Turchia e media: il controllo totale del sultano Erdogan

20 / 4 / 2017

Nella giornata di mobilitazione diffusa per la liberazione di Gabriele Del Grande, da oltre dieci giorni detenuto in un carcere turco, pubblichiamo un contributo di Gian Luca Pizzotti, collaboratore di Globalproject.info e Sherwood.it, frutto di una serie di spunti ed interviste raccolte nei panel tematici sulla "libertà di espressione in Turchia" che si sono tenuti all’ultimo Festival internazionale del giornalismo di Perugia.

La Turchia è ormai da anni sotto il controllo di un’unica figura politica, una deriva autoritaria che è di fatto già avvenuta ma che negli ultimi anni sta prendendo sempre più i connotati di una dittatura del presidente Recep Tayyp Erdogan, il quale ha progressivamente allargato il controllo su tutti gli ingranaggi del Paese in quasi quindici anni al potere; all'inizio, dal 2003, come primo ministro e dal 2014 come presidente. Dalle proteste di Gezi Park nel 2013, è iniziato in Turchia un periodo di forte repressione. Proprio la violenza esercitata in occasione di questa sollevazione popolare ha avuto un duplice effetto: da una parte silenziare la piazza, attraverso arresti indiscriminati e violenze per le strade, situazione che ha provocato anche un diffuso sentimento di paura nella società civile, diventata, appunto, silenziosa, fino al punto di essere scomparsa quasi del tutto. Quello che il presidente non è riuscito a mettere a tacere l'ha comprato, attraverso una corruzione dilagante, mentre chi ha provato a ribellarsi, come il popolo curdo, è stato tacciato di terrorismo: l’esempio lampante è il PKK; dall'altra, Erdogan ha mandato un messaggio molto chiaro a quella parte del proprio partito, l’Akp, scettica sulla piega autoritaria che stava prendendo la politica del presidente, e che nella pratica è stata commissariata. Esemplare è l'epurazione del primo ministro Davutoglu, considerato il teorico della dottrina in politica estera di Erdogan. Di fatto tutto questo fa parte dell'agenda politica di Erdogan negli ultimi quindici anni. Dai vari dibattiti che hanno affrontato il tema della Turchia al Festival del Giornalismo di Perugia, emerge chiaramente che il cambiamento incomincia ben prima di Gezi Park. La propaganda che Erdogan ha messo in atto negli ultimi quindici anni ha cambiato l'atteggiamento della popolazione turca e ha portato in Turchia a una vera e propria dittatura ideologica. Lo stesso tentativo di colpo di Stato, di cui è stato accusato Fethullah Gulen, non ha fatto altro che rafforzare il potere di Erdogan e aprire la strada alla riforma costituzionale, che verrà votata attraverso il referendum del 16 aprile.

In politica estera, il governo turco ha firmato un accordo disumano con l'Unione Europea nel tentativo di fermare il flusso di profughi da Siria e Afghanistan e che rende la Turchia, di fatto, il “gendarme d'Europa” nel controllare questo flusso. Un patto, quello firmato lo scorso anno, come ci ha spiegato Marta Ottaviani, inviata de La Stampa intervistata a Perugia, molto pericoloso anche per l'UE che si mette così nelle mani di un ricattatore, pronto a far saltare l'accordo non appena l'Europa esca da quelle che Erdogan ritiene le condizioni fondamentali del patto. La risposta politica dell'Unione Europea è stata debole, quasi inesistente e questo le ha fatto perdere un ruolo importante nel Mediterraneo; la questione siriana ne è l'esempio più evidente, controllata da Russia e Stati Uniti con la Turchia alleata prima con l'uno e poi con l'altro.

In questo contesto fosco per la democrazia turca, un prezzo altissimo lo stanno pagando l'informazione e la libertà di stampa più in generale. La repressione di Erdogan contro giornalisti e media è incominciata già prima del colpo di stato del luglio 2016 e si è acuita subito dopo. Sono circa centottanta i giornalisti che sono stati incarcerati dal regime turco e rappresentano il 60% dei giornalisti incarcerati a livello mondiale. Il controllo dei media da parte del governo è totale: su circa 240 emittenti televisive solo Fox, in quanto internazionale e di proprietà del magnate Murdock, e una piccola emittente locale possono definirsi “abbastanza” libere nel poter dare notizie. Le altre sono tutte sotto il controllo della censura di Stato o sono state chiuse. Nella carta stampata, sono solo quattro le testate che possono definirsi “libere”; si tratta di giornali con una tiratura molto limitata che non supera le poche migliaia di copie. Tutto il resto della stampa è stato messo a tacere o è sotto il controllo del governo. Si tratta di una situazione drammatica, in cui tutta l'informazione va nella stessa direzione, quella scelta dal Sultano Erdogan, una normalizzazione delle notizie da parte dello Stato.

In questo attacco ai media i giornalisti sono perseguitati, seguiti e minacciati, in una condizione di costante censura da parte del governo. Le loro uniche alternative sono la galera o il restare disoccupati. Gli arresti non avvengono mai con l'accusa di aver commesso un reato specifico, ma i giornalisti vengono genericamente accusati di appoggiare il terrorismo. Ottenere un tesserino come giornalista è un'impresa impossibile e anche i colleghi esteri inviati in Turchia e i collaboratori turchi per testate straniere stanno subendo intimidazioni e arresti. È di marzo la notizia dell'arresto del giornalista turco-tedesco di “Die Welt” Deniz Yucel, accusato dal regime di Erdogan di essere una spia tedesca, e sono tantissimi gli esempi di altri casi in cui reporter stranieri hanno avuto problemi con le autorità turche. Solo dieci giorni fa un reporter e documentarista italiano, Gabriele Del Grande, è stato arrestato al confine con la Siria mentre stava girando un documentario. Nonostante tutti i documenti in regola, è stato incarcerato e non ha potuto parlare con nessuno fino a ieri, né con i familiari, né con un avvocato e nemmeno con un rappresentante dello Stato Italiano. La cosa assurda è che Del Grande è finito in un buco nero per oltre dieci giorni ed è tuttora incarcerato senza che gli sia stata mossa nessuna accusa specifica. Un modo di fare, come abbiamo visto, diffuso e che è un atto di forza del Presidente verso la stampa straniera.

Un capitolo a parte va speso per internet, uno degli strumenti più importanti per i giornalisti turchi sia per raccogliere informazioni sia per poterle divulgare rapidamente. Twitter, e i social network più in generale, hanno rivestito un ruolo importante nella primavera araba del 2011 e anche in Turchia è uno dei mezzi più importanti a disposizione della stampa. Dal 2014 è iniziata una censura costante dei social network. È interessante prendere in esame quanto accaduto in particolare con Twitter, a cui sono state fornite delle ordinanze esecutive per censurare o, in alcuni casi, cancellare gli account di diversi giornalisti del Paese. Si tratta di vere e proprie liste nere di cui fanno parte account “verificati”, cioè di cui è stata accertata la sicura appartenenza. Si tratta di un fatto gravissimo nel panorama della libera espressione di stampa, perché significa che colossi del web come Twitter, Facebook, YouTube e Google si stanno inchinando, asservendo al sistema messo in atto dal governo di Erdogan. I social media stanno diventando uno strumento per il governo, anche per minacciare e molestare i giornalisti; le minacce non vengono più inviate da semplici “trolls” ideologizzati, ma sono sistematiche fatte da persone disposte a minacciare i giornalisti in quanto ritenuti traditori dello Stato.

Questo utilizzo di internet pone il governo in controllo totale sull'informazione, che avviene anche attraverso gli oscuramenti della rete, i cosiddetti shutdowns, periodi della durata che va da alcune ore a diversi giorni, in cui la rete è bloccata o talmente lenta da impiegare oltre venti minuti per un tweet. Gli oscuramenti limitano fortemente il lavoro dei giornalisti perché internet è l'unico modo per poter essere a contatto con le persone e riuscire ad avere informazioni. In questo modo il lavoro del giornalista diventa impossibile, perché è totalmente isolato dal mondo esterno. Gli shutdowns sono aumentati sempre di più negli ultimi mesi e con lo stato di emergenza dichiarato dopo il tentato golpe di luglio il governo può decidere quando oscurare il web, a testimoniare che la stretta di Erdogan sull'informazione sta diventando sempre più imbrigliante e soffocante.

Alcuni siti attivati da giornalisti turchi all'estero come turkeyblocks.org, cercano ci monitorare le condizioni della libertà dei media in Turchia, costantemente sotto attacco da parte del governo e dei suoi sostenitori. L'impressione è che i media, i social e internet più in generale, siano diventati strumenti potenti usati da Erdogan per orientare l'opinione pubblica e mettere in atto l'ennesimo passo della sua agenda politica. Viene quindi da chiedersi come sia possibile che in uno Stato come la Turchia, alleata degli Usa e all'interno della Nato, partner dell'Unione Europea a livello economico e nella politica sui flussi migratori, possa venire a crearsi un autoritarismo così forte, in cui lo stato di emergenza indetto dopo il tentato colpo di stato viene usato come pretesto per controllare totalmente i media. In questa situazione il governo turco può veicolare le informazioni a proprio piacimento. La Turchia è al momento un panopticon costruito minuziosamente e a dovere da Erdogan, con un controllo sulla società civile molto elevato. Nella campagna elettorale per il referendum del 16 aprile- in cui è risultato vincitore -, il presidente Erdogan è stato ovunque su qualsiasi mezzo di informazione, mentre i suoi oppositori non hanno avuto possibilità alcuna di fare campagna elettorale. Gli scenari che si prospettano per dopo il 16 aprile sono terrificanti per la Turchia, con il potere di Erdogan che potrebbe diventare pressoché illimitato, portando a compimento quella che è la sua agenda politica, un controllo autoritario sulla Turchia.

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