Nelle campagne del centro sud

Tunisia - Les femmes rurales

Sfruttamento, ricatti e violenze nel silenzio

9 / 4 / 2013

Le chiamano "matite colorate", un paragone che quasi quasi appare positivo, un appellativo che sa di colori pastello. La realtà è invece tutt'altro.

Sono le donne del sud tunisino impiegate nel lavoro agricolo, nella raccolta di frutta e verdura, nella coltivazione dei campi. Sono donne sfruttate da un sistema di caporalato che in questa parte del paese è, per loro, l'unica possibilità di lavorare.

Si comincia presto ad entrarci in questo circolo di sfruttamento, già a 15-16 anni nelle vacanze scolastiche per raccimolare qualche soldo per pagarsi i libri, il vestito nuovo per andare al liceo o per la retta della casa dello studente.

Sono donne che si svegliano alle tre di mattina, preparano il cibo per la propria famiglia e nell'ultimo buio della notte percorrono a piedi chilometri e chilometri per raggiungere il punto di raccolta. Qui incontrano altre donne che come loro hanno lasciato figli e mariti nelle mura domestiche, insieme attendono il pick up che le trasporterà lontano nei campi. Sul furgoncino scoperto tutte salgono e si ammassano, sono trenta, a volte quaranta e non c'è possibilità di sedersi. Stanno quindi tutte in piedi sul rimorchio , l'una vicina all'altra proprio come i pastelli nelle confezioni; sotto il sole, sotto la pioggia, al freddo e al vento protette solo dai veli colorati ben saldi sulle loro teste. Il trasporto in sè è già un primo sfruttamento di queste donne: "andata e ritorno" infatti costa ad ognuna due dinari quando la paga giornaliera è di sette.

Manodopera non qualificata, sottopagata, ricattata, facilmente sostituibile dal caporale e per tanto, senza "alternativa". Nei campi le donne lavorano senza alcuna protezione, si avvelenano con i pesticidi, non hanno orari, non hanno nessuna garanzia, nemmeno quella di essere chiamate a lavorare il giorno seguente. Subiscono sopprusi e spesso anche violenze sessuali.

"Non si ribellano, non si uniscono contro questo sfruttamento, il gruppo esclude chi prova a farlo" ci racconta Takwa, una ragazza di Regueb che con la sua associazione si propone di sensibilizzare a questo problema sociale, "perchè nella maggior parte dei casi in famiglia la donna è l'unica che lavora e quei cinque dinari netti che lei guadagna sono l'unico reddito". Gli uomini non lavorano come braccianti, è un impiego troppo malpagato per essere svolto da un uomo, piuttosto stanno a casa o meglio nei cafè con gli altri uomini. Sono loro però che poi gestiscono l'economia familiare, la donna consegna al marito la propria paga ogni sera quando torna a casa, prima di mettersi a fare i lavori domenstici e a badare ai figli, che sovente hanno girovagato tutto il giorno soli per le strade, senza nemmeno andare a scuola.

Queste ragazze e donne sfuggono alla telecamera, si nascondono timide e impaurite dietro i loro veli, non vogliono parlare perchè forte è la paura delle ripercussioni. Nella storia "occidentale" l'accesso al lavoro è stato un primo passo verso l'indipendenza della donna, qui invece questo lavoro rappresenta un' ulteriore ghettizzazione della donna, l'ennesimo stigma che relega la donna a un livello sociale ancora più basso.

A parte alcune associazioni di donne non sembra che la questione delle "fammes rurales" sia una vertenza condivisa da altre realtà organizzate che lavorano sui diritti. Confrontandoci con alcune realtà impegnate, prevalentemente composte da uomini, ci viene paradossalmente detto "queste donne si devono organizzare", ma non c'è l'intenzione di mettere in comune le istanze, di cambiare a fondo un paradigma che differenzia le battaglie per genere.

Nelle campagne ci si trova di fronte a una reltà difficile che è stata solo sfiorata dalla rivoluzione. In una Tunisia in fermento, ricca di spinte di cambiamento e parallelamente incagliata in mille contraddizioni, le donne e gli uomini che nella povera campagna vivono, da un lato lamentano che "non è cambiato nulla nella loro vita" dall'altro però rivedicano con orgoglio di vivere ora in un paese libero.

La speranza è che questo pezzo di mondo racchiuso tra deserto e verdi coste arrivi ad agire concretamente nella quotidianità questa libertà conquistata con la primavera araba e a trovare soluzione alle diverse e caotiche contradditorietà ed antinomie.

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