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Note sulle lotte femministe in Polonia

6 / 6 / 2018


Alla luce dello storico risultato del referendum sull’aborto in Irlanda, volgiamo lo sguardo ad un altro Paese che sta ancora lottando per vedere riconosciuti i propri diritti: la Polonia.

Dal 2016 la Polonia è al centro dell’attenzione internazionale per la strenua e diffusa battaglia portata avanti dai movimenti femministi. L’attacco ai diritti di autodeterminazione e di libertà delle donne (ma non solo) portato avanti dall’alleanza oscurantista del governo nazional-popolare di Diritto e Giustizia (PiS) e le gerarchie ecclesiastiche, hanno scatenato una reazione senza precedenti. Il movimento denominatosi Black Protest e lo sciopero femminista includono al proprio interno diverse realtà, alcune delle quali stanno sviluppando una strategia di lotta che si basa su pratiche fortemente intersezionali. La necessità di agire e costruire un’agenda che connetta le azioni portate avanti contro le proposte di inasprimento della legge sull’aborto ad altre lotte contro il governo nazionali-liberista, ha portato molte attiviste a incontrarsi, discutere e provare in qualche modo a mappare i punti del potere da colpire per primi.

Bisogna considerare anche un apparente cambiamento di contesto, almeno per quanto riguarda la maggioranza al governo. La politica del PiS si differenzia da quella dei precedenti governi neoliberisti nella misura in cui quest’ultimi avevano sempre cercato di ignorare le questioni riguardanti l’aborto, ma anche gli investimenti nel welfare pubblico. L’attuale governo populista prende consensi proprio grazie a politiche pro-natalità e promesse di ammortizzatori sociali più certi, anche per le donne. Questo atteggiamento di oggettivazione della donna, questa visione e narrazione della donna come madre, funzionale al fare della Polonia un grande Paese, ricorda fin troppo non solo le politiche trumpiane, ma anche gli intenti siglati dal contratto Lega-M5S in Italia.

Lo sciopero femminista richiama il rifiuto di mettersi al lavoro e, a differenza delle organizzazioni tradizionalmente liberali o social-democratiche, i gruppi autonomi hanno tentato di dimostrare quale debba essere la portata di esso: il lavoro produttivo e il lavoro riproduttivo sono terreni mettere sotto attacco in maniera sincronizzata.

L’opera di discussione, di confronto e di lotta di queste realtà mostra una delle facce più interessanti del femminismo. Non quella delle passerelle luccicanti e dei dibattiti “da salotto buono”, ma quella delle donne che lottano ogni giorno per la propria sopravvivenza, che vivono sulla propria pelle la violenza del mondo maschio, bianco ed eteronormato.

Dal mondo del sindacato indipendente al fronte del diritto alla casa, la lotta per accedere all’interruzione volontaria della gravidanza si intreccia con quella per maggiori tutele sul posto di lavoro, all’accesso incondizionato alle cure mediche, alla garanzia di una casa per tutte e tutti. Il tutto a partire da una riduzione dell’orario di lavoro: portarlo a 35 ore settimanali. Una richiesta fondamentale in un Paese dove le persone lavorano in media 500 ore in più dei loro colleghi tedeschi, con uno stipendio decisamente inferiore. Più tempo libero per i propri bisogni, per i propri diritti. Ci sono migliaia di persone che mandano avanti - a volte - più di tre contratti precari, con uno stipendio che non permette di arrivare alla fine del mese. La lotta per un salario più alto è diffusa in moltissimi dei grandi stabilimenti come quelli di Volkswagen e Amazon, ma è necessario spostarla anche sul settore pubblico, dove i dipendenti sono sottopagati e costretti a ricercare un secondo lavoro per poter andare avanti. Qui è il mondo dell’insegnamento, con una schiacciante presenza femminile, ad aver iniziato un diffuso stato di agitazione un paio di mesi fa.

E’ ancora sulle donne che grava la carenza di servizi pubblici: soprattutto per chi ha uno stipendio basso e non riesce ad avere garantito l’accesso alle strutture per i propri figli, dagli asili nidi alle scuole materne, con tutte le conseguenti difficoltà. Spesso le donne più anziane si rimettono in cerca di lavoro per poter contribuire alla gestione dei propri nipoti.

Una prospettiva rivoluzionaria e femminista non può non attaccare la gestione della spesa pubblica, a livello locale e statale. Lo Stato polacco post-socialista si è modellato sulla retorica neoliberista; grandi progetti infrastrutturali, ma scarsa attenzione alle necessità sociali, a partire dal welfare e dalle spese nell’ambito della sanità. Gli investimenti sono scarsi e il malfunzionamento delle strutture diviene spesso un pretesto per portarle alla chiusura. Le organizzazioni di movimento, culla delle rivendicazioni femministe più radicali, riconoscono e attaccano il continuo impoverimento a tutti i livelli, da quello monetario a quello welfaristico, a cui la maggior parte delle persone sono costrette da una finanza senza scrupoli.

Il progressivo attacco verso le organizzazione dei lavoratori e verso le tutele sul posto di lavoro sta determinando un continuo peggioramento dello stato dei lavoratori e delle lavoratrici: le prime e denunciarlo sono le maestre d’asilo che si ritrovano a dover gestire grandi numeri di bambini con turni di lavoro massacranti a causa dei tagli alla spesa pubblica e alle tutele lavorative.
La salute fisica e mentale di uomini e donne è fondamentale, e questa è minacciata seriamente da turni di lavoro massacranti, notturni, il tutto per una produzione che non può mai fermarsi. Queste soluzioni colpiscono maggiormente le donne, anche in Polonia quelle che sono responsabili del lavoro di cura di anziani e disabili.

L’accesso alla sanità pubblica in Polonia è subordinato al contratto di lavoro; avere un contratto di lavoro precario significa non assicurarsi la possibilità di avere le visite specialistiche necessari e un trattamento adeguato agli standard minimi. Chi non è disoccupato, perché magari ha un lavoro in nero o uno stato di precarietà assoluta, dovrebbe spendere una fortuna per avere cure mediche e medicinali. Gli scioperi, le agitazioni contro la repressione della libertà delle donne e di tutti devono rivendicare anche un accesso incondizionato alle cure mediche, totalmente svincolato dal possesso di un contratto di lavoro regolare.
L’accesso all’IVG - come possiamo vedere - è solo uno dei problemi legati alla sfera dei diritti minimi in Polonia. Si potrebbe poi parlare delle pensioni, il loro basso livello costringe moltissimi anziani a lavorare. Le pensioni più basse sono generalmente destinate alle donne che spesso, rimaste sole, non riescono a pagare le cure mediche o l’affitto e sono così costrette a tornare a lavorare in condizioni di pericolo maggiore, data l’età.

Sono donne il maggior numero di persone attive nella lotta per il diritto alla casa. Donne spesso sopra i 40 o 50 anni che, a causa dei tagli costanti alla spesa pubblica e di conseguenza all’edilizia residenziale pubblica, si ritrovano impossibilitate a ottenere un alloggio stabile.
I movimenti per la casa richiedono uno stop alle privatizzazioni, dovute a complesse e non verificate rimostranze di vecchi proprietari del periodo prebellico; il tutto a discapito delle fasce più povere in particolare del mondo femminile, il più attivo nella difesa del proprio diritto all’abitare.
Le rivendicazioni dei gruppi indipendenti passano anche per una denuncia non solo delle violenze domestiche, ma anche delle risposte da parte delle amministrazioni. Spesso sono le donne a dover abbandonare la propria casa, in questo modo criminalizzate anche se informale.
Il rovesciamento delle dinamiche egemoniche del nostro tempo passa anche per questo.

Ultima nota. Mi unisco alla richiesta di giustizia per la morte di Jolanta Brzeska. Era un punto di riferimento a Varsavia e non solo per tutto il movimento per il diritto alla casa. Una donna forte, che fu tra le prime a denunciare l’alleanza tra le istituzioni e i vecchi proprietari terrieri che dalla metà degli anni Novanta hanno cominciato a rivendicare diritti su case abitate da famiglie, singoli, anziani. Tutto questo sbandierando diritti proprietari risalenti al periodo prebellico. Ma quelle case furono ricostruite dopo la violenta distruzione di Varsavia dal lavoro di migliaia di cittadini e dal contributo di milioni di abitanti della Polonia.
Il corpo di Jolanta Brzeska è stato ritrovato carbonizzato, in una radura appena fuori Varsavia. Le indagini ufficiali hanno archiviato immediatamente il caso come suicidio. Ma la determinazione di tutte e tutti coloro che avevano attraversato la strada di questa straordinaria combattente hanno fatto emergere l’approssimazione del lavoro di polizia e la scomparsa di alcune prove fondamentali. Il caso è stato riaperto. Le possibilità di conoscere i veri colpevoli sono scarse ormai, ma la colpa delle istituzioni è conclamata.
Verità e Giustizia per Jolanta Brzeska!

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