La dignità dei migranti del Centroamerica

Solo quieren vivir

Intervista a Ana Enomarado del "Movimiento Migrantes Mesoamericano"

16 / 11 / 2017

 Città del Messico - Abbiamo salutato Ana Enamorato a Venezia, quando aveva portato a Ca' Bembo, nell'esposizione Huellas de la memoria,  decine e decine di scarpe calzate dalle madri, dai padri e dei fratelli dei migranti desaparecidos nelle frontiere centroamericane. La troviamo oggi a Città del Messico dove è portavoce del Movimiento Migrante Mesoamericano ed aiuta i genitori dei migranti scomparsi a ripercorrere le orme dei loro cari, nella speranza di trovare qualche traccia del loro passaggio. 

Ci accoglie nella sua casa, in una grande stanza piena di piante verdi. Ci abbraccia e ci offre un caffè italiano. Ha un sorriso esausto.
"Città del Messico ha dei ritmi stressanti che ti mettono in ginocchio", ci spiega. Ma ben presto capiamo che vivere in una delle metropoli più grandi al mondo diventa ancora più estenuante se ci si fa carico dell'impegno quotidiano in una associazione difficile come la sua.

La storia di Ana è un intrico di personale e politico che difficilmente può essere sbrogliato. La cruda intensità dell'esperienza emotiva che ha dovuto sopportare con la sparizione del figlio, partito dall'Honduras alla volta dell'American Dream per cercare condizioni di vita migliori, si unisce all'organizzazione del movimento per la difesa dei diritti dei migranti centroamericani e per la ricerca dei desaparecidos. La dimensione singolare di ciascuno e ciascuna, il dolore e lo sforzo per la ricerca e per le migrazioni diventano strumenti di lotta per tutti e tutte grazie all'organizzazione collettiva fornita dal movimento. In particolare, Ana e il suo collettivo si occupano di facilitare le pratiche burocratiche per la richiesta di asilo e per il permesso di soggiorno alle persone provenienti, nella fattispecie, dall'Honduras, da El Salvador e dal Guatemala; parallelamente, mettono a disposizione contatti e strutture politico-logistiche atte alla ricerca dei migranti di cui non si hanno più notizie in seguito alla loro partenza, soprattutto quando questa è dettata dalla necessità di scappare dal pericolo di morte.

"Le persone sono sempre più costrette a fuggire dal proprio Paese per salvarsi la vita", afferma Ana, ricordandoci come le bande del terrore, le maras, continuino con i loro affari economici e le loro scorribande criminali totalmente impunite. Le centinaia di migliaia di giovani che lasciano alle spalle famiglia e attività commerciali corrispondo spesso a coloro che non hanno alternativa davanti a sé: o la fuga o la morte. I primi ad arrivare in Messico vanno incontro all'apparato amministrativo che criminalizza i migranti. Le persone in fuga, difatti, vorrebbero richiedere l'asilo per permettere in seconda battuta il ricongiungimento familiare, una tra le vie legali per portare in salvo i propri cari, costantemente sotto minaccia da parte della criminalità organizzata. Lo Stato del Messico ha però predisposto delle normative e delle procedure pratiche che rendono complicato il conseguimento delle carte necessarie. "I migranti devono dimostrare di aver sporto denuncia nel loro Paese di origine. Il problema è che in quei luoghi la polizia è connivente con le bande criminali, parte integrante dei sistemi di potere degli Stati". Privi della protezione dello Stato messicano, i migranti sono così esposti alle ritorsioni nei confronti dei familiari e alla mancanza di incolumità: le braccia delle maras arrivano fin dentro i confini messicani, mietendo vittime innumerevoli.

Ad aggravare ulteriormente il quadro delle migrazioni in Messico si aggiunge il blocco ermetico alla frontiera Nord che gli Stati Uniti portano avanti da anni. Poco è cambiato, al di là delle altisonanti dichiarazioni, con l'elezione di Trump alla Presidenza: in ogni caso, la frontiera ha da sempre rappresentato un muro fisico senza aver bisogno dei mattoni data la pesantissima militarizzazione del confine, attorno al quale si registrano centinaia di morti ogni anno. La politica di chiusura degli Stati Uniti è complementare a quella del Messico, che non differisce molto dalla sua controparte americana nonostante tutte le accuse mosse da Peña Nieto a Trump riguardo il muro e lo schiacciamento dei diritti umani. Il Messico dimostra di avere lo stesso atteggiamento di rifiuto, criminalizzazione e repressione delle migrazioni, come non è difficile da notare se si sposta lo sguardo sui centri di detenzione per i migranti.

Il lavoro del Movimiento Migrantes Mesoamericano, assieme a quello di altre associazioni e collettivi, assume, dunque, il compito di rompere con le politiche pubbliche migratorie e con l'immagine che si dà delle persone migranti, oltre alle attività di mutualismo e di sostegno logistico-legale. "Dall'1 al 18 di dicembre una carovana di madri dei desaparecidos attraverserà il Paese per sensibilizzare la cittadinanza messicana sulle condizioni dei migranti e sui soprusi che sono costretti a subire. Allo stesso tempo, la carovana sarà un modo per avvicinare le esperienze dei e delle migranti a quelle degli autoctoni, facendo vedere che sono molto simili se non uguali".

Con queste parole Ana si riferisce al fenomeno generale delle sparizioni forzate - di cui ricordiamo quella dei 43 studenti di Ayotzinapa - che potenzialmente possono subire tutti i messicani in quanto arma di estrema vendetta e di repressione della dissidenza o di coloro che non sottostà ai potentati criminali. La donna sottolinea quanto i racconti delle madri, in totale quaranta a partire con la carovana, abbiano un effetto purificatore dello stereotipo del migrante che viene assorbito dai messicani a causa della propaganda istituzionale. Nel momento in cui vengono condivise storie e biografie segnate dalla violenza criminale e dalla negligenza di Stato, per non parlare della vera e propria connivenza istituzionale, davanti agli occhi degli autoctoni scorrono immagini il cui contorno è molto conosciuto, semplicemente ne cambiano gli attori. Quante famiglie devono lottare per riavere i corpi dei parenti scomparsi? In quanti si trovano a combattere anche contro lo Stato, che pensa di chiudere le ricerche dando delle ceneri non analizzabili alle famiglie? Per molti sono delinquenti, per altri rappresentano un problema. Cosa vogliono davvero coloro che migrano?

"Solo quieren vivir", risponde Ana. Vogliono soltanto vivere.

Guarda l'intervista: parte 1

Parte 2

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