Tunisia - Diario di viaggio della Carovana Libertè e démocratie (2)

Cosa unisce Messico e Tunisia?

29 / 3 / 2013

 Tunisi, secondo giorno di carovana. Il campus universitario di El Manar è un oceano di tende colorate. “Hanno partecipato più associazioni a questo Social Forum che a quello di Porto Alegre - mi racconta soddisfatto un addetto all’ufficio stampa -. Quante? Più di n migliaio. E altre se ne stanno ancora aggiungendo. Oramai abbiamo esaurito gli spazi a disposizione e agli ultimi arrivati tocca accontentarsi di un pezzo di prato”. L’affluenza, sempre secondo le stime dell’organizzazione, si aggira tra le 60 e le 62 mila presenza contando solo i primi due giorni. Il campus è un melting pot infinito di lingue ed etnie. Sono arrivati da tutto il mondo. E come ci siano arrivati è già una storia da raccontare. “Ci hanno tenuto 5 ore fermi in frontiera - mi spiega un attivista algerino -. Non volevano farci passare con la scusa che il nostro bus non era autorizzato. Sono state le donne le prime  scendere e dire alla polizia che se il problema era il bus loro sarebbero andate a Tunisi a piedi. Solo allora hanno aperto le sbarre della dogana...”

Chi non  può essere presente fisicamente ha mandato video ed interventi che vengono letti nei vari “atelier”, laboratori di approfondimento. E’ il caso di una associazione di donne messicane gemellata con una associazione di donne tunisine. Scusate l’assenza, mandano a dire, ma non avevano la “plata” per venire sino a qui. Cosa hanno in comune donne tunisine e messicane? I figli, emigrati e dispersi. Le donne messicane organizzano periodicamente carovane verso il nord portando le foto dei loro cari scomparsi. A chiunque incontrano,mostrano l’immagine e domandano se hanno visto il loro figlio. Una ricerca disperata che qualche volta viene anche coronata da successo. “Quest’anno - legge una donna tunisina - tre di noi hanno ritrovato il figlio, disperso a nord di Guadalajara”.

Tutto questo è Social Forum. Caroselli di musiche e di canti.

Grandi campi di calcio dove si gioca a tutti gli sport del mondo secondo i criteri dello “sport alla rovescia”.

Grandi immagini di martiri e bandiere di tutti i colori.

Cortei spontanei anche di poche persone che scandiscono slogan per lo più incomprensibili. Tutto questo e tanto altro ancora.

Un contenitori di utopie tutt’altro che utopiche che ha lo scopo dichiarato di “rendere necessario ciò che ora è solo possibile”. Sotto quest’ottica, anche le contraddizioni che pure non mancano, assumono un significato diverso. Anche la radicale disorganizzazione - che in alcuni casi diventa un vero e proprio delirio tra incontri programmati in aule che si scoprono inesistenti e traduttori che non conoscono la lingua che devono tradurre - si trasforma in un pregio.

Pur tra gli inevitabili rischi, su tutti l’autoreferenzialità, il Social Forum di Tunisi offre l’impressione di essere un Social Forum vero, slegato da logiche di governabilità e capace di offrire nuova spinta propulsiva ai movimenti.

La Tunisia del dopo rivolta si specchia perfettamente in questo Forum che ne restituisce la complessa situazione in bilico tra manovre di restaurazione e tanto generosi quanto ingenui slanci democratici. Anche questo è Social Forum. Le strade di El Manar sono incroci di storie in cerca di qualcuno che le voglia ascoltare. Maha, una bella ragazza nera, mi mette in mano un volantino e mi domanda se a mio parere lei sia tunisina. Prima che mi inventi una risposta, mi racconta che lei è sì tunisina ma una tunisina nera.

“Siamo il 15 per cento della popolazione eppure hai mai visto un nero in tv o al Governo? In Tunisia, siamo discriminati per il colore della nostra pelle”. Tarek ha combattuto nella Primavera e mi racconta della cacciata di Ben Alì. “

In Tunisia oggi c’è una certa democrazia ma non sappiamo come gestirla. I partiti ci sono solo che, come dire... non sanno come lavorare. Ma il problema vero non è neppure questo. la nostra economia è dipendente dalla Francia. Se ne sono andati ma hanno imposto la coltivazione della vita da vino, del grano duro e l’estrazione dei fosfati. Tutta roba che prende la via del mare e che non lascia soldi in Tunisia. Un commercio diseguale che da noi crea solo sfruttamento. Allora la domanda è? Cosa significa per noi democrazia senza il controllo della nostra economia?” Gli chiedo se esiste il rischio di una deriva islamista a Tunisi. “Queste sono paranoie europee costruite apposta per spostare il problema reale su uno costruito per comodo - mi spiega -. Gruppi come i salafiti sono nati qui nei primi anni ’80 da persone che si illudevano di riconquistare una dignità perduta durante la colonizzazione e mai recuperata nella post colonizzazione. Ben Alì ha fatto piazza pulita di tutti loro. In nome della laicità dello Stato? Macché! Lo ha fatto solo per consolidare il suo potere personale! Oggi ci sono gruppi estremisti, è vero, ma quello che voi non volete capire è che ci sono moltissimi modi di essere musulmani. Vedi, la verità non è mai una sola. E’ per questo che la storia non si può né insegnare né imparare. La storia va solo continuamente ricercata”.

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