Trump insiste ancora con il muro col Messico, vite sospese lungo un confine

25 / 10 / 2017

"Bisogna costruire un muro. E sarà un successo.” diceva Donald Trump durante la sua campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti. A quasi un anno dalla sua vittoria i primi pezzi di quel muro, lì dove ancora manca, sono stati posizionati. Al momento si tratta solo di prototipi, otto per la precisione, alti tra i 5,5 e i 9 metri, altezze necessarie per impedirne la scalata da parte dei migranti che cercano di oltrepassarli.
Siamo a Otay Mesa, nel sud della California, uno degli stati con la più alta presenza di immigrati latini degli Usa.
“Lo pagherà il Messico con un rimborso o altro” continuava Trump, ma l’opposizione del governo messicano, ora come all’epoca, continua a negare il pagamento di un muro. Lo ha nuovamente ribadito il Ministro degli Esteri messicano Luis Videgaray Caso durante una recente visita in Italia.
Nonostante la ferrea opposizione dei vicini messicani, Donald Trump è riuscito comunque a farsi finanziare i nuovi prototipi grazie il ricollocamento di 20 milioni di dollari destinati ad altri finanziamenti, su cui la tutela delle frontiere nazionali ha evidentemente avuto la meglio.
Se da un lato continuano le prove di Trump per il completamento del muro lungo la frontiera meridionale degli Stati Uniti, dall’altro prosegue il suo tentativo di smantellare ogni forma di tutela e speranza per i milioni di immigrati – regolari e non – che si trovano sul suolo statunitense.
Un primo passaggio, già preannunciato in campagna elettorale, è stato il taglio dei fondi alle cosiddette “città santuario”, tra cui San Francisco, Los Angeles, New York ecc., che si sono sempre schierate a fianco di tutti quegli immigrati, anche irregolari, che vivono e contribuiscono al benessere di queste città.
Il secondo passaggio va a colpire, invece, coloro che fino a questo momento sono stati regolarmente riconosciuti. A settembre è stata annunciata l’interruzione del programma DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals), un provvedimento introdotto da Barack Obama nel 2012 che garantisce la protezione dei giovani migranti arrivati clandestinamente negli Usa. Si stima che circa 800 mila bambini ne abbiano beneficiato, potendo così condurre una vita fuori dall’illegalità, dalla costante paura di essere deportati e potendo pensare di potersi costruire un futuro migliore. I Dreamers hanno potuto toccare con mano cosa significa vivere il “sogno americano”, ma ora rischiano di ritrovarsi in un incubo. Con il nuovo provvedimento, infatti, potrebbero non vedersi rinnovato il permesso e, di conseguenza, essere deportati in un paese che non conoscono, che non considerano casa loro e lontano dalla vita che si sono costruiti. 

Dall’altra parte del confine le cose non vanno meglio. Dal momento dell’elezione del nuovo presidente degli Usa, l’immigrazione verso quest’ultimo è calata. Si parla di un calo attestato tra il 40 e il 50 %, confermato dalle associazioni che si occupano di accoglienza dei migranti operanti in Messico, punto di partenza e di passaggio dei migranti che da qui e dal Centro America si spostano verso nord.
Allo stesso tempo le richieste di asilo in Messico sono aumentate a dimostrazione che le condizioni in cui si trovano coloro che migrano non sono migliorate. Si stima che nel primo semestre del 2017 le richieste siano state circa 7000, mentre durante l’intero 2016 sono state 9000. Di queste pochissime vengono accettate aumentando così il senso di precarietà e vulnerabilità in cui si trovano i migranti centroamericani, facili vittime di sfruttamento da parte dello stato e della criminalità organizzata.
Si registra quindi un cambio nel flusso migratorio dettato dall’inasprimento delle politiche di sicurezza statunitensi in grado di incidere al di là dei propri confini nazionali. La scelta di fermarsi in Messico, temporaneamente o come soluzione definitiva, è attrattiva anche per altre ragioni: la conoscenza della lingua, la presenza di una già forte comunità di centroamericani e procedure burocratiche più veloci. Tutti fattori che non vanno dati per scontato se dall’altra parte del confine ci si trova di fronte un muro, questa volta non fisico, che rende sempre più difficile crearsi delle speranze e delle opportunità.
In questo ultimo anno le autorità messicane hanno continuato a mettere in campo le stesse dinamiche che hanno adottato in precedenza: abusi sui migranti, criminalizzazione degli attivisti, discriminazioni e violenze, deportazioni indiscriminate. Quest’ultime hanno rivelato cifre più alte rispetto a quelle registrate negli Usa: 147.370 migranti deportati dal Messico a fronte di 96.016 deportati dagli Usa.
Il Messico sta quindi giocando lo stesso gioco che stanno giocando gli Usa in tema di immigrazione e lo dimostra attraverso le deportazioni di coloro che trovano sul proprio territorio e  politiche migratorie che vanno a mantenere inalterato un sistema malato e criminale e che di fronte ad un aumento della violenza (secondo l’OIM nel 2017 sono morti circa 231 migranti nel tentativo di raggiungere gli Usa con un aumento del 38% rispetto agli anni precedenti) rimane impunito, anche da una comunità internazionale che preferisce tutelare i rapporti commerciali e gli interessi economici invece che i diritti delle persone.
Si genera così un effetto a catena fatto di deportazioni e rifiuti delle richieste di asilo presentate che si ripercuote sulle centinaia di migliaia di migranti che sceglieranno comunque di mettersi in cammino fuggire alla crisi umanitaria che sta colpendo i paesi del Centro America e in egual misura il Messico. 

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