Trump va alla guerra

Appunti sulla governance trumpiana e la guerra globale nell'agenda dei movimenti

18 / 4 / 2017

La primavera d’esordio di Donald Trump alla Casa Bianca, che condurrà gli Stati Uniti ai due importanti vertici internazionali che si terranno a Taormina (G7) e ad Amburgo (G20), si è aperta con un’impennata interventista a cui non assistevamo da tempo. Dall’attacco alla base siriana Al Shayrat all’invio della portaerei nucleare Vinson verso la Corea del Nord, passando per la super-bomba Moab sganciata nell’Afghanistan orientale, il neo-isolazionismo americano, su cui Trump aveva molto puntato nel corso della sua campagna elettorale, sembra un ricordo lontano e nebuloso.

La guerra nella governance trumpiana

Molti analisti sono rimasti spiazzati dalla “virata militarista” del tycoon, ma soprattutto in tanti hanno gridato al «tradimento di Donald». In particolare coloro che vedevano, a destra ed in parte anche a sinistra, nella costituzione di un asse internazionale del populismo, guidato dalla “santa alleanza” tra Putin e Trump, l’unica possibile alternativa al «globalismo imperante». Una lettura che abbiamo sempre ritenuto nemica, non solamente per questioni ideologiche, ma perché parte integrante di quella competizione interna alle élite attraverso cui si va ridefinendo il nuovo connubio tra produzione e comando.

Lungi dal doverci mettere nell’imbarazzo di analizzare le ragioni per cui Trump non abbia mai rappresentato alcuna minima rottura nei confronti dell’establishment statunitense ed internazionale, vogliamo soffermarci sulle ragioni che mettono in assoluta continuità la “svolta militarista” con l’ideologia trumpiana, o meglio con l’ideologia che guida la nuova governance trumpiana.

In primo luogo, c’è un elemento storico su cui riflettere, legato al fatto che laddove l’ideale della ”difesa dei confini” è divenuto impianto dominante di una politica statuale, la guerra esterna ne è stata sempre architrave su cui fondare le relazioni internazionali. L’irruzione nel 1914 di quella guerra totale,che Hobsbawm definisce ne “Il secolo breve”[1] come l’inizio della catastrofe globale, altro non è che la sublimazione storica di quel processo di dissoluzione degli Imperi millenari prodotto dall’egemonia dello Stato-nazione negli assetti di comando determinati dal capitalismo industriale. Sebbene nel contesto attuale non si palesi alcuna ipotesi di riesumazione dello Stato-nazione ottocentesco e novecentesco, la ri-nazionalizzazione della retorica politica, elemento fondante di quel populismo “di destra” che si sta affermando come vero e proprio modello ideologico, ha un rapporto di interdipendenza con la guerra molto elevato.

Lo diciamo da tempo che la guerra ai migranti, di cui Trump è accanito promotore, rappresenta uno degli elementi su cui la guerra globale sta regolando maggiormente i propri dispositivi, sia in termini di militarizzazione dello spazio sia attraverso l’esasperazione del dominio della forza coercitiva sul bios. Per questa ragione esiste un rapporto evidente di continuità tra i due immigration ban firmati dal Presidente a distanza di poco più di un mese l’uno dall’altro, l’ossessione del muro con il Messico e l’inizio di un nuovo corso militarista. L’opposizione per certi versi inaspettata, in termini sociali e di piazza più che in termini giuridico-legali, che Trump ha incontrato nel dar luogo alle sue politiche migratorie ha probabilmente aumentato la propria volontà di affermarsi al di fuori del perimetro nazionale, rispolverando una strategia storicamente radicata tra i presidenti statunitensi che, da Wilson in poi, hanno spesso sopperito agli insuccessi interni con l’interventismo esterno.  

Ma esiste un’altra forte persistenza tra le politiche interne di Trump e la guerra esterna, ed è relativa al ciclo espansivo di sfruttamento di idrocarburi, inaugurato a gennaio, ed alla centralità che questi hanno nei piani energetici del neo-presidente. Il liber-protezionismo trumpiano proprio nell’ambito energetico mira a realizzare al meglio quella combinazione tra gli interessi strategici statuali e quelli commerciali delle nuove e vecchie corporation petrolifere statunitensi. Una combinazione che potrebbe ridefinire la stessa governance statunitense, proprio nella nuova dialettica tra spoliazione delle risorse e guerra globale, su cui si fonda il capitalismo estrattivo contemporaneo.

A tutto questo si aggiunge una scelta ab origine fatta da Trump sul piano militare, esplicatasi con la nomina, fatta lo scorso 1 dicembre, di mad dog James Mattis a capo del Dipartimento della Difesa. Il cane pazzo, già a capo delle prime operazioni militari fatte dagli Stati Uniti in Afghanistan ed Iraq subito dopo il “tentato golpe” dell’11 settembre, rappresenta l’anello di congiunzione tra la nuova presidenza e quelle élite militari che hanno sempre fatto dell’interventismo, in particolare nell’area mediorientale, il proprio status strategico-politico, dall’amministrazione di George Bush senior in avanti. Il sodalizio Trump-Mattis è sembrato subito godere di una buona salute visto che, a quanto dicono diverse fonti statunitensi, negli ultimi mesi sono cambiate le regole d’ingaggio nelle tante operazioni militari dov’è coinvolto l’esercito statunitense. L’esito è quello di un notevole aumento di vittime civili, in particolare sul fronte siriano e su quello iracheno.

La prova di forza

In termini geo-politici le mosse di Trump possono apparire come quelle di un novello Caligola che dà libero sfogo alla propria follia destabilizzando lo scacchiere mondiale. Quanto questo sia vero o quanto sia invece il frutto di una politica estera minuziosamente disegnata  non siamo in grado di rivelarlo allo stato attuale delle cose. Di certo Trump ha iniziato una partita d’azzardo, che è però estremamente calata nella fase internazionale che stiamo vivendo.

Il fallimento di una governance mondiale unilaterale prima e multipolare poi, avvenuto negli ultimi tre lustri, rende gli assetti globali estremamente incerti e suscettibili a cambiamenti radicali, anche repentini. Se è vero che ci sono tre attori in grado di determinare più di altri lo scenario mondiale - gli Stati Uniti, la Russia e la Cina - è vero anche che è nella ristrutturazione delle istituzioni sovra-nazionali che il capitalismo contemporaneo mira a ridisegnare in forma compiuta la propria egemonia all’interno di una fase di stagnazione secolare. In questo senso i prossimi vertici internazionali, in particolare il G7 di Taormina a fine maggio ed il G20 di Amburgo di luglio, assumono una notevole valenza.

Per questa ragione ci sembra abbastanza corretta l’ipotesi che Donald Trump abbia voluto esercitare, con le ultime operazioni militari, delle forme di pressione dirette ed indirette a Russia e Cina, individuati come possibili competitor all’interno di una serie di scelte che, dall’economia agli armamenti, dalla questione migratoria al tema energetico ed ambientale, verranno compiute in questo 2017.

Guerra e movimenti

Ogni volta che la guerra, nelle sue svariate forme, torna ad essere centrale nel dibattito pubblico assistiamo al consueto teatrino della nostalgia, ovvero all’invocazione di quel movimento pacifista ormai perduto, in grado  di riempire le piazze e di creare, quantomeno sul piano dell’opinione pubblica, un elemento tangibile di sdegno politico. Il problema reale, lo abbiamo ripetuto più volte, è che quella forma di pacifismo, per quanto massificata e variegata nelle sue forme di espressione, è stata superata non tanto dalla sua debolezza intrinseca, quanto dall’azione normalizzatrice che la guerra globale ha operato nel tessuto intellettivo ed emozionale degli individui.

La più grande evoluzione che ha avuto la guerra globale negli ultimi 15 anni è stata quella di creare le condizioni, soggettive e collettive, di accettazione coatta dei dispositivi militari e di biopotere che caratterizzano la guerra, sia quella ad alta intensità, sia quella a bassa intensità. Per questa ragione i bombardamenti, le uccisioni di civili inermi, non riempiono più nessuna piazza del mondo. Per questa ragione trova terreno fertile quel mercato delle emozioni che spettacolarizza l’evento tragico suscitando indignazione “a comando”, allontanando una comprensione ed una coscienza comune del fenomeno bellico nella sua complessità.

La questione che va posta in maniera forte non è tanto quella dell’assenza, e di un’eventuale ricostruzione, di un movimento contro la guerra. Questo, anche negli anni del suo maggior splendore, era diretta espressione di una fase di mobilitazione di massa contro la governance globale, a cui la vulgata ha assegnato il termine di movimento no global. Allo stesso modo, in questa fase è necessario ricostruire le condizioni di una movimentazione sociale complessiva, che sappia declinarsi nella forma anti-militarista proprio perché la guerra globale, oggi come non mai, ha un ruolo drammaticamente invasivo nella vita delle miliardi di persone che abitano il pianeta.

Siamo consci che quest’ambizione fa parte di processi carsici e non possiamo costruirla solo a partire da una partecipazione soggettiva, che possa essere più o meno incisiva, ai cosiddetti “contro-vertici”. Ma è anche vero che gli appuntamenti di Taormina ed Amburgo hanno una notevole possibilità di impatto con la fase, se assumiamo quanto detto in precedenza. In particolare Taormina si colloca, nel contesto nazionale, all’interno di un duplice significato politico. In primo luogo è il primo appuntamento di movimento  che abbia una caratura internazionale dopo la trasformazione in legge del Decreto Legge n. 13 (la Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città), che ha proprio nella “guerra al dissenso” uno dei tratti basilari del proprio impianto. Un impianto cha abbiamo avuto modo di vedere già il 25 marzo a Roma e che costituisce uno dei presupposti per la normazione di un ordine post-democratico anche in Italia. In secondo luogo perché si tratta della prima visita del presidente Trump nel nostro Paese e, di conseguenza, della prima possibilità concreta di contestare il trumpismo. La sfida al trumpismo, ed alla sua capacità di catalizzare politicamente i peggiori istinti reazionari delle nuove destre, è già iniziata da tempo ed avrà un passaggio fondamentale, prima di questi eventi, nel Festival dell’orgoglio antirazzista e migrante che si terrà a Pontida il 22 aprile.



[1] E. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991: l'era dei grandi cataclismi, Milano, 1995, ed. or. The Age of Extremes, New York, 1994

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