sono piccolissimo nelle maglie della tecnosfera che tratta ognuno di noi come attivissime vene, come inesauribili miniere da cui estrarre dati. 

Macchina carbonsilicea e capitale cyberfossile, così scrive un amico mio, nel tentativo di descrivere come va il mondo e di rinnovare gli strumenti interpretativi del marxismo e del pensiero critico. 

Anticapitalista-ecologista-queer-hacker...Mmm, di questi tempi suona difficile. Dove sta questo nuovo soggetto portatore di politica? Probabilmente da nessuna parte, ed è per questo che è meglio rivolgersi all'evento, all'incisione del tempo dove più facilmente si riscontra la concatenazione di queste qualità. Da questo punto di vista Ende Gelände appare, seppur limitato, come un segno di discontinuità non trascurabile. Ok, tutto vero, ma continua in ogni caso a suonare difficile, soprattutto se penso a quello scampolo di Pianura Padana che circonda la laguna dove ho scelto di vivere, che in ogni caso potrebbe sembrare una Renania meno apocalittica e al tempo stesso più incasinata. Una piccola Renania densa, dove i capannoni e i distretti si sostituiscono ai grandi impianti industriali e alle miniere, dove tutto è sorto casualmente, secondo un'anarchia del cattivo gusto.

Sono un poco dubbioso e scoraggiato quindi, però penso che in fondo sono in buona compagnia e che non ho fatto quel che ho fatto per buona parte della mia vita per mettermi lì a litigare sui social network, aspettando un leader che faccia risorgere il popolo della sinistra. Stocazzo! Vada per l'opzione anticapitalista-ecologista-queer-hacker, che poi, a ben pensarci, significa non arrendersi alle passioni tristi dei nostri tempi e della mia filter bubble.

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